Hitchens contro Chomsky

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di Paolo Cappellichomsky

Osama bin Laden era l’uomo che avrebbe ispirato, ideato e guidato l’attentato dell’11 settembre contro gli Stati Uniti e che comportò la morte di più di tremila persone. Una strage pianificata a tavolino, in cui le menti prima e gli attentatori poi erano perfettamente consci degli eventi e delle loro conseguenze. Nove anni e 8 mesi dopo, un nutrito commando di incursori della marina statunitense assalta un condominio in una piccola città del Pakistan e uccide quest’uomo, salvo poi recuperarne il cadavere e farlo sparire in mare. Un’operazione militare in piena regola, peraltro perfettamente riuscita, dal momento che, per stessa ammissione del responsabile che l’ha autorizzata, cioè niente meno che il Presidente degli Stati Uniti, la missione era quella di uccidere e non catturare vivo Bin Laden. Sebbene il mondo abbia tirato un sospiro di sollievo dopo il duro discorso del Presidente che annunciava la morte del nemico globale (almeno nella classifica a stelle e strisce) non vanno dimenticate le modalità dell’azione militare, né la sua genesi: un’uccisione pianificata a tavolino, in cui le menti prima e gli esecutori poi erano perfettamente consci degli eventi e del risultato da conseguire. Praticamente un dejà vu.

Due forme di omicidio, dunque? Una di matrice terroristico-stragista e l’altra democratico-giustizialista? Sarebbe troppo semplice ridurre la questione solo a una considerazione di questo tipo.  Ad ogni modo, la discrasia non è sfuggita a Noam Chomsky, professore emerito del MIT, filologo e filosofo americano, da sempre intellettualmente schierato contro quello che considera essere l’imperialismo americano, con i suoi mille tentacoli. In un suo recente post sul web magazine Guernica Chomsky riflette sulle modalità esecutive dell’attività, definendola un “assassinio pianificato” in cui “non c’è stato alcun apparente tentativo di catturare una vittima disarmata”. Non solo, ma aggiunge che “nelle società che professano un qualche rispetto per la legge, i sospettati [di un crimine] vengono catturati e sottoposti a un giusto processo”. Chomsky insiste su un punto, anzi su un termine: sospettati. Secondo il Direttore dell’FBI pro tempore Robert Mueller – egli dice – nel 2002 i risultati dell’indagine preliminare sull’attentato alle Torri gemelle portarono a credere che il piano fosse stato ideato in Afghanistan, né esistono riscontri della supposta confessione di Bin Laden. Anzi, Chomsky la paragona a una qualsiasi dichiarazione che potrebbe essere vera, come dire di aver vinto una maratona, ma che non è possibile verificare. Ancora secondo il professore, la decisione di non informare le autorità pachistane, sconfinando con propri soldati armati nel territorio di un paese sovrano, si rivelerà preso un boomerang per l’America, che così facendo avrebbe contribuito a gettare benzina sul fuoco dell’odio antiamericano. Ironico, poi, il commento sul nome in codice dell’operazione (Geronimo): “la mentalità imperiale è così profonda in tutta la società occidentale che nessuno ha colto la glorificazione che si fa di Bin Laden nel momento in cui lo si identifica con la resistenza coraggiosa contro un invasore genocida. È come se dessimo alle nostre armi assassine i nomi delle vittime dei nostri crimini: Apache, Tomahawk… E’ come se la Luftwaffe avesse chiamato i propri caccia ‘Ebreo’ o ‘Zingaro’ “.

Il commento di Chomsky è perfettamente coerente con l’atteggiamento tenuto fino a questo momento nei confronti di tutte le recenti iniziative di politica estera statunitense, segnatamente i bombardamenti in Libia, il conflitto israelo-palestinese, le relazioni con Cuba, il ruolo dell’Iran e altri. E non si può dire che non abbia suscitato, come spesso accade, reazioni anche veementi da parte di altri intellettuali. Un esempio è quello che Christofer Hitchens ha scritto recentemente in risposta alle opinioni del prolifico filologo. Senza andare troppo per il sottile, Hitchens bolla come “stupide e ignoranti” le parole di Chomsky, frutto di un’analisi “in contraddizione con quelle di coloro che ritengono l’11 settembre una montatura”. Nelle parole del giornalista, il pezzo del quale è intitolato “Le follie di Chomsky”, la summa di quanto appreso da quello che definisce “il guru della sinistra” nell’ultimo decennio sarebbe semplicemente che “non siamo in grado di dire chi ha organizzato gli attacchi dell’11 settembre”, che “un tentativo di rapire o uccidere un ex-presidente degli Stati Uniti (e forse, per estensione, l’attuale) sarebbe giuridicamente giustificato come nel caso dell’azione di Abbottabbad” e che “l’America è un’incarnazione del Terzo Reich che non si preoccupa neanche di nascondere i suoi metodi e le sue aspirazioni genocide”. Quando si dice la compostezza delle parole… Hitchens, inoltre, accusa Chomsky di usare spesso l’espressione “per attenersi ai fatti”, ma gli rimprovera di non essere il depositario di alcuna informazione privilegiata.

La questione dell’Afghanistan non gira unicamente intorno al terrorismo di Osama o ai suoi convincimenti religiosi, quanto piuttosto al tentativo degli Stati Uniti durato sessant’anni di appropriarsi delle riserve di petrolio e gas dell’Asia centrale. George Bush senior si assicurò un pozzo cospicuo nel Golfo Persico, garantendo la protezione o il controllo a distanza di paesi come il Kuwait, l’Iraq, l’Iran, gli Emirati e altri. Ancor più ricchi sono il paniere energetico del Mar Caspio, i giacimenti di uranio dell’Uzbekistan e le risorse di tutti gli altri paesi dell’ex Unione Sovietica il cui nome finisce in “-istan”. Da diversi decenni, a partire dalla guerra del Vietnam, è in atto un tentativo di circondare quella parte del mondo. Ma come già scritto in precedenza, l’eliminazione di Bin Laden non comporterà necessariamente la fine della guerra al terrore, come la cattura di Riina in Italia non significò la fine della mafia. Ma per le grandi potenze occidentali è sicuramente più facile personificare il male e darne una rappresentazione chiaramente identificabile che dichiarare apertamente i propri intenti: Saddam Hussein era l’uomo delle armi chimiche che avrebbero potuto annientare il mondo, Fidel Castro l’anima errante del comunismo spietato e l’elenco potrebbe continuare. A un certo punto, pare, i Talebani iniziarono ad alzare la testa, a mettere i bastoni tra le ruote a un governo occidentale desideroso di stendere un oleodotto tra l’Afghanistan, il Pakistan e l’Oceano Indiano e allora si dovette fare qualcosa. E in quel momento il numero 1 nella lista nera era proprio Osama Bin Laden.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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