Catturato il boia dei Balcani, Mladic. Serbia guarda all’Europa

di Valentino Salvatore

 

Dopo 15 anni di latitanza, il 26 maggio è stato catturato il boia di Srebrenica, Ratko Mladic. Molte le segnalazioni nel periodo della sua lunga latitanza: in Montenegro, durante la partita di calcio Cina-Jugoslavia giocata a Belgrado nel 2000, ma c’è chi l’avrebbe visto in Grecia e a Mosca. Le forze di sicurezza tentano vari blitz, sulla base di soffiate, che però si rivelano infruttuosi. Ma il cerchio si stringe: il giornale serbo Kurir nell’aprile dell’anno scorso diffonde la voce che Mladic viva nelle campagne della Voivodina. Vengono intercettate alcune chiamate e finalmente, sulla base di una segnalazione anonima, viene catturato con un’azione congiunta di servizi segreti e forze speciali. Mladic si è arreso senza opporre resistenza e non è stato sparato un colpo, fa sapere il ministro dell’Interno serbo Ivica Dacic. Si trovava proprio nel paesino di Lazarevo, a un’ottantina di chilometri a nord-est di Belgrado, e si faceva chiamare Milorad Komadic. Il test del DNA lo inchioda: è proprio lui, fanno sapere le autorità.

La storia di Ratko Mladic è un doloroso capitolo in cui si intrecciano non solo i conflitti interetnici e gli odi esplosi nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, ma anche quelli a lungo sopiti dei decenni precedenti. Durante la guerra partigiana contro gli ustascia croati spalleggiati dai nazi-fascisti, suo padre viene ucciso. Da quel momento svilupperà un odio sordo contro i croati e gli islamici, lui che è serbo e ortodosso. Entra nell’esercito serbo, fino a diventare comandate dei Pristina Corps nella zona calda del Kosovo, a maggioranza albanese. Col dissolvimento della Jugoslavia, avanza nella sua carriera militare. E’ lui a guidare l’assedio alla città di Sarajevo, dopo che la Bosnia-Erzegovina ha dichiarato l’indipendenza. Un assedio durato quattro anni ricordato come il più lungo della storia contemporanea, caratterizzato da pesanti bombardamenti e dall’azione fredda dei cecchini. A Sarajevo, divenuta una sorta di Stalingrado dei Balcani, rimasero sul terreno più di 10.000 vittime, nella stragrande maggioranza civili. Mladic viene posto a capo delle forze serbe in Bosnia, nel tentativo di sottomettere la recalcitrante regione. Conduce i suoi soldati in una campagna che sarà ricordata per le atrocità commesse sulla popolazione civile, che culminarono nel famigerato massacro di Srebrenica. Nel luglio del 1995 le truppe di Mladic entrano a Srebrenica, città abitata da musulmani bosniaci. Ne segue una strage, con l’uccisione di almeno 8.000 persone e lo stupro etnico di migliaia di donne, mentre i 600 caschi blu olandesi dell’Onu presenti nell’area non intervengono, ufficialmente per scarsezza di mezzi rispetto alle preponderanti forze serbe.

A causa anche dello sdegno internazionale suscitato dall’eccidio di Srebrenica, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia incrimina Mladic e altri fautori del conflitto, come Radovan Karadzic, allora presidente della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina che ordinò i massacri, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Karadzic è stato catturato nel luglio del 2008, ma c’è voluto ancora qualche anno per assicurare alla giustizia anche Mladic. Una notizia, quella della cattura del generale, che potrebbe dare qualche ulteriore speranza alle aspirazioni di Belgrado, in attesa di entrare nell’Unione Europea. Il presidente serbo Boris Tadic ha confermato ufficialmente la notizia in diretta tv e ora il Tribunale di Belgrado dovrà decidere se estradare o meno Mladic all’Aja, per essere processato dalla Corte Penale Internazionale. Ma solo il ministro della Giustizia serbo potrà dare l’ok definitivo. Intanto Tadic ha subito voluto far intendere che la cattura di Mladic non solo “chiude una pagina molto difficile della nostra storia”, ma “apre le porte dell’UE” e permette di lavare un’onta che pesa sulla Serbia. Si spera che la cattura del militare possa favorire la riconciliazione, anche se rimangono le incognite su come possa essere rimasto latitante per così tanto tempo. E soprattutto, bisognerà capire chi l’ha aiutato, col rischio di mettere in evidenza coperture anche ad alti livelli.

I tempi lunghi e le traversie nello scovare il criminale di guerra ingenerano infatti dei sospetti, considerando che proprio il Tribunale Penale Internazionale ha inviato diverse denunce contro la Serbia, accusata di non fare abbastanza per prendere Mladic. Il procuratore Serge Brammertz scrive infatti che “finora gli sforzi della Serbia nell’arrestare i fuggitivi non sono stati sufficienti”. E un’ulteriore rimostranza è stata indirizzata dal governo quasi in contemporanea con l’arresto del militare. Tanto che il croato Zeljko Komsic, che fa parte della presidenza a tre della Bosnia-Erzegovina, sostiene che si sia arrivati all’arresto grazie a pressioni dall’Unione Europea e che la Serbia sapesse da tempo dove si trovava Mladic. Che ci sia ancora del fuoco a covare sotto la cenere della polveriere jugoslava lo fa intuire anche l’ambasciatore russo presso la Nato, Dmitri Rogozin, con alcune dichiarazioni a Radio Eco di Mosca. Secondo lui, va bene che Mladic sia processato, ma lo stesso trattamento andrebbe riservato proprio ai dirigenti dell’Alleanza Atlantica responsabili dei bombardamenti nella ex-Jugoslavia, quelli ordinati per contrastare i serbi. Poco dopo l’arresto, Mladic è stato messo sotto torchio ed è comparso in udienza davanti al giudice, a Belgrado, per rispondere dei suoi crimini di guerra. Per la prima volta dopo anni, le immagini della tv di stato Rts lo hanno ripreso di nuovo e hanno mostrato un uomo malato, stanco e invecchiato. Lontano dall’iconografia nazionalista, che lo voleva freddo e marziale. Tant’è che si è sentito male e l’interrogatorio è stato interrotto, non senza prima aver fatto sapere tramite il suo legale Milos Saljic che non riconosce il Tribunale dell’Aja. La strategia della difesa è quella di puntare sulle traballanti condizioni di salute di Mladic per evitare l’estradizione all’Aja, magari col ricovero a Belgrado. Ai medici spetterà stabilire se l’ex generale potrà o meno sostenere un’altra udienza. Mladic però sarebbe apparso anche lucido, tanto da riconoscere il viceprocuratore serbo per i crimini di guerra, Bruno Vekaric, perché per sua stessa ammissione lo ha visto in tv.

L’arresto di Ratko Mladic ha riattizzato l’ultra-nazionalismo serbo. Soprattutto tra i veterani è opinione comune che la sua cattura sia un cedimento dell’attuale governo di Belgrado ai paesi stranieri. Tuttora Mladic è considerato un simbolo della lotta per creare la tanto agognata Republika Srpska, ovvero l’entità a maggioranza serba in Bosnia-Erzegovina. Anche l’attuale capo del partito SDS di Karadzic, Mladen Bosic, accusa di servilismo il governo serbo. Pesanti attacchi dai nazionalisti del partito radicale serbo (SRS), i quali sostengono che il presidente Tadic guidi un governo servo della Comunità Europea e degli Usa. Mladic è per loro “eroe, simbolo del soldato serbo, capace e coraggioso” e con questi slogan hanno promesso di scendere in piazza proprio a Belgrado. Nonostante il divieto imposto dalle forze dell’ordine, proprio per evitare manifestazioni a sostegno di Mladic. Intanto, diverse decine di estremisti di destra e ultranazionalisti sono scesi in strada a Novi Sad e nella stessa Belgrado, per inneggiare al boia di Srebrenica. Al momento non si registrano incidenti, ma la cattura di Ratko Mladic di sicuro non farà che attizzare gli animi dei nazionalisti serbi.