New York riconosce il matrimonio degli omosessuali

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di Mariano Colla

Qualche giorno fa lo stato di New York ha detto “si” ai matrimoni omosessuali.
Il “Marriage Equity Act” è passato al senato newyorkese  con una “maggioranza bipartisan”, e già questo fatto rappresenta un passo di notevole maturità politica e  sociale dei governanti della “ Grande Mela”.
L’evento può essere letto come  testimonianza di una visione pluralista della società, con le sue contraddizioni, unicità, localismi, in cui, tuttavia, la concezione di “diverso” rientra nell’ambito di un riconoscimento che non alimenta ipocrite tolleranze , bensì l’affermazione che il diritto di uno è il diritto di tutti.
Nel caso specifico, si riconosce la validità civile di un rapporto che si regge  sul sentimento, componente quest’ultima determinante per non affermare la presunta superiorità normativa del matrimonio eterosessuale, da sempre considerato l’unica forma di unione matrimoniale, in quanto legame tra uomo e donna, secondo i dettami della natura, a scapito di deviazioni biologiche che la natura stessa, incautamente, ha concepito.
Con  New York sono sei gli stati americani che hanno approvato il così detto   “matrimonio gay”. Può in parte stupire che gli americani, noti per un certo conservatorismo su temi sensibili di natura etico-religioso, si stiano pronunciando in tal modo su un argomento delicato e complesso, ma non bisogna dimenticare che alcuni principi di democrazia, di libertà  e di integrazione su cui è basata la costituzione degli USA, sono fondamentali nella protezione dei diritti dell’individuo, pur permanendo i contrasti con una cultura ancora impregnata di salmi e passi della Bibbia.

Le coppie omosessuali devono essere quindi riconosciute come le coppie eterosessuali, godere degli stessi diritti e doveri, avvalersi dell’istituto del matrimonio, se lo ritengono giusto e  necessario.
E’ un messaggio, quello che proviene da New York, che farà riflettere molti Stati, tra cui , mi auguro, anche l’Italia.
L’Italia, appunto, che in contrasto con  sani principi di democrazia  che sanciscono l’uguaglianza tra gli individui, di fatto si ostina a rimarcare la differenza tra eterosessualità e omosessualità, secondo gerarchie di valori che privilegiano la prima a scapito della seconda.
E’ noto a tutti  quanto accadde durante le elezioni politiche del 2006, quando fu sollevato da esponenti di sinistra il problema dei diritti civili e, in particolare, del riconoscimento delle unioni omosessuali e delle coppie di fatto, meglio ricordate come DICO, acronimo che significa  “DIritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi”.
In tale contesto risiedevano, ovviamente, le ambizioni giuridiche degli omosessuali che speravano di trovare, finalmente, una forma di legalizzazione dei loro rapporti.
Allora non si parlava certo di matrimonio, non sia mai, ma bastò, improvvidamente,  introdurre nell’iter legislativo  il termine “unione”  per accendere reazioni a catena da parte dei così detti “ben pensanti”.
Fu una lotta senza quartiere tra le forze progressiste e quelle conservatrici, fortemente sostenute dalla Chiesa cattolica,  e tutti sappiamo come andò a finire.
L’evento newyorkese riporta, quindi, all’attenzione anche dell’Italia una questione solo parzialmente sopita,  ed ecco che, non appena i giornali elencano commenti e interviste di uomini della scienza e della politica, si riaprono le vecchie ferite.
Il commento di Umberto Veronesi “l’amore più puro è quello omosex”, comparso su “La Repubblica “ di qualche giorno fa, ha scatenato subito la reazione del Ministro Giovanardi che, da buon tradizionalista, vede nel mondo omosessuale  pericoli morali e perversi  peccati e non trova di meglio che commentare l’intervento di Veronesi con una frase assai pesante: “deliri estivi”.
Non so se l’intervento di Veronesi era connesso con i fatti newyorkesi, tuttavia mi chiedo che cosa ha mai detto il famoso oncologo per  generare tali reazioni?

Veronesi si chiede: “L’amore più puro? Quello omosessuale. Al contrario di quello eterosessuale, strumentale alla riproduzione. L’0mosessualità è una scelta consapevole e più evoluta. Oggi la nostra cultura globale ci traduce verso il tramonto di ogni forma di intolleranza nei confronti della diversità, sessuali, etiche, religiose”.
L’opinione di Veronesi può essere opinabile, ma certamente non un delirio estivo.
Fin quando considereremo l’omosessualità come una deviazione della natura, come una forma patologica della vita con origini biologiche e psicologiche anomale, perché la natura è nel giusto solo  se si struttura per favorire  la riproduzione, emarginando,  come distorsioni, ciò che non segue tale ciclo, sarà difficile considerare gli omosessuali degli uguali, delle persone sane  e quindi inseribili con tutti i diritti nella società degli eletti, ossia degli eterosessuali.
Fin quando l’amore di un omosessuale sarà inquadrato sotto una forma di perversione  e fin quando il desiderio di una coppia di omosessuali di nobilitare e regolarizzare legalmente  la propria relazione sarà considerato un capriccio istintuale, vista la sacralità della famiglia eterosessuale, verrà confermata l’emarginazione di una comunità di individui che non sono uno scherzo della natura, ma nascono biologicamente così, senza sceglierlo.
E’ ovvio che dietro a ogni forma di ostruzionismo finalizzata a inquadrare gli omosessuali in  uno status diverso,  tale da non consentire loro la formazione di una famiglia, sia anche civilmente, quale rischio di alterare la sacralità della famiglia istituzionale, vi è un mondo timoroso della diversità, un mondo che  trae alimento dalla presunzione di poter esprimere un giudizio etico e morale sulla qualità dei sentimenti di individui normalmente inseriti nella società, giudizio liberticida, che  preclude l’espressione formale di un rapporto la cui attuazione in alcun modo interferirebbe con i latori di tale giudizio.

Alla luce di un possibile composizione del dissidio, vale la pena citare alcune considerazioni di Franco Barbero, sacerdote che per trent’anni  ha sostenuto la necessità: “di creare nella Chiesa un clima di dialogo con le persone gay e lesbiche per aprire così una via che veda nell’omosessualità ben più che uno scherzo della natura e per invitare tutti coloro che si sentono parte della Chiesa cattolica a riflettere sul proprio atteggiamento verso queste persone. Un invito a vivere la propria storia umana e cristiana “sotto il sorriso di Dio”, nella consapevolezza che è il Suo l’unico “giudizio” che conta, che ci giudicherà, senza distinzioni, con un unico metro: quello dell’Amore”.
Juan Josè Broch  coordinatore  e membro del gruppo cristiano di omosessuali spagnoli “Collettivo Lambda” affermò anni fa : “Una Chiesa che si fonda sull’amore non può rifiutare famiglie che vogliono costituirsi basandosi sull’amore.
Rivendico il diritto degli omosessuali, ad accedere a tutti i sacramenti incluso quello del matrimonio”.
E infine Vito Mancuso dice:  “La Chiesa cattolica deve prendere atto della rivoluzione sessuale. Gli omosessuali si definiscono “gay”, cioè felici della loro condizione. Una loro unione stabile è da vedere meglio di legami che non lo sono, certamente distinguendo queste unioni dal matrimonio tra un uomo e una donna, che è un dato universale”.
Che la posizione ufficiale  della Chiesa presenti riserve, può, forse, avere delle giustificazioni, non si smontano strutture dogmatiche di secoli, ma molto più incomprensibile rimane la posizione dello Stato  e dei suoi Ministri che non vanno al di là di considerazioni puramente etico-religiose, e non laiche,  per negare la parità di diritti che, certamente, non sono  “ deliri estivi”.

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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