Terrorismo 2.0

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di Paolo Cappelli

 

Che internet sia fonte di grandi conquiste dal punto di vista della comunicazione, è confermato anche dal raggiungimento del quorum ai recenti referendum, raggiunto grazie al grande tamtam sparso ai quattro angoli del mondo digitale. Allo stesso tempo, la grande rete è anche il mezzo di trasporto più efficace quando si tratta di far circolare notizie false, artatamente costruite in modo da sembrare vere, e di cui ci siamo già occupati.

E’ noto anche come il fondamentalismo religioso di matrice islamica si sia convertito all’uso del mezzo telematico per la diffusione della propria propaganda: su internet pullulano i siti di gruppi paramilitari che inneggiano alla guerra santa contro l’infedele, sempre più identificato con il cittadino generico del mondo occidentale, meglio se degli Stati Uniti o di un paese a questi alleato. Ma internet ha anche un altro sinistro merito: quello di consentire il reclutamento di combattenti a distanza, direttamente nei paesi in cui gli eventuali attacchi o attentati potrebbero essere condotti. Facendo leva sul risentimento personale e generalizzato nei confronti dell’America e appoggiandosi ai versetti del Corano, laddove Allah comanderebbe a Maometto di “ispirare i credenti a combattere”, i cervelli del sacro sforzo mirano a creare dei terroristi “fai da te”. Non è più necessario, quindi, mangiare polvere nei deserti afghani e pakistani per attaccare l’Occidente, ma seguire alcune semplici regole.

Dai siti che spiegano come preparare l’esplosivo in casa, a quelli che ispirano le menti più deboli a immolarsi con la certezza dell’accesso in paradiso, l’organizzazione terroristica più capillare del pianeta non cessa mai di stupire in quanto a capacità di adattamento e tenta di ricalcare la struttura delle grandi organizzazioni criminali: per usare una terminologia più familiare in Italia, è organizzata in una cupola (l’Al-Quaeda Core, con sede tra Pakistan e Afghanistan) e in diversi mandamenti regionali (i cui due più importanti sono quelli delle Penisola arabica e del Maghreb islamico). Uno dei nuovi strumenti, tra i tanti utilizzati, è una rivista dal titolo Inspire (ispirare), la quale ha già all’attivo cinque uscite, una per trimestre, più uno speciale, con l’obiettivo dichiarato di fare proseliti e di addestrare possibili nuovi terroristi, fornendo loro idee e rudimenti su tecniche operative. In particolare, oltre ai numerosi siti in lingua araba inneggianti alla lotta santa e al gran numero di gruppi islamici presenti nei social network, essa si rivolge direttamente ai musulmani che già vivono e sono perfettamente integrati nei paesi occidentali. Leggendo gli articoli, si rimane certo colpiti dal delirio dei messaggi propagandistici, traboccanti di citazioni dal corano e di riferimenti ad Allah e Maometto. La visione della realtà che ne risulta è certamente distorta, così come lo è la missione del terrorismo, visto come una santa guerra, ovvero la giustificata risposta di ogni buon musulmano a quanto patito dai propri fratelli. L’occidentale è il male assoluto, il tiranno che porta morte e distruzione, un nemico che è tale soprattutto perché è alleato di Israele, che soffoca il popolo palestinese, un nemico apostata che va cacciato dalle terre musulmane. La santa guerra, il sacro sforzo, è dovere di ogni buon musulmano nel suo tentativo di combattere il nemico anche e soprattutto, direttamente in occidente.

E allora via al reclutamento dei terroristi indigeni, persone animate da un odio intimo anche verso il paese che li ospita, bombe cariche d’odio pronte a esplodere e proiettare le proprie schegge tutt’intorno, ma altrettanto pronte ad attivarsi anche autonomamente, ogni qual volta se ne presenti l’occasione, semplicemente perché “ispirati”. E proprio in ogni numero di Inspire compare la rubrica Il Jihad Open Source, ovvero la fonte da cui trarre manuali che consentono di addestrarsi da casa, senza dover partecipare a corsi di addestramento in località remote. L’articolo dal titolo “Come costruire una bomba nella cucina di mamma” insegna ad assemblare micidiali ordigni utilizzando le lampadine dell’albero di natale, chiodi e la polvere dei fiammiferi come esplosivo primario, tanto per non insospettire i cani antiesplosivo. Non mancano le istruzioni su come utilizzare un SUV (si capisce il perché) per falciare pedoni occidentali e nemici dell’Islam, o un kalashnikov.

Di non poco conto è l’Operazione chiamata Emorragia, tra l’altro conclusa con successo. Si è trattato di un test cui sono stati sottoposti i principali aeroporti e le maggiori catene di controlli di sicurezza in tutto il mondo. Costata, pare, poco meno di 2000 euro, l’operazione prevedeva l’imbarco in aerei merci di pacchi contenenti stampanti in cui tutta la parte elettronica era stata rimpiazzata con la circuiteria necessaria ad attivare l’esplosivo (in modo da non destare sospetti ai controlli ai raggi X) e i toner con panetti di esplosivo opportunamente modellati (l’immagine al controllo dello scanner è praticamente identica). E la cosa peggiore è che le spedizioni, peraltro originate dallo Yemen e indirizzate ad alcune sinagoghe statunitensi, non hanno destato alcun sospetto, pur avendo attraversato hub merci importantissimi come Francoforte o Dallas, salvo poi essere scoperti negli Stati Uniti ma solo dopo aver effettuato più voli intermedi sia con aerei cargo che di linea. È altrettanto evidente che gli obiettivi non erano direttamente gli aerei. Farli saltare è più semplice con altri mezzi. In realtà, ciò che l’al-Qaeda Core voleva dimostrare è che è in grado di farli saltare anche con quei mezzi, con il fine ultimo di infierire un ingente danno economico all’industria multimilionaria del commercio aereo e costringere l’occidente a inasprire un sistema di controlli che si è manifestato, finora, fin troppo permeabile.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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