Jim Morrison: un tour e un documentario a 40 anni dalla morte

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di Marco Milano

Cimitero di Pere Lachaise, Parigi. “Κata Τon Δaimona Εaytoy” – fedele alla sua anima: l’epitaffio in greco antico compare su una lapide nascosta tra le tombe di Apollinaire, LaFontaine, Prouste e Oscar Wilde, artisti e poeti amati da un simbolo del movimento rock della fine degli anni ’60. Ogni anno, il 3 luglio, la tomba di James Douglas Morrison, il nome completo riportato sulla lapide del cantante e leader dei Doors, è meta di culto per vecchi e nuovi fan, puntuali nel voler commemorare la rock star scomparsa nel 1971, subito dopo altre due J illustri: Janis Joplin e Jimi Hendrix.

Figlio di un generale della Marina, Jim Morrison dimostrò fin da piccolo di essere un avido lettore, appassionato di cinema e teatro (si diplomò alla UCLA di Los Angeles) e di rock’n’roll. Ma soprattutto di poesia. Folgorato da William Blake e Aldous Haxley e le sue doors of perception, Morrison iniziò presto a scriver testi, tenendo in mente la musica. Nell’estate del 1965 sulla spiaggia di Venice in California, lesse a Ray Manzarek, suo compagno di studi, i versi di una delle canzoni che gli affollavano la mente. I Doors – nome che riecheggiava Haxley – nacquero subito dopo, nel 1967 il primo album e i primi numeri uno in classifica. In meno di cinque anni, i Doors pubblicarono sei album, tutti di successo, tra le performance trasgressive di Morrison – una delle ultime, a Miami nel ’69, portò il cantante in tribunale. “Mi piacciono le idee di fuga e sovvertimento dell’ordine costituito, sono interessato a tutto ciò che è rivolta, caos, disordine” – le sue dichiarazioni alla stampa erano sincere, ma spesso provocatorie. La sua visione della band e di se stesso come il tramite per accompagnare il pubblico “dall’altra parte” della percezione iniziò a cambiare proprio dopo i fatti di Miami. Jim Morrison volle riappropriarsi della sua anima di poeta: nel tentativo di seppellire l’immagine di rock star vestita di pelle iniziò a farsi crescere la barba e a ingrassare, complici l’alcolismo e l’uso di l.s.d. Un Jim Morrison barbuto e quasi irriconoscibile compare tutt’altro che come band leader nella copertina di L.A. Woman, l’ultimo disco registrato nel 1970. Poi la partenza per Parigi con la sua compagna, Pamela Courson, un viaggio fisico e dell’anima, rincorrendo le poesie che coltivava dentro e soffocate, forse, da uno spettacolo diventato più grande di lui. Nei mesi parigini, la personalità eccentrica di Jim conobbe pochi momenti di serenità. Le sue debolezze, la dipendenza dall’alcol e i fantasmi interiori chiusero la parabola del Re Lucertola –  alter ego citato in una delle sue poesie fatte musica – alimentando proprio quel mito da cui fuggiva.

Nella notte tra il 2 e il 3 luglio 1971, Jim Morrison fu trovato morto da Pamela Courson nella vasca da bagno della loro abitazione in Rue de Beautreillis, nel Marais. Ufficialmente si trattò di arresto cardiaco, ma si sono sprecate col tempo illazioni e leggende. Una di queste è stata supportata da dichiarazioni di Manzarek, molto attento negli ultimi anni ad utilizzare qualsiasi curiosità per tener vivo il mito della band: Jim Morrison avrebbe inscenato la sua morte, per fuggire forse alle Seychelles.

Un tour commemorativo – l’ennesimo – della fulminante e rivoluzionaria carriera del quartetto inzia oggi, proprio a Parigi. Dei tre superstiti, solo il tastierista e il chitarrista della band continuano a proporre dal vivo i vecchi successi, dopo che John Densmore ha rinunciato a suonare la batteria nell ultimo progetto di revival – portando in tribunale i vecchi amici per l’attribuzione impropria del nome della band, come da ‘migliore’ tradizione rock…

Ray Manzarek e Robby Krieger saranno in Italia, al Pistoia Blues Festival il prossimo 9 luglio, per celebrare il quarantennale della scomparsa di Morrison, accompagnati da Phil Chen al basso e Ty Dennis che sostituisce il batterista originale della band. Sarà Dave Brock, già componente di una tribute band dei Doors, a cantare il repertorio della band californiana: Break on trough, People are strange, Roadhouse blues, Peace Frog e, naturalmente Riders on the Storm, The End e Light my Fire, brano icona della band – scritto proprio da Robby Krieger.

Un tour che arriva puntuale dopo il documentario When You’re Strange, uscito pochi giorni fa in Italia con la voce di Morgan come narratore, a sostituire Johnny Deep nella versione originale. Un lavoro fortemente voluto dalla band e dai familiari, nel tentativo di far dimenticare il film di Oliver Stone del ’91, accusato di aver raccontato Morrison solo come dedito all’alcol e agli eccessi, dimenticando la sua anima di poeta e compositore raffinato.

L’inquietudine, la profondità e delicatezza di Jim Morrison sembrano però pericolosamente schiacciate da un’icona fatta di merchandising e attribuzioni di frasi mai uscite dalla bocca del cantante. Basterebbe avere più attenzione per i suoi libri di poesie, per i suoi film incompiuti. E per la musica.

 

Il trailer del documentario

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

One Comment

  1. camilla
    11 luglio 2011

    ciao!! io sono stata sabato al Pistoia Blues..mitici i Doors. mi sono emozionata!!
    prima dei Doors suonavano i General Stratocuster and the Marshall. un gruppo rock di toscanacci, anche loro bravi. la loro performance è stata davvero forte!!mi hanno dato una carica..
    vi lascio il link del loro ultimo video http://www.youtube.com/watch?v=QI2XwOYrWDU!!

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