Dottor Zivago, il destino di un poeta

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Di Anna Esposito

Esattamente cinquant’anni fa, il 30 maggio 1960, fu sorpreso dalla morte il grande poeta e scrittore  Boris Leonidovich Pasternak, che si consegnò alla gloria delle lettere con il romanzo “Il Dottor Zivago”, ma il suo talento non riuscì a riscattarne le sorti, finì i suoi giorni nella persecuzione e nell’isolamento inflittigli dal regime comunista, tra miseria e stenti.

Visse d’arte la sua famiglia, e così lui, tra l’estro di un padre pittore e i vezzi di una madre pianista, di cui cercherà inizialmente di seguire le tracce, che tralascerà per dedicarsi allo studio della filosofia. Non furono però le mille strade che gli parve di scegliere a segnarne il percorso, piuttosto una voragine improvvisa, la Seconda Guerra Mondiale,  Atlantide che s’ inabissa.

Il Dottor Zivago, il più grande romanzo storico del Novecento, una carrellata sulla storia russa, spessa, quanto lo possono essere circa settecento pagine, lucida e razionale, quasi gelida come i monti innevati della Siberia, dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1905, fino alla fine degli anni Trenta , vissuta però non attraverso lo sguardo critico dell’intellettuale, ma di umili comparse coinvolte dagli eventi,  come lo potevano essere Yuri e Lara. 

 Il protagonista, Jurij Andrèevic Zivago, dopo aver combattuto la Prima Guerra Mondiale, in seguito alla disfatta russa, farà rientro a Mosca per correre in aiuto della sua famiglia, mentre tutto attorno è Rivoluzione russa in piena. Deciderà d’abbandonare la sua città rifugiandosi, con moglie e figlio al seguito, sugli Urali, lontano da un’ideale, quello bolscevico, falsa chimera che si era dimostrata solo presagio di crudeli sventure. Lì ritroverà Lara, crocerossina di cui finirà per innamorarsi. L’idillio però verrà interrotto per la cattura del Dottor Zivago da parte di partigiani russi.

Il Dottor Zivago restò per trent’anni un libro non pubblicabile in Russia, ardita pareva anche la circolazione delle bozze, lo sarà solo nel 1989, dopo la perestroika,  ché al regime comunista non sfuggì, tra i riflessi della passione di Yuri e Lara, la decisa condanna politica di Pasternak.

Fu la censura del potere ad osteggiarne la diffusione, arrogante e spietato in ogni epoca evidentemente, finché il manoscritto non giunse tra le mani di Giangiacomo Feltrinelli, che lo pubblicò in esclusiva mondiale nel novembre del 1957, attirandosi non poche inimicizie, in cima quelle del partito comunista italiano. Feltrinelli ne decretò la sorte, poteva rifiutarlo togliendosi dall’impaccio, come fece lo stesso Giulio Einaudi o Vittorio Strada , fu lunga la fila di coloro che bussarono alla sua porta per distoglierlo dalla volontà di pubblicare Pasternak, a scomodarsi fu perfino Italo Calvino.  Nonostante tutto,  nonostante fosse un uomo di sinistra ebbe il merito di portare alla luce il libro della discordia.  

Quando ormai la voce di Pasternak s’era liberata trovando in Italia  un porto franco, il Dottor Zivago si trasformò in breve nel caso letterario dell’anno. Nel 1958 Pasternack vinse prima il Premio Bancarella, poi il più ambito Premio Nobel per la Letteratura, che purtroppo non riuscì mai a ritirare, poiché gli sarebbe costata la definitiva espulsione dalla Russia e la confisca di tutti i suoi beni. L’estrema umiliazione a cui non potè sottrarsi fu quella di essere espulso dall’Unione Nazionale degli Scrittori, morirà due anni dopo, nel 1960. 

A distanza di mezzo secolo il mondo ne celebra il genio e l’ ispirazione, eppur nell’esaltazione sono pochi a ricordarne le persecuzioni politiche subite.

Il poeta è solo e fragile di fronte alla violenza della storia, tenta di offrire le sue parole per riscattare la bellezza  dall’ostilità del mondo. “Nereggiano di sotto gli spazi disgelati,/e il vento è solcato dai gridi,/e quanto più a caso, tanto più esattamente/si compongono i versi a singhiozzi.”

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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