Alessandro Gatta: non comprate i miei libri!

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Di Stefania Taruffi

Ci sono personaggi pubblici così poliedrici che ci viene il desiderio di conoscerne la storia. Soprattutto quando in quello che fanno, ci mettono tanta passione e originalità; quando rompono gli schemi e cercano di entrare nel vivo delle problematiche esistenziali. Quando il filo conduttore della loro vita è la musica, da sempre un veicolo che porta all’anima.

Alessandro Gatta

Alessandro Gatta è un giornalista televisivo che collabora da più di 20 anni con la Rai, realizzando interviste esclusive a personaggi di spicco del mondo della musica e dello spettacolo: Madonna, Michael Jackson, Vasco Rossi, Patty Bravo, Britney Spears, Loredana Bertè, Mia Martini, Anna Oxa, Gina Lollobrigida, Sophia Loren e tantissimi altri.  Segue una modalità d’intervista rapida, intelligente, molto informale, che cerca di tirare fuori la vera anima del personaggio intervistato, cercando di evidenziarne gli aspetti meno conosciuti. Ha condotto programmi radiofonici e ha collaborato con i più importanti programmi di Rai 1: da Fantastico al Festival di Sanremo, che segue dal 1996. Dal 2002 è inviato de La vita in diretta e dal 2005 anche di Festa Italiana, dove si occupa sempre di musica e segue da vicino le vicende di vita e artistiche dei più importanti cantanti italiani. Tra le sue pubblicazioni c’è la biografia illustrata di Renato Zero che è, a oggi, la prima sul mercato e la più venduta.

La carriera professionale di Alessandro Gatta parte da quando era bambino, a dodici anni. A introdurlo nel campo dello spettacolo fu il padre, che dalla campagna laziale lo portava nella capitale per fare provini di ogni tipo: Rai, teatro, spettacoli.“Mio padre ai provini mi suggeriva di dire di sì a tutto, che sapevo ballare, cantare, recitare. Io dicevo di sì e mi prendevano sempre. Poi ho imparato davvero a fare tutto”. E’ stato un bambino ‘lavoratore’, sostenuto dalla forte figura paterna che lo seguiva dappertutto. “La sensibilità per la musica l’ho presa proprio da mio padre, che però, purtroppo, è morto prematuramente quando avevo 18 anni. La sua morte mi ha segnato molto. Era per me un riferimento importante, una ‘guida’. Era molto sensibile alla musica è lui che mi ha fatto conoscere questo meraviglioso mondo e mi ha trasmesso questa particolare sensibilità”.

Il lavoro minorile non è ben visto dai tradizionalisti, specie nel mondo dello spettacolo, ma nel caso di Alessandro, è stata un’importante scuola di vita, e lo sottolinea. Come ha ricordato ai giovani presenti alla presentazione del libro di Bette Davis, di cui era relatore: ”La grinta, l’azione portano sempre a dei buoni risultati. Non dovete cadere nel vittimismo, ma reagire. Agire”. E’ un uomo che non ha preso scorciatoie nella sua vita, che non ama i compromessi, che crede nel valore della comunicazione, quale mezzo per promuovere sentimenti e valori, che ama andare ‘oltre’, spingendosi oltre i limiti dell’esplorazione umana, come nel suo ultimo libro “Schiavi per non morire- le dipendenze nel mondo del jet-set”.

"Schiavi per non morire"

In questo libro Alessandro ha reso pubbliche una serie d’interviste esclusive fatte ai più grandi personaggi del mondo della musica, dello spettacolo, dello sport, protagonisti del gossip mondiale. Sono in incognito, anche se talune identità trapelano involontariamente a causa di una certa familiarità che il pubblico ha con la loro vita grazie ad un uso-abuso del tam tam mediatico. Gli artisti raccontano la loro esperienza di schiavitù dalla droga, dal sesso, dall’alcool e dall’ossessione dei sentimenti. Il mondo narrato è quello lucente dello spettacolo, un mondo che attrae, affascina chi non lo vive da dentro ma che può nascondere insidie pesanti per chi non ha la scorza dura, utile a porre dei confini difensivi tra la sacralità dell’essere e il dover apparire nelle formule che bucano lo schermo. Le dipendenze devastano la vita di chi ne è vittima e anche di chi gli sta intorno. Un mondo sconosciuto e interessante ma il giornalista provoca: ”Non leggete il mio libro!”

La polemica è nei confronti della casa editrice che l’ha pubblicato, modificandolo nel suo spirito originario, senza stabilire con lo scrittore un rapporto chiaro e trasparente.  Cerchiamo di capirne il motivo. “Non voglio promuoverlo per vari motivi, perciò io dico: non leggete il mio libro!. L’idea era molto interessante e alla stesura ho dedicato 10 anni, in cui ho intervistato moltissimi personaggi famosi, seguendoli da vicino. La casa editrice ha cambiato l’anima del libro originale, snaturandolo. All’inizio di ogni storia di dipendenza c’era una premessa con voli pindarici, che sono stati eliminati. Il titolo era originariamente “Pensieri tossici”.  Una sorta di censura operata preferendo i sentieri classici, gli schemi condivisi. So che il libro è stato molto apprezzato, anche se la casa editrice non mi ha mai dato un riscontro in tal senso. Non ci ho guadagnato nulla, un centesimo, ma neanche un riscontro tangibile del successo di pubblico.” e aggiunge: “Dicendo di non leggere i miei libri, io tento di uscire dallo schematismo per ritrovare l’unicità, un modo per destrutturare una pubblicità che non serve a nessuno”.

Triste panorama quello del mondo editoriale: si scrive, si realizzano migliaia di libri che trattano anche argomenti interessanti e utili per capire certi meccanismi, per entrare nell’anima e nei problemi della gente, anche famosa. Per comprendere più a fondo i parametri socio-psicologici della società in cui viviamo. “Tuttavia è più spendibile il gossip, il pensiero superficiale, il racconto sull’estetica della vita, argomenti che interessano un pubblico più ampio, piuttosto che i  contenuti più profondi, le fragilità umane, sempre più forti, quasi dominanti oggigiorno” afferma Gatta.

Secondo lei, il libro ha ancora un futuro?

E’ vero che il web sta dilagando, però io resto ancora attaccato al libro, c’è un rapporto più intimo con un libro. E’ una relazione profonda che aiuta più di un analista. Oggi tanti vanno dallo psicologo ma hanno perso il contatto con l’arte, la cultura. Un bel film, un libro, della buona musica, qualche ora con un amico, aiutano più di anni di analisi.

La sua è una velata polemica nei riguardi delle case editrici?

In un certo modo sì, nel senso che ci vorrebbe più trasparenza nel mondo editoriale. Molte case editrici richiedono un contributo allo scrittore per la pubblicazione, (non è il mio caso), per poi disinteressarsi completamente della distribuzione, della pubblicizzazione del testo, di un rapporto continuativo con lo scrittore in termini di gradimento del pubblico, di mercato, di risultati concreti.

Qual è stato il suo rapporto con gli intervistati?

Li ho seguiti nei Sert, nelle cliniche, nella vita privata. Sono voluti restare anonimi, per non ostentare, come una maschera decadente, la loro sofferenza. Spesso le debolezze dei personaggi famosi sono strumentalizzate. I personaggi da me intervistati sono stati coraggiosi. A raccontarsi, a rompere degli schemi, a uscire dai preconcetti. Tutti abbiamo delle fragilità, delle dipendenze, intese come veicoli che ci possono indurre a fare delle azioni negative, contro il prossimo e contro noi stessi. Tuttavia parlarne, è già un passo avanti per prenderne coscienza.

Le loro storie hanno anche un lieto fine?

Sì certo, a parte le dipendenze sessuali, per le altre storie c’è una via d’uscita che però è una sorta d’impegno, di responsabilità nei confronti di se stessi e della propria vita. Si tratta di non puntare il dito verso l’esterno, verso la società, il sistema, la politica, la famiglia, quanto piuttosto guardare dentro di sé e cercare di affrontare se stessi e le proprie debolezze.

Lei ha sviluppato un modo molto originale di ‘raccontare’ i cantanti. Ce ne parla?

Sì io cerco di svelare l’anima del cantante attraverso i suoi fan, che s’identificano in lui, ne conoscono i segreti, le fragilità, ne conoscono ogni sfumatura, ogni parola nei contenuti delle canzoni. Spesso il rapporto di un fan con il cantante è talmente stretto che se da parte del ragazzo c’è una fragilità, una debolezza, un disturbo, questo rapporto è addirittura terapeutico, permette cioè di acquisire consapevolezza e imparare a camminare da soli. Per alcuni ragazzi di periferia il concerto del cantante preferito è un momento unico, per uscire dalla propria vita magari fatta di problemi, drammi e vivere un sogno.

Quanto è importante la musica nella nostra società?

La musica ormai non è più solo un veicolo per un piacevole ascolto, ma è soprattutto un mezzo potentissimo di comunicazione, soprattutto ai giovani, di valori, speranza, contenuti, di amore. Bisogna favorire la musica e incentivare i cantanti, perché senza musica non si può vivere.

 

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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