Spagna, tra disoccupazione record e rivolta sociale

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di Paolo Cappelli

 

Secondo i dati sulla forza lavoro pubblicati dall’Istituto Nazionale spagnolo di Statistica (INE), nell’ultimo trimestre del 2010, il numero di famiglie in cui tutti i membri sono disoccupati è aumentato di 35.600 unità, con una crescita del 2,7% rispetto al trimestre precedente. La crescita dei senza lavoro rispetto al 2009 è stata dell’8,5, paria a 4.696.600 disoccupati. Il tasso di disoccupazione è salito al 20,33%, un punto e mezzo in più rispetto all’anno precedente. Una tale quantità di disoccupati rappresenta un record per l’economia spagnola.  Nel 2007, la disoccupazione è aumentata di 117.000 persone; nel 2008 è salita a 1.280.300 disoccupati, a 1.118.600 nel 2009 e infine a 370.100 nel 2010. L’anno scorso, l’incremento è stato tre volte inferiore a quello del 2009, uno degli anni peggiori della crisi.

Oggi si perdono posti di lavoro in misura cinque volte inferiore che nel 2009: 237.800 posti di lavoro (-1,3%) persi nel 2010, rispetto ai 1.210.800 del 2009. Nel 2008, gli occupati che hanno perso il lavoro sono stati poco più di 600.000. Nell’ultimo trimestre del 2010, il numero di occupati è sceso di 138.600 (-0,75%) unità, facendo chiudere l’anno a quota 18.408.200 occupati. Nell’ultimo anno, il numero dei lavoratori dipendenti è diminuito da 178.400 persone (-1,1%), di cui 85.900 erano state assunte con un contratto a tempo determinato (-2,2%) e 92.500 a tempo indeterminato (-0,8%). Alla fine del 2010, il tasso di occupazione interinale era pari al 24,82%, sette decimi di punto in meno rispetto al terzo trimestre del 2009.

Questi risultati si devono, anche, ad alcune peculiarità del paese iberico: nell’Unione Europea è uno degli Stati con la minor percentuale di affiliazione sindacale tra i lavoratori (circa il 15%) e anche quello con la maggior percentuale di imprese associate alla locale Confindustria (72%). E’ difficile spiegare le due cose ma l’impresa risulta meno ardua se si esaminano tre elementi economici e sociologici: in primo luogo, a differenza del resto dell’UE, i sindacati legali in Spagna sono un’istituzione relativamente recente (erano illegali durante tutto il franchismo, cioè fino al 1975); in secondo luogo, come già in Italia, gran parte dell’imprenditoria spagnola è composta da piccole e medie imprese, in cui la “lotta al padrone” (per usare termini da sindacalisti) si paga a un prezzo più alto. Infine, la Spagna ha una disoccupazione elevata e il maggior numero di contratti a tempo determinato in Europa, cioè è il Paese europeo con la maggiore precarietà del lavoro, con buona pace dei precari italiani.

Ma il fallimento di Zapatero si può rilevare anche in altri campi, a partire da quello sociale. In una società profondamente cattolica e tradizionalista come quella spagnola, leggi come quella sull’aborto o sul matrimonio omosessuale sono state mal digerite. Il presidente del Partito Popolare, oggi leader dell’opposizione, Mariano Rajoy, ha già detto che in caso di vittoria alle elezioni politiche del 2012 ha in programma di cambiare la legge sul matrimonio omosessuale e di attendere un pronunciamento della locale Corte Costituzionale, oltre che di ascoltare l’opinione degli spagnoli (con un referendum?), prima di prendere una decisione sulla modifica alla legge sull’aborto: “E’ la mia posizione da molto tempo”, ha riaffermato in un’intervista alla televisione nazionale spagnola.

La crescita economica del paese è precipitata del 5% dal 2009. Il deficit, ormai a due cifre, necessita di essere abbattuto (e presto) di almeno dieci punti, per non parlare della voragine nel sistema sanitario nazionale (14 miliardi di euro) e dei 5 milioni di disoccupati tra quelli citati sopra che vivono solo grazie ai sussidi statali. La piazza di Madrid ha visto manifestare l’intera società spagnola, a partire dai piccoli e medi imprenditori di 50 mila aziende che hanno dovuto chiudere i battenti dopo lo scoppio della bolla immobiliare, passando per gli studenti e gli insegnanti, che si sono visti negare, negli ultimi 2 anni, 2 miliardi di euro in tagli. E’ il fallimento del sogno socialista di Josè Luis Rodriguez Zapatero, ma anche di tutti coloro i quali lo circondano, comprese le lobby e gli altri poteri forti. La voce della piazza ci dice questo: che il popolo non crede nelle elezioni ma chiede a gran voce che la società spagnola sia rifondata.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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