Egitto riapre il valico di Rafah. Israele: “E’ un problema”.

image_pdfimage_print

di Valentino Salvatore

E’ stato riaperto ieri alle 9:00 ora locale il valico di Rafah, frontiera tra i territori della Striscia di Gaza controllati dall’Autorità Palestinese e l’Egitto. Costruito di comune accordo dal governo israeliano e quello egiziano dopo il trattato di pace del 1979 e il ritiro delle truppe di Tel Aviv dalla penisola del Sinai nel 1982, è rimasto fino al 2007 sotto il controllo delle autorità israeliane ma sorvegliato dalle truppe della European Union Border Assistance Mission (EUBAM). E’ l’unico punto di accesso alla Striscia di Gaza non controllato dalle forze militare israeliane. Nel giugno di quell’anno era stato chiuso, da quando cioé il partito islamista Hamas si era imposto nella Striscia di Gaza. Prima vincendo le elezioni, quindi sbaragliando le milizie di al-Fatah, il partito del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen.

Per lungo tempo il valico è rimasto chiuso, impedendo il transito delle persone e delle merci e in questo modo affossando ancora di più le condizioni della popolazione stretta nell’enclave di Gaza. Le autorità egiziane hanno deciso di riaprire il passaggio, come già annunciato pubblicamente il 25 maggio scorso. Numerose le persone che hanno atteso festanti e speranzose l’ora fatidica, sui due lati del confine. Chi per ricongiungersi finalmente ai parenti, chi per andare a curarsi, ma anche chi vuole lasciare la Striscia per costruirsi un futuro migliore. L’impressione generale che si raccoglie dai tanti che hanno atteso è che finalmente la vita a Gaza possa ripartire, dopo anni di embargo e assedio. Il governo di Hamas ha fatto in modo che la riapertura si svolgesse senza intoppi, organizzando anche quattro corsie per gestire il transito delle persone, divise tra viaggiatori, studenti, stranieri e ammalati. Ma il temuto assalto non si è verificato. Nonostante fossero state schierate forze per gestire migliaia di persone, poco meno di 400 si sono presentate. Almeno, non ancora, perché dopo un iniziale scetticismo si prevede una maggiore intensità di transiti nei prossimi giorni.

Da tempo, l’unico modo per effettuare degli scambi ed eludere l’embargo internazionale era l’utilizzo di gallerie clandestine, che serpeggiavano per chilometri nel deserto. Resta da capire cosa accadrà al business che si era creato grazie a questi tunnel e che, nel bene e nel male, aveva contribuito alla sopravvivenza della popolazione della Striscia, in particolare della cittadina di Rafah spaccata in due dal confine e dei campi profughi nei dintorni. Un giro d’affari che in certi periodi avrebbe raggiunto picchi da 650 milioni di dollari l’anno, secondo le stime. Tante le famiglie infatti che grazie al mercato nero del sottosuolo potevano sbarcare il lunario, ma anche diversi che si erano arricchiti. In quelle zone povere, minate dal conflitto e dal blocco del commercio, il contrabbando permetteva infatti di abbattere sensibilmente la disoccupazione. Perché in quei cunicoli passava di tutto, non solo beni di prima necessità come zucchero, latte e altri alimenti, ma anche prodotti più frivoli, tra i quali viene annoverato persino il Viagra. Non mancavano d’altra parte le armi, per rifornire le milizie palestinesi della Striscia. Tanti si chiedono cosa accadrà, ora che i commerci potranno svolgersi alla luce del sole, e se le possibilità economiche che si apriranno potranno compensare il lavoro che c’era prima, soprattutto per i giovani.

Intanto, giudizi positivi per la riapertura del valico vengono anche dall’Unione Europea. La scelta ha però riattizzato le critiche da parte di Israele, già all’erta per le tensioni nel mondo arabo. In passato l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak ne aveva ammesso l’apertura solo occasionalmente, per far passare generi di prima necessità come alimenti o medicine. Per questo Israele ha espresso forti perplessità, ritenendo che una riapertura permanente senza il monitoraggio degli osservatori internazionali permetterà l’afflusso nella Striscia di armi e miliziani, nonché terroristi. I partiti di minoranza prendono inoltre la palla al balzo per accusare il governo di Benjamin Netanyahu, che non è riuscito a far desistere l’Egitto. Ora infatti le forze dello stato ebraico non hanno controllo sul valico, che è gestito congiuntamente da palestinesi ed egiziani. Ma dal governo  provvisorio del Cairo assicurano che saranno prese tutte gli accorgimenti per impedire infiltrazioni sospette. Per passare occorrerà un visto: ma non per donne, bambini, studenti, persone malate, chi intende investire nella Striscia e gli stranieri. Gli uomini tra i 18 e i 40 anni inoltre dovranno subire controlli speciali. Ma ciò non basta a stemperare le preoccupazioni di Israele. Comunque, il governo del Cairo giudica la scelta da un’altra prospettiva: come gesto conciliante per alleggerire la tensione nell’area, gestita in un clima da sindrome dell’assedio dall’agguerrita Hamas. Un processo che forse potrà dare i suoi frutti e che segue l’accordo di riconciliazione tra al-Fatah e Hamas, sempre con la mediazione egiziana. Il valico, salvo ripensamenti, sarà quindi chiuso solamente di venerdì e gli altri giorni festivi. A breve si prevede la firma di un’ulteriore intesa per far ripartire il transito di merci tra Gaza e il Sinai. Ma per questo si attende un accordo per la costituzione di un governo transitorio di unità nazionale palestinese, che potrebbe andare in porto tra una decina di giorni. In questo caso le forze di al-Fatah potrebbero riprendere il controllo del valico di Rafah, assistite da osservatori internazionali.

La decisione è stata così definita dal ministro per la Difesa del fronte interno israeliano, Matan Vilnai: “E’ il primo stadio di un sistema molto problematico per Israele“. Aggiungendo poi che la riapertura del valico non rappresenta alcuna violazione degli accordi di pace firmati con il paese nordafricano nel 1979. L’amministrazione di Hamas nella Striscia di Gaza, in un comunicato ha affermato: “Queste misure sono la giusta decisione nella giusta direzione, faciliteranno la vita della popolazione e ridurranno le loro sofferenze“.

D’altra parte, la tensione non sembra ancora sopirsi del tutto. Proprio di recente un razzo è stato lanciato dalla Striscia di Gaza e ha colpito il territorio israeliano nella zona di Eshkol, zona nord occidentale del deserto del Negev. Fortunatamente il missile non ha causato danni nè vittime, come invece era successo a metà aprile, quando un colpo di mortaio aveva centrato uno scuolabus, facendo una vittima e dando il via allarappresaglia.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *