Fao: la rivoluzione di un nuovo modello di sviluppo agricolo sostenibile

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di Valentino Salvatore

 

Secondo le previsioni degli esperti, la popolazione mondiale raggiungerà nel 2050 la cifra record di 9,2 miliardi di individui. Come sfamare questa enorme massa di persone, soprattutto nei paesi già bersagliati da carestie e povertà diffuse? L’interrogativo si fa ancora più pressante, alla luce dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, che sconvolgono equilibri produttivi e devastano le risorse naturali. La Food and Agricolture Organization (FAO), ente delle Nazioni Unite che ha sede proprio a Roma e che punta a combattere la fame nel mondo, nel rapporto Save & Grow pubblicato lunedì propone quindi un “nuovo paradigma di agricoltura”. Al passo coi tempi, che strizzi l’occhio all’ecologia ma tenda anche ad un aumento generale della produzione alimentare, in modo da soddisfare il fabbisogno crescente di cibo. Gestire meglio il terreno coltivabile, ma nel rispetto dei delicati equilibri naturali. Con la dovuta attenzione all’assetto idrogeologico e alla gestione oculata dell’acqua, che in certe aree raggiunge livelli di guardia a causa dello sfruttamento eccessivo e dell’inquinamento delle falde. Viene inoltre valorizzato il ruolo dell’impollinazione naturale e si punta diminuzione dell’uso dei pesticidi favorendo l’impiego dei predatori di certi parassiti. Ma non si tratta di un semplice ritorno al passato o di un ecologismo slegato dalle innovazioni. La FAO vuole favorire la diffusione di tecnologie più avanzate e metodi più efficienti, che possano conciliarsi con la svolta verde e sostenibile, in un mix virtuoso.

Si cerca anche la collaborazione dei governi, per selezionare sementi più resistenti e investire di più in piani agricoli. Questi paesi però non vanno lasciati soli: le nazioni occidentali dovranno infatti supportare questi programmi di sviluppo sostenibile. La relazione della FAO arriva proprio in vista della riunione dei ministri dell’agricoltura del gruppo dei 20 paesi più industrializzati, in programma la prossima settimana. Sul tavolo, i pressanti problemi della produzione agricola mondiale e della gestione del mercato, cui il rapporto potrebbe fornire soluzioni innovative.

Secondo la FAO, una massa di quasi 3 miliardi di contadini dei paesi in via di sviluppo potranno così ottimizare la produzione agricola utilizzando metodi eco-friendly. Ciò gli permetterebbe di migliorare i propri standard di vita, ma anche di aprire prospettive all’emancipazione dei più giovani, ad esempio avviandoli alla scolarizzazione. Dal 1960 al 2000, grazie alla ‘rivoluzione verde’ la fornitura di cibo è cresciuta e un miliardo di persone è uscita dall’incubo della carestia. Inoltre, ha prodotto risorse sufficienti a sfamare la popolazione di tutto il mondo, ma l’aumento che c’è stato – da 3 a 6 miliardi di persone – necessita di una nuova strategia. Non si può più pensare di intaccare semplicemente altro terreno vergine da coltivare per soddisfare i bisogni di tutti, pena lo sconvolgimento dell’ecosistema. E’ necessario infatti puntare ad uno sviluppo agricolo che sappia preservare la natura. Anzi, “virtualmente, senza utilizzare terreni di ricambio”, fa sapere l’agenzia delle Nazioni Unite. Tra le tecniche consigliate per evitare sprechi di risorse, la rotazione delle colture al posto dello sfruttamento intensivo e l’aratura meno profonda. Nonché la canalizzazione mirata della preziosissima acqua, soprattutto nei paesi preda della siccità, per ridurne l’utilizzo del 30%. Utili anche la coltivazione diffusa di legumi e l’abbandono sui campi dei residui dei vecchi raccolti, per rigenerare i terreni.

In questo modo, si dovrebbe risparmiare fino al 60% dell’energia necessaria per gestire le coltivazioni, come dimostrano numerosi test pilota effettuati in Africa. L’obiettivo è raddoppiare la produzione agricola dei paesi in via di sviluppo, dall’Asia, all’America Latina fino all’Africa sub-sahariana. Solo così si potrà soddisfare adeguatamente la domanda agricola per sfamare più di 9 miliardi di persone tra quarant’anni. Ma per fare tutto questo, secondo l’Onu servono ben 209 miliardi di dollari.

D’altronde, la svolta verde che investe anche i paesi sviluppati presenta nuove sfide. Basti pensare alla necessità di utilizzare sempre più terreno per i cereali da biofuel, a scapito della produzione di cibo. La FAO stima che nel 2020 nei paesi industrializzati potrebbero servire ogni anno a persona ben 150 kg di mais per il bioetanolo. Da considerare anche l’impatto della stessa agricoltura sulle emissioni di gas serra, come mette in guardia il rapporto puntando al rilancio di tecniche per ridurre gli sprechi.

Il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, con questo slogan sintetizza i propositi del programma Save & Grow: “Per crescere, l’agricoltura deve imparare a conservare”. Perché le risorse di questo pianeta non sono infinite e gli equilibri da salvaguardare sono fragili, soprattutto in un periodo di vorticosa crescita demografica e di iper-consumismo.

Per consultare il Rapporto FAO “Save and Grow”:

www.fao.org/ag/save-and-grow

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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