FUORI CENTRO. Immagini dalle periferie del mondo

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di Mariano Colla

 

Foto di Alessandro Imbriaco

Una natura implacabile e circostanze ostili strappano spesso dai contesti agricoli e rurali  intere comunità per sbalzarle alla periferia di megalopoli, presunto rifugio urbano per disperati alla ricerca di un ruolo nella società o di un senso nella vita. Addensamenti urbani dall’effetto spesso devastante sulla dignità umana, per la totale assenza delle condizioni igieniche, economiche e sanitarie, per non dire culturali, indispensabili per assicurare una esistenza non limitata alla pura sopravvivenza, ma con un minimo di prospettiva futura. L’urbanizzazione selvaggia che ha caratterizzato negli ultimi decenni la crescita incondizionata delle grandi capitali del mondo, unita alla scarse  prospettive di lavoro date dal territorio, hanno mosso moltitudini di persone verso i grandi centri, verso le grandi città, alla ricerca di un lavoro, di una occupazione per sopravvivere, determinando condizioni di affollamento, foriere di  ambienti di vita insalubri e malavitosi dove la società, così detta “per bene”, interviene solo marginalmente grazie al volontariato e a rari progetti di solidarietà.

Testimonianze toccanti di questi luoghi tragici ci vengono oggi proposte in FUORI CENTRO, “Immagini dalle periferie del mondo”, mostra fotografica realizzata  da FOCSIV (volontari nel mondo), nell’ambito del progetto “ Micro Macro. Spazi  e forme di identità sociale e solidale dei giovani”, finanziato dal Dipartimento della Gioventù – Presidenza del Consiglio dei Ministri,  che si occupa del coinvolgimento dei giovani nella identificazione di forme  e spazi di espressione della solidarietà sociale, inaugurata il 24 maggio e aperta sino al 25 giugno p.v., presso l’ Istituto Nazionale per la Grafica – Palazzo Poli, Via Poli 54 – ROMA. Le fotografie in mostra uniscono all’indiscutibile realismo le immagini di un mondo che tragicamente esiste e che, tuttavia, spesso ci sembra remoto, che sembra appartenere a realtà lontane dalla nostra quotidianità. Un mondo che ci sfiora, in modo più o meno profondo, a seconda della sensibilità personale, ma che sostanzialmente teniamo lontano da noi, a difesa di una presunta irreversibilità dei mali che lo affliggono.

Foto di Alexander Gronsky

Dakar, Milano, New York, Catania, Gaza City, Roma, Dacca, Ginevra, Mosca, Napoli e Monterrey sono le periferie raccontate attraverso l’obiettivo fotografico di undici giovani fotografi,  con lo scopo di mostrarne le diversità di vita, la molteplicità degli aspetti e dare identità sociale  a spazi e forme del mondo. In alcune fotografie si ritrovano le angoscianti atmosfere descritte, con trasporto e partecipazione, da Dominique Lapierre nel libro “ La città della Gioia”, quando lo scrittore francese racconta la  sua esperienza di vita vissuta nelle bidonville di Calcutta, dove l’umanità sopravvive tra topi e scarafaggi nella totale mancanza di mezzi e dove ogni ricerca di senso è strappata a un sovrannaturale più ostile che benevolo. Le periferie di Mosca ci offrono immagini di anonimi e impersonali blocchi di cemento che tuttora risentono della architettura di regime. Alveari umani che si affacciano su terre desolate, preda di piccole comunità di barboni che bivaccano intorno a fuochi improvvisati, per scaldarsi nella rigida notte russa. Gaza City non consente una facile definizione di periferia. Tutta la striscia di Gaza risente del clima di degrado e di provvisorietà che caratterizza le periferie urbane. I campi profughi di Jabalya e Ash Shajaiha delineano, forse, degli ipotetici confini di un territorio fotografato  con estremo realismo. Sono le immagini di un Medio Oriente in cui estemporaneità e precarietà si manifestano in ogni manufatto edile, in ogni casupola, in ogni piazza e cortile, persino in un misero e pietroso campo di calcio le cui porte scheletriche assumono connotazioni ieratiche, un Medio Oriente dove ogni cosa sembra in balia di un fragile destino, dove tutto si ammucchia in modo casuale, nell’indifferenza degli abitanti e dei passanti. Una natura ferita, una umanità ferita.

La raccolta del sale sul Lac Rose, alla periferia di Dakar, è raccontata dalle  immagini di ragazzi che, cosparsi di burro di karatè, per evitare la disidratazione, raccolgono il minerale grezzo nella purpurea acqua del lago, e lo ammucchiano sulla riva, indicando, con dei  cartelli rinsecchiti, i nomi dei destinatari. Volti sfatti dalla fatica, con, tuttavia, una parvenza di ilarità, un accenno di sorriso, per esorcizzare, di fronte alla macchina fotografica, la stanchezza per  un lavoro disumano. E poi Dacca, nel Bangladesh, tra le fabbriche di mattoni  a cielo aperto  e i palazzi in costruzione. La periferia a ridosso del fiume Buriganga. Il fiume così sacro nell’iconografia culturale indiana, luogo depositario delle manifestazioni legate al corso della vita, dalla nascita alle necessità quotidiane, sino alla morte, istanti che le fotografie in mostra colgono nella loro essenzialità. Il fiume che avvolge palafitte di cartone e metallo a ridosso di anonimi edifici in cemento, primo passo verso un affrancamento dalle condizioni di vita più misere. New York ci propone una riflessione sui ragazzi di periferia. In una città spersonalizzante e cinica, i nuovi luoghi di socializzazione dei giovani, per sfuggire al nichilismo, alla disperazione e al suicidio, sono i siti delle “social networks” di internet. Le fotografie  raccolgono immagini di pagine di “face book”, dove giovani disadattati o semplicemente diversi (lesbiche, gay transessuali, etc.) si dichiarano nella loro diversità e nella loro solitudine. Nel caso più tragico sono foto di adolescenti che non ce l’hanno fatta. Un messaggio tragico e impietoso alle soglie del nostro mondo ipertecnologico.

Della nostra cara Italia non meno amare sono le immagini della periferia di Napoli, del quartiere Ponticelli, in cui gli alveari umani sommersi di graffiti, lasciano posto a visi di adolescenti, quasi icone del neorealismo. Visi che comunicano, chi violenza, chi speranza chi disillusione, corpi che assumono posture aggressive o provocanti alla ricerca di una identità ancora da costruire. Oppure istantanee del quartiere Gratosoglio di Milano, al confine con il comune di Rozzano, testimonianze di un hinterland senza soluzioni di continuità. Vittoria e Valentina, due ragazzine del quartiere, iscrivono la loro dolce espressione all’interno di un muro sbrecciato e graffittato, quasi a ricomporre, nell’armonia dei loro volti da adolescenti, gli screzi e le ferite dello sfondo, privo di ogni grazia, ma altresì rapace nel sua  ingestibile degrado. Suggestive infine, le foto notturne del raccordo anulare di Roma, visto come confine dell’esperienza della città, limite di un vivere urbano che sembra dissolversi nell’anonima luce dei lampioni della Laurentina, delle grotte sull’ Ardeatina o nella scritta fosforescente di un ammiccante Motel.

Una esposizione di immagini che invitano a riflettere che, in qualche modo, ripropongono il tema della  solidarietà nei confronti di chi sta peggio di noi. Una mostra che, con i pochi mezzi  a disposizione, invita a dare una risposta al quesito: “ma siano noi in grado di capire sino in fondo i drammi che si muovono dietro semplici fotogrammi che rubano attimi di distrazione o di spensieratezza , di gioco, forse, ma che subito dopo il “clic” riproiettano il fotografato nel
suoi dramma quotidiani?”.

Le fotografie ci trasmettono immagini di personaggi  comuni a tutte le periferie. Il problema è di tutti. “Immagini dalle periferie del mondo è un viaggio nella realtà e nel nostro sguardo. E’ la globalizzazione della marginalità dei corpi  e delle esistenze delle donne e degli uomini”, scrive Ivo Lizzola, uno dei commentatori della mostra.

Gaza City. Foto di Simona Ghizzoni

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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