Scomparsa la scrittrice Agota Kristof, voce ungherese dell’esilio

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di Valentino Salvatore

Si è spenta all’età di 76 anni a Neuchâtel, in Svizzera, la scrittrice di origine ungherese Agota Kristof. Nasce nel 1935 in uno sperduto villaggio nel nord-ovest dell’Ungheria, Csikvánd, luogo che ricorderà “privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente e di telefono” nel racconto autobiografico L’analfabeta. Fugge quando le truppe sovietiche penetrano in Ungheria per schiacciare la rivolta popolare del 1956. Abbandona la sua terra natale assieme al marito e la figlioletta di quattro mesi in maniera quasi rocambolesca, per riparare in Austria e quindi trasferirsi in Svizzera. Qui, per tradizione la terra d’elezione degli esuli di tutto il mondo, impara il francese. Si dice che avesse ancora incertezze nel parlarlo e l’inflessione ungherese, ma grande padronanza nella scrittura. Il francese, lingua passpartout conquistata con fatica e con cui potrà esprimere il proprio mondo interiore, usando una prosa secca e tagliente, forgiando i libri che le regaleranno il successo internazionale. Attraverso cui cantare il dolore e la solitudine dell’esilio, dell’erranza. La nostalgia che infonde la lontananza dalla propria terra natia e la consapevolezza di un legame ambiguo, difficile da ricostituire ma i cui residui stringono indissolubilmente il cuore. Una lontananza non intesa solo in senso fisico, ma come ferita nella propria interiorità, come perdita irrimediabile. Prima di arrivare al successo, proverà le fatiche e le privazioni dell’immigrata, lavorando in fabbrica e vivendo le difficoltà dell’integrazione. Si separa anche dal marito, perché non riuscirà mai ad accettare di essere stata costretta a lasciare l’Ungheria.

All’inizio, tra anni gli Settanta e metà Ottanta, aveva percorso la strada del dramma e della poesia, con opere come La chiave dell’ascensore, John et Joe e Un rat qui passe. Poi ha il suo exploit con la cosiddetta Trilogia della città di K, tradotta in ben 33 lingue. Una storia in bilico tra crudo realismo e fiaba nera di due gemelli, Klaus e Lucas, che vivono miseria e sofferenze in una terra occupata dagli invasori. La trilogia è composta da Le grand cahier (Il grande quaderno), che diventa “Livre Européen” nel 1987, seguono La preuve (La prova) e Le troisième mensonge (La terza menzogna). Altri titoli noti della scrittrice sono Quello che resta, seguito ideale de Il grande quaderno, Dove sei Mathias? e Ieri, romanzo dal quale il regista Silvio Soldini ha tratto il film Brucio nel vento. Aveva così conquistato diversi premi letterari, come l’Alberto Moravia in Italia nel 1988, l’Adelf francese e i premi Schiller e Gottried Keller in Germania. Finalmente, aveva coronato la riconciliazione con la propria terra, ottenendo il più prestigioso riconoscimento ungherese: il premio Kossuth. Era tornata recentemente nel suo Paese per ritirarlo, felice e accolta tra grandi festeggiamenti e onori, ma con la salute oramai in declino. Adesso la sua eredità tangibile, fatta di carte e manoscritti, sarà custodita principalmente nell’Archivio Nazionale di Berna, cui aveva ceduto gli autografi. Intanto, a far rivivere il mito della Kristof anche sul grande schermo, è in cantiere un film che prende spunto dalla sua trilogia, firmato dal regista Janos Szasz. Si parla però anche di un romanzo inedito dedicato al padre, intitolato Aglaé dans les champs, l’unico testo che ancora teneva con sé insieme al diario personale. «Si considerava ungherese sempre, anche se scriveva in un’altra lingua», ha detto di lei Szasz. A riprova del suo profondo legame sentimentale con la terra di origine, nonostante la lontananza obbligata. Ma le sue storie, condite di fughe e sofferenze, e da una prosa asciutta ed essenziale, parlano a tutti coloro che vogliono ascoltarle. Siano ungheresi o meno.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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