‘Poveri Cristi’. Intervista a Dario Brunori

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di Marco Milano

“Il giovane Mario voleva essere milionario, perciò spendeva quasi tutto il suo salario in gratta e vinci e slot-machine”.

Per avere successo avrebbe fatto meglio a buttarsi nella piccola imprenditoria musicale, il giovane Mario. Una Società in Accomandita Semplice calabrese sta provando in questi giorni a replicare i risultati dei suoi primi investimenti. “Poveri Cristi” (Piccica Dischi, 2011/ed Warner Chappel Music Italiana Srl) esce il prossimo 17 giugno. A giudicare dalla folla di connessioni per ascoltare l’album in anteprima su rock.it, pare che le quotazioni siano già alte: è la Brunori S.a.S, piccola impresa a conduzione familiare. Guidata da Dario “contento di fare l’imprenditore” – come cantava con chitarra e voce roca nel primo lavoro – la Brunori SaS ha finalmente prodotto il Vol.2. Finalmente, perché le aspettative erano davvero alte, dopo aver conquistato il Premio Ciampi 2009 e la Targa Tenco 2010, entrambi per il miglior esordio discografico. E dopo aver convinto un esercito di affezionati fan/clienti durante un tour eccezionalmente lungo, chiuso pochi mesi fa nella Cosenza di Dario Brunori. Maschera ‘aziendale’ a parte, l’ascolto in anteprima convince al primo colpo: la temibile prova del 9 della seconda uscita è vinta, “Poveri Cristi” è un disco davvero bello. Lo streaming sarà disponibile ancora un po’, ma basta un solo passaggio e le canzoni rimangono subito dentro. Alcune nascondendo il rischio di lasciarti stecchito.

Così come il Vol.1 nel 2009, ma con un’identità diversa. Un’identità per ogni brano, in realtà: lasciando un po’ da parte il mood delle personali PannyLane di Dario e le nostalgie malinconiche – come quelle della spiaggia di Guardia rovente, del calcio o delle baguette di ‘Italian Dandy’ – con dieci storie diverse, il racconto della Brunori Sas è diventato più maturo. In alcuni momenti anche più amaro e drammatico, con la complicità di arrangiamenti musicali più complessi e raffinati a creare un effetto di straniamento. Le chitarre, i toni da urlatore e i cori – i nanà, marchio registrato della Brunori – ci sono tutti. Ma stavolta le suggestioni e l’immaginario sono molto più ampi. A partire dai testi: Vol.2 è una collezione ben misurata, dieci poveri cristi selezionati accuratamente. Ognuno ha il suo ruolo, grottesco, tragicomico, da disperato o innamorato. Dieci cortometraggi fatti musica.

Evitando spoiling sui finali, e’ proprio “Il giovane Mario”, ossessionato di insane quanto comuni voglie di ricchezza e di vizio, ad aprire l’album e a dare il benvenuto al carosello di passioni, disillusioni, tradimenti e fallimenti. I suoi goffi tentativi di dare una svolta definitiva alla vita – “a ogni fine del mese, da povero cristo, ricominciava il suo calvario” – fanno da apripista all’emigrante della road song “Rosa”, che parte dalla Calabria a bordo di una 126, per vedere poi sbiadire da lontano i suoi progetti.

“Non ho una casa, non ho una donna, non ho un cane, non ho nemmeno quattro soldi per andarmene a puttane. Che vita infame!” – E’ il povero cristo di Animal Colletti che urla la sua disperazione, in compagnia di DiMartino (uno dei due ospiti del disco), e mascherata da un rock ruvido e arrabbiato. Ci sono poi gli amori finiti, esplorando la dimensione introspettiva delle cicatrici che lasciano. Come quello della stupenda Lei, Lui, Firenze, forse il cortometraggio più efficace – tutt’altro che virtuale è l’esperienza che si prova, a passeggio per i bar Firenze a bere Biancosarti – e di Il Suo sorriso, in coppia con Dente, il quasi alter ego di Dario Brunori. O di Tre capelli sul comò, che canta l’incapacità di rassegnarsi alla perdita di una donna, con il refrain del ritornello fischiato e schitarrate beat “Mi chiedo ora, che cosa ne farò dei tuoi capelli d’oro Forse li porterò ad una zingara…al mago Conti o a Nino Strano, capaci di farti tornare da me..”

La vena romantica di Dario tocca vette altissime in Una domenica Notte “Lei si poggia sul tuo petto, cosa vuoi di più. La conosci bene questa sensazione, una specie di ottimismo senza una ragione…”. E senza dubbio nella ballata Bruno mio dove sei, forse il brano più bello e commovente – prepararsi a pelle d’oca – per un amore lontano… Possono sembrare fuori contesto La Mosca – una specie di brano di intermezzo, momento ideale per dar sfoggio però al virtuosismo della band – e Fra milioni di stelle, che chiude con un sound da Vol.1 e col messaggio finale dei poveri cristi: “Forse ha ragione il profeta Patrizio, che la vita non è poi questo grande supplizio …c’è chi beve negroni, chi nemmeno un caffè, chi si è rotto i coglioni di guardare rai3.. Ci sei tu, col culo per terra, a tener su la vita con un paio di bretelle”. Il carico di emozioni di “Poveri Cristi” lascia intuire una grande ispirazione, che difficilmente deluderà qualcuno.

Il primo ad esserne soddisfatto è Dario Brunori, che ha confessato (a chi scrive) di esserlo in preparazione del tour imminente. Cominciando con la sua “frase d’esordio del mondo”:

Ciao Dario, come stai? Stanco?

Dario Brunori

Sono giorni un po’ pieni, stiamo per portare in giro il disco con una band di 5-6 elementi. C’è da riarrangiare tutta la sezione di archi e fiati. Stanco, ma molto contento e soddisfatto…

La Brunori Sas ha alimentato le aspettative, già alle stelle, del pubblico: notizie e immagini ‘domestiche’ rubate durante le registrazioni sono state pubblicate sulle pagine ufficiali, come facebook. Avete subito pubblicato le date del tour: il contatto più forte, quasi carnale, rimane quello delle piazze…

Sì, torniamo subito a suonare, anche perché i tempi per produrre Vol.2 son stati davvero stretti. Nel tour precedente abbiamo in realtà fatto due volte lo stesso giro. Il primo per presentare il disco, poi abbiamo approfittato dell’estate per riproporlo. In tutto abbiamo coperto 140 date e nel frattempo sono nate idee nuove. L’ultimo concerto è stato il 29 dicembre, abbiamo avuto subito intenzione di rimetterci al lavoro, le canzoni erano in cantiere. Poi ho la fortuna di avere uno studio mio a disposizione…

Nello scorso tour ti sei divertito a proporre arrangiamenti diversi, a volte li hai arricchiti. Vol.2 sembra il tentativo di riproporre su traccia quello che avete sperimentato live (la versione di ‘Una domenica notte’ è diversa da quella de ‘La Leva cantautorale degli anni zero’).

Sì, una delle intenzioni era fotografare quello che era accaduto, mi piaceva che questo si traducesse sia nei testi che nelle musiche. In realtà nel Vol.1 ero quasi del tutto solo con la chitarra, l’intenzione era proprio quella di farne un disco spartano. Vol. 2 ha voluto sfruttare la band, loro sono eccezionali (guidati da Mirko Onofrio n.d.r.). Credo che in alcune occasioni siamo riusciti a riprodurre certi passaggi, soprattutto per quanto riguarda la sezione ritmica, un tipo di energia che sul palco veniva fuori e il pubblico sentiva. Senza essere pretenziosi e avere la smania di arricchire in maniera esagerata. Alla fine credo rimanga un disco cantautorale ‘con’ band. Mi piace il risultato finale.

Gli echi di un certo cantautorato anni ’70 si percepiscono molto anche qui, insieme ad altri spunti e influenze. Paragonarti a Rino Gaetano è diventato ormai un leit motiv…

Il progetto della Brunori sas prende sicuramente le fila dalla tradizione cantautorale. Sia nelle sonorità ma anche nei contenuti ci sono dei riferimenti, magari velati. Mi auguro che questi paragoni siano di invito, un modo per riassemblare cose che fanno parte inevitabilmente del mio patrimonio e vengono fuori spontaneamente.

Dieci poveri cristi, dieci storie e ritratti umani. Come non pensare, di istinto, ai personaggi di “Non al denaro non all’amore né al Cielo” di Fabrizio DeAndrè”? Anche se i personaggi della tua ‘Spoon River’ sembrano molto attaccati alla vita, nonostante a volte ci provino, a finire sotto una lapide…

Il paragone mi lusinga, e ci può stare. Di certo però io non sono formalmente così alto. Il mio disco lo vedo più come un film ad episodi, anni 60, magari anche della tradizione della commedia. Mi fa piacere trovare queste ‘vicinanze’, ma io sono più sul lato sentimentale, emozionale, di solito non lavoro così di cesello. Mi sembra di non meritarlo.

Se vuoi parliamo di qualche brano in particolare. Tutti hanno qualcosa che ti rimane in testa fin da subito: in “Lei, Lui, Firenze” si possono percepire dei flashback anni ‘80, “Tre capelli sul comò”, ha un ritmo accelerato vagamente 60’s. Qualche trucco da artigianato musicale?

Difficile dirtelo, anche perché mi sono occupato musicalmente anche in altre vesti (fonico, chitarrista…). Certo credo di avere del mestiere e mi sono calato in più ruoli. Non saprei quanto tutto ciò che ho assimilato si rifletta poi nell’aspetto compositivo. Non ho in generale un atteggiamento di premeditazione, anche se non la trovo disdicevole. In molti casi le canzoni son venute da sole, in modo ‘miracoloso’, citando proprio DeAndrè. Rosa e Il Giovane Mario, son state rapidissime, ad esempio. In questo album, più che nel precedente, ho fatto un lavoro più accurato sulla forma, ma nell’aspetto compositivo iniziale, mi lascio sempre guidare dall’ispirazione.

Molti versi sono malinconici, ci pensa la musica a riequilibrare il tono. Come la dolcezza degli arrangiamenti di ‘Bruno mio dove sei’ in cui sembra di scorgere una dedica simile ascoltata in Vol.1, e dove si percepisce un’emozione particolarmente sentita…

E’ per me un pezzo davvero molto difficile, il più autobiografico, ne parlo con difficoltà. C’è un’emozione forte, assolutamente…

Il protagonista di Rosa è un operaio emigrante che, tra le altre cose, perde una mano lavorando alla morsa. Con il personaggio di ‘Animal Colletti’, credi sia inopportuno pensare ai precari trentenni degli anni zero?

Sicuramente può essere ambientato in un contesto più moderno, anche se a me non interessa in maniera diretta parlare dell’oggi, mi piace di più parlare di qualcosa di universale. Mi piaceva utilizzare qualcosa che calasse il personaggio in un contesto conosciuto. Nell’icona dell’emigrante ho usato, ad esempio, la 126, per calare subito l’ascoltatore nel contesto. Contesto e storia sono poi strumentali, si può non parlare solo di calabresi e ci possono essere tanti casi di lettura. Ma la cosa che conta per me, è che la storia si possa raccontare agevolmente e che arrivi subito a tutti.

In vol.1 in tanti hanno ritrovato immagini precise, sfuocate, di un passato che magari non si è vissuto. Ma che sono l’ideale per la ricerca di una memoria e identità collettiva fatta di icone e feticci (come il supersantos) di una generazione ben precisa… La spiaggia di guardia esiste davvero?

Io ho vissuto la mia adolescenza a Guardia Piemontese. Quei luoghi sono assolutamente veri e miei. Anche il supersantos è un mio ricordo, non avrei mai immaginato che poteva essere patrimonio di più persone. La differenza con vol 2 è che stavolta c’è meno storia di vita vissuta mia, ma un mio sguardo su storie in parte vere, in parte verosimili in parte totalmente inventate. E’ un cambio di prospettiva che mi interessava, anche perché c’è sempre il pericolo dietro l’angolo di banalizzare quanto si è già proposto. Mi piaceva parlare di qualcosa di molto aderente al mio oggi, il mio punto di vista su un panorama più ampio, non legato solo al vissuto di Dario Brunori.

Nel disco ci sono due duetti, Dente ne ‘Il suo sorriso’ e Dimartino in ‘Animal Colletti’. ‘Rosa’ dal vivo con i Pan del Diavolo sarebbe davvero azzeccata.

Magari! Con loro ci eravamo anche sentiti, sarebbe bello poterlo fare. Animal Colletti in realtà l’avevo già scritta, poi ho visto Dimartino e band dal vivo e son rimasto subito entusiasta. La collaborazione in realtà è nata da lì. Con Dente è il frutto di una serie di incontri, con lui mi trovo molto a mio agio. Non solo a livello artistico, ma cabarettistico. Abbiamo dei buoni tempi comici, ci punzecchiamo a vicenda.

Qualche sorpresa in una delle date?

Adesso non so prevedere, non dipende sempre da noi. Ma perché no? Sarà in giro anche lui e ci incroceremo, così come anche con Dimartino. Non credo mancherà l’occasione, come dicono gli anziani…

C’è qualche povero cristo che hai pensato più facilmente degli altri, che senti più di altri?

Quello che mi ha fatto decidere il titolo e la direzione è Mario. E’ il pezzo con più elementi caratterizzanti di quello che volevo esprimere. Uno sguardo su un povero cristo con le sue contraddizioni. Non dipinto soltanto come un eroe perdente, ma anche con i suoi chiaroscuri. Questo mi piace della canzone: più elementi presenti che possono essere in contraddizione nell’essere umano.

Non è un caso che sia la traccia d’apertura, quindi

No, assolutamente. E’ stata una scelta coraggiosa: è una ‘bella mazzata’ come inizio, però mi sembrava giusto e naturale. Non ho avuto dubbi che alla fine sarebbe stata quella la scelta per l’apertura.

La scorsa estate i fan vi hanno ricoperto di supersantos e postalmarket. Immagino che il magazzino dell’azienda sia ben pieno…

(ride) Sì, molti sono stati firmati e altri regalati. Purtroppo non siamo riusciti a prendere una percentuale. Mi auguro che almeno con Biancosarti possa succedere qualcosa, vedremo. Non si trova così facilmente, ma magari una fornitura di una cassa al mese…

Con Dario si è parlato anche di parmigiane esplosive pugliesi. Ma per quello bisognerà aspettare l’estate, per il tour che inizia il prossimo 16 giugno a Milano all’ Auditorium Demetrio Stratos.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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