Roma violentata

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di Mariano Colla

“Movida, ecco la città violenta”, “Movida, la rivolta di Monti”, “Monti assediato da movida selvaggia”, “Qui è terra di nessuno, dicono i residenti”, ”Ronde nei rioni sotto choc”.
Cronache sulla violenza in città, giornali che con titoli cubitali riportano aggressioni, brutalità, soprusi. Una quotidianità turbata da eventi drammatici, là dove dovrebbe invece regnare la spensieratezza giovanile.
Trastevere, Testaccio, San Lorenzo, Campo de Fiori e, ultimamente, anche il quartiere Monti, registrano casi di violenza gratuita, atti non tanto legati a una diffusione della criminalità quanto frutto  di una aggressività repressa, che sente il bisogno di esplodere per futili motivi, con brutalità, e con la complicità di individui incapaci di comprendere le conseguenze delle loro azioni.
Il termine “movida”, transumanza collettiva che invade il centro della città nei fine settimana e non solo, viene, a torto o a ragione, considerata la molla generatrice di tali manifestazioni incontrollate dagli effetti a volte tragici, non ultimi il ferimento o peggio la morte di alcune persone incolpevoli, con l’unico torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E, come in tante cose nel nostro paese, istituzioni e comitati di quartiere si rimpallano la responsabilità  di tale “escalation” , le prime esibendo statistiche a favore di una discutibile riduzione dei crimini, le seconde denunciando un insostenibile regime di schiamazzi notturni, libagioni, risse e così via.

Per chi a Roma ha vissuto alcuni lustri, è lecito nutrire un pizzico di nostalgia per la Roma che fu. Per la città di “Arrivederci Roma”, di “Roma nun fa la stupida stasera”, di “ Roma capoccia”, ora metropoli, con, tuttavia, un’anima intrisa di provincialismo, modernismo e incombente decadenza.
La vita e la violenza nelle periferie dormitorio, pur facendo anch’esse periodicamente parte della cronaca cittadina, sono considerate parte di un processo comune a tutte le grandi città che, inesorabilmente, sono soggette a un incremento della urbanizzazione, fenomeno che accomuna moltitudini di individui in condizioni di precarietà ed emarginazione non solo culturale.
Roma, certamente, non si è sottratta  a tale processo, anzi, ne ha sofferto più di altre città, vista la sua vocazione popolare e provinciale, oltre alla congenita mancanza di servizi ed infrastrutture che le altre grandi metropoli occidentali, da tempo, han saputo organizzare.
In aggiunta a tutto ciò Roma sta maturando un lento, progressivo degrado del proprio centro storico, che, nel suo scadimento, offre facile esca a un incondizionato uso delle sue risorse, risorse che nella loro affascinante storicità, nella casuale stratificazione di epoche successive, sembrano emanare un senso di provvisorietà, di lassismo che alimenta atmosfere ovattate, destrutturate, prossime al disimpegno, intrise di orientaleggiante seduzione. Atmosfere  che  inducono  a fruizioni  sensitive, prive di regole, alimentate dalla marea di locali di ogni genere e tipo che invadono, appunto, il centro storico della città. Dalle periferie e dal mondo si giunge al centro di Roma per assaporare una atmosfera unica e irrepetibile che nessuna altra città, forse, offre in un clima così disincantato.
Il punto è che tale valore non è protetto, nonostante le affermazioni dei governanti.

Si dirà che Roma è diventata ciò che è grazie anche alla sua decadenza. Una vecchia signora rugosa che, tuttavia, fa trasparire di tanto in tanto  i refoli di una bellezza perduta.
Un certo senso di anarchia sembra, lentamente, impossessarsi della nostra capitale. Nobili palazzi e antiche vestigia guardano con sussiego le frotte di individui che cercano nelle notti romane l’estrema evasione. Tra loro, alcuni,  preda di droghe, alcol, deficienze psicologiche, atmosfere hippies, e con un forte senso di impunità, si sentono autorizzati a far di violenza virtù, a reclamare una libertà di comportamento in altri luoghi del mondo impensabile.
Già il senso di impunità. Stupiscono i rapporti della polizia a fronte dei recenti incidenti: ”ragazzi con comportamenti ai limiti della legalità”.  Forse la soglia della legalità in questi ultimi anni ha subito una pericolosa involuzione? Cos’altro deve succedere per  uscire dai limiti di questa legalità? Veramente vogliamo che i cittadini si facciano giustizia da soli?
Ragazzi che si esprimono con frasi  “E che sarà mai ? Ho dato solo due pugni”, riferendosi a un poveretto  in fin di vita, sono degne di attenzione, molta attenzione.

Problemi di questo tipo esistono ovunque, pur tuttavia devo rilevare che in città come Parigi, Londra, Madrid, Berlino frotte di giovani, ravvivano le notti dei quartieri centrali senza degenerare, normalmente, in atti di vandalismo, violenza, raid punitivi.
Chi ha vissuto in queste città non ha ricondotto il comportamento più virtuoso dei frequentatori della notte alla massiccia presenza di forze dell’ordine, bensì all’assenza di impunità in caso di comportamento incivile, e a una maggiore educazione civica sui valori della collettività.
Inciviltà nostrana, quindi, che si traduce nelle risse in strada, negli schiamazzi notturni, nelle violenze e, non ultimo, negli atti di vandalismo, di cui Roma è tristemente oggetto con i suoi monumenti, giardini e mura urbane cosparse di scritte e graffiti.
Quale soluzione a questo problema?
Certo non sulla linea di quanto anni fa mi disse una signora dei Parioli: ”con l’apertura della metropolitana consentiremo l’accesso al centro di Roma ai barbari”.
Le città, giustamente, vanno vissute, ma nella fruizione delle stesse esistono delle regole. Esiste intanto il  rispetto del bene pubblico, categoria quest’ultima che non sembra godere delle priorità della nostra politica, e,se il buon esempio deve venire dall’alto, non possiamo stupirci di ciò che accade al centro di Roma.
Esiste quindi il rispetto degli altri e, anche qui, non brilliamo per correttezza.
Sono certamente due problemi della società italiana, ma nel ventre molle della capitale sembrano acuirsi, anche alla luce delle suadenti atmosfere romane.
Lassismo istituzionale e ignoranza sono un cocktail pericoloso da evitare, o per lo meno  da limitare, con un significativo programma di tutela e prevenzione.
Tutela attraverso una maggiore presenza degli organismi preposti, se non altro per fissare dei limiti nella impunità, limiti che se non salvaguardati con serietà ed impegno, aprono pericolosi scenari in cui il malessere generazionale può trovare irrisolti sfoghi.  Prevenzione, e qui forse risiede il vero problema. Si potrebbe suggerire, banalmente, di investire in educazione, in cultura, forme necessarie per fare uscire dalla frustrazione e dall’isolamento soggetti critici ma, ahimè, chi rendere responsabile per tale compito?
La famiglia?
Ma da quali famiglie provengono i soggetti di cui sopra?
La scuola pubblica?
Rimane l’ultima risorsa, nonostante i tagli a cui è stata sottoposta, e in ciò sta l’augurio che un pizzico di saggezza  sfiori i nostri governanti e renda meno ardua questa importante funzione educativa.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

One Comment

  1. maria rosaria de simone
    4 luglio 2011

    il punto focale dell’articolo è sicuramente il fatto che la soglia della legalità oggi non si sa più bene se esista più davvero. Si fanno passare per normali dei comportamenti che normali non sono. La famiglia sembra aver perso il suo ruolo di guida, la scuola chiude un occhio, anzi due, su comportamenti inqualificabili…chi vuole andare ad indagare la questione e porre degli argini viene qualificato come retrogrado…un tema da discutere…il degrado morale è alto….non solo in politica, ma anche nelle piazze.

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