Israele-Siria: calma apparente dopo il sangue del Golan

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di  Paolo Cappelli

 

Le truppe israeliane hanno aperto il fuoco, domenica scorsa, contro una folla di filo palestinesi provenienti dal confine siriano, assiepatasi con l’intento di violare la parte delle Alture del Golan sotto controllo israeliano. L’esito è stato fatale e ha visto restare sul terreno 14 morti. I dati sono stati diffusi dalla televisione di stato siriana e confermati dal direttore dell’ospedale presso cui i corpi sono stati portati in un ultimo, disperato tentativo di soccorso. Fonti militari israeliane hanno accusato il regime siriano di aver architettato e orchestrato la manifestazione e il tentativo di violazione dei limiti territoriali (si tratta del secondo incidente di confine in un mese) per distogliere l’attenzione della comunità internazionale dalla sanguinosa repressione delle manifestazioni contro il presidente Bashar al Assad. La televisione siriana ha annunciato che la manifestazione – volta anche a ricordare il 44° anniversario della guerra dei Sei Giorni – è stata organizzata spontaneamente dai manifestanti e rispecchia la rabbia che i palestinesi provano da tempo e in particolare in questo momento.

La guerra dei Sei Giorni si è svolta dal 5 al 10 giugno 1967 e ha visto impegnati lo stato di Israele da una parte e l’Egitto, la Siria e la Giordania dall’altro. Nato dal
primo conflitto arabo-israeliano del 1948-49, che in Israele si chiama Guerra di Indipendenza e nel resto del mondo arabo è ricordato come al-Nakba (la catastrofe), Israele ha avviato fin dalla sua costituzione un processo di progressiva espansione della propria influenza nella regione, cosa che non poteva non suscitare preoccupazione e risentimento nei paesi arabi con esso confinanti. Nel decennio successivo si registrarono diversi incidenti ai confini, che causarono molte vittime in entrambi gli schieramenti e che crebbero in intensità e quantità, generando una tensione crescente e pronta a esplodere. Quando Nasser assunse il potere in Egitto giocò la carta del nazionalismo arabo. La sensazione di accerchiamento sempre patita da Israele si trasformò ben presto in una vera e propria sindrome collettiva. Rapidamente, grazie anche ad accordi politico-militari tra Nasser e re Hussein di Giordania e soprattutto in seguito a uno scontro aereo tra la forza aerea israeliana e quella siriana (che perse sei velivoli), si andò serrando la morsa intorno al paese della stella di David, il quale comprese da subito che la rottura dell’accerchiamento passava da un attacco diretto al cuore del paese più minaccioso, l’Egitto, ma prima ancora dall’acquisizione della superiorità aerotattica. La mattina del 5 giugno 1967, più di 130 aerei d’attacco israeliani partirono alla volta dell’Egitto, contando su una vasta quantità di informazioni. In termini militari, l’operazione fu un assoluto successo: l’aviazione egiziana fu praticamente annientata in una mattinata, perdendo qualcosa come 400 aerei, contro i 16 israeliani. La stessa sorte sarebbe toccata poco dopo all’aviazione giordana e poi a quella siriana. Per l’ora di pranzo del primo giorno di guerra, Israele aveva assunto il totale controllo dello scacchiere aereo. Analoghe (ma non così rapide) vittorie furono ottenute anche sul fronte terrestre: nella penisola del Sinai (dove combatté con successo l’allora generale Ariel Sharon), a Gerusalemme, comportando la divisione in due della città che vige finora. Altro fronte fu proprio quello delle alture del Golan, un altipiano a forma di cuneo a una quota di 700 metri, che rappresentava una posizione strategica. Invece di assumere una postura offensiva per alleggerire la presenza israeliana nell’area, le forze armate siriane scelsero una posizione attendista, che si tradusse nella ragione principale della disfatta che si sarebbe verificata di lì a poco. Con un attacco massivo, gli israeliani risolsero velocemente la questione, fino a quando l’ONU dichiarò il cessate il fuoco accettato da entrambe le fazioni: in soli tre giorni, Israele aveva sbaragliato tre eserciti e ottenuto una vittoria a tutto campo. La prima conseguenza fu un sentimento di forza che pervase tutta la società israeliana, ma la guerra lasciò comunque aperti molti interrogativi riguardo allo status, che oggi conosciamo, da dare ai territori conquistati.

Il pugno di ferro di Israele abbattutosi sui manifestanti domenica scorsa è stato preparato con attenzione: migliaia di truppe sono state mobilitate per impedire che si ripetessero i disordini del mese scorso, quando centinaia di manifestanti filo palestinesi violarono la recinzione, scontrandosi con i militari israeliani. Nonostante gli avvertimenti, però, migliaia di dimostranti si sono ammassati nell’area, marciando oltre i posti di osservazione delle Nazioni Unite, brandendo bandiere palestinesi e scagliando pietre oltre confine. All’approssimarsi della folla a quest’ultimo, dopo aver ripetutamente inviato segnali di avvertimento e avvisi tramite megafono, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, gettando i dimostranti nel panico. Molti dei feriti sono stati portati via dai propri compagni, ma altri hanno continuato ad ammassarsi lungo la rete di delimitazione del confine di sicurezza, tentando persino di tagliare i rotoli di filo spinato.

Stavamo tagliando il filo spinato, quando i soldati israeliani hanno iniziato a spararci contro”, ha affermato Ghayat Awad, un ventinovenne palestinese colpito all’addome. Un giovane manifestante, Mohammed Hasan, anche lui ferito, ha detto che “La nostra protesta vuole ricordare all’America e a tutto il mondo che abbiamo il diritto di ritornare nel nostro Paese”. E infatti le proteste mirano proprio ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla piaga dei profughi palestinesi costretti a fuggire o espulsi dalle proprie case durante la guerra d’Indipendenza israeliana del 1948. I profughi di allora, o i loro discendenti, ammontano oggi a diversi milioni di persone e riaffermano il diritto di rientrare in possesso delle precedenti proprietà familiari. Circa mezzo milione di profughi palestinesi vive in 13 campi in Siria, un paese la cui popolazione ammonta a 23 milioni di persone; è permesso loro di studiare o lavorare, ma non di avere una cittadinanza o di votare.

Sull’altro fronte, come detto, gli israeliani accusano la Siria di voler distrarre l’attenzione dei media dal bagno di sangue che quotidianamente avviene nel Paese: secondo il Colonnello Leibovitch, dell’esercito israeliano, “ciò che facciamo è una semplice operazione di protezione dei confini. Se i manifestanti avessero rispettato gli avvertimenti non sarebbe successo nulla, invece hanno scelto di scontrarsi con i nostri soldati”.

L’evento di domenica scorsa non è che un ulteriore tassello del più che quarantennale conflitto che insanguina l’area e che né i proclami politici, né le effimere tregue conseguite, sembrano in grado di tenere sotto controllo. La situazione sulle alture del Golan è ora rientrata e sembra regnare una calma apparente. C’è da sperare che non sia la proverbiale calma prima di un’ulteriore, sanguinosa tempesta.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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