Non mancano le EMO-zioni sul palco di Zelig

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di Erika Sambuco

Da ormai un paio di stagioni, prima sul palco di “Zelig off” e dopo, direttamente in prima serata, ospiti nel regno di Claudio Bisio (che per alcuni comici si rivela traguardo di arrivo e per altri ulteriore trampolino di lancio), scopriamo “I Mancio e Stigma”, meglio conosciuti come gli EMO di Zelig.

Nel 2002 Marco Mancin (nello sketch conosciuto come Enzo) e Patrizia Cammarota (Mara) si completano come duo nel teatro e coppia nella vita, fin poi all’aggiunta nel 2003 dell’amico Angelo Grasso (l’emo un po’ più “lento” e stralunato) che consolida il trio. La loro, come per la maggior parte dei comici, è stata una lunga gavetta e certo sarà stata tanta la gioia provata per l’avventura di essere finalmente approdati sullo schermo; ma il loro successo è dovuto unicamente alla loro bravura o probabilmente anche a questa sorta di boom che coinvolge tutto il mondo emo e le curiosità che dietro questo si celano?

Potrebbe sembrare quasi fantomatica l’idea di raggiungere il successo facendo comicità e trattando di una ristretta cerchia giovanile ma, già con le prime poche ricerche su internet, ci si può render subito conto che lo scenario non è poi così tanto ristretto e che,anzi, si tratta di una vera e propria tendenza adolescenziale che coinvolge a macchia d’olio ragazzi tra i 14 ed i 19 anni.

In realtà, il termine emo, se davvero dovesse essere collocato in un qualche scenario, sarebbe in quello musicale di una Washington D.C. degli anni ’80, diffusosi poi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e che, nei successivi due decenni, ha mutato sonorità Punk-Rock in chiave più melodica; un vero sviluppo del genere Emocore, quindi, che mira ad emozionare il proprio pubblico con le sensazioni più forti.

Come spesso succede per i trend giovanili, la parola EMO diventa sinonimo di uno stile che, pur neonato, è già cosi riconoscibile, almeno in relazione all’abbigliamento: T-shirt aderenti, jeans stretti in gambe come giunchi, scarpe Converse o Vans (finora tutta antenata “moda skater” imitata dai più famosi gruppi emocore), per continuare con cinture ed accessori a borchie o strisce colorate, il tutto condito da occhio bistrato, pelle diafana e, ciliegine sulla torta, frange asimmetriche e ciuffi stirati di sbieco a coprire un occhio. Un mix tra il vecchio ed il nuovo, per dar vita a quello che viene chiamato “Ghotic Style”, la moda di questi adolescenti ancora pronti a cavalcare i trend di una produzione volitiva che ridefinisce l’intero sociale in una processione di etichette, mode e gusti.

Questo “viaggio-attrazione” chiamato emo non si può però vidimare come “moda-meta” passeggera; vi è molto di più di una fase nel modo di vestire, una vera e propria filosofia di vita, veicolo identitario, pratica simbolica, la condivisione di un linguaggio codice espressivo per eccellenza.

Ed è questa analisi maniacale delle proprie emozioni – di cui loro non fanno assolutamente mistero, anche se questo significasse mostrarsi con gesti che passano apparentemente per segni di debolezza (come ad esempio piangere o baciarsi, anche tra sessi non opposti) ed il nostro più adulto non comprendere da dove nasca tutta questa tristezza, questa disperazione – che porta a farsi male perché, se si sceglie di essere Emo lo si è fino alla fine… La fine in tutti i sensi.

Emo è radice greca di sangue e questi ragazzi, oltre al look, condividono una ferma tendenza autolesionista, accompagnata da un atteggiamento di compiacimento narcisistico che li porta a farsi del male, a procurarsi dei tagli sul corpo o magari annunciare il proprio suicidio in rete mentre gli amici condividono il gesto commentandolo. Ecco, quindi, come in un attimo si oscura quel sottile confine tra il bene ed il male di quella che appare essere la tendenza giovanile più diffusa dei giorni d’oggi.

Oltre alle parodie dei palchi e qualche più aspro commento dei coetanei che scelgono di adottare mode più trendy, sono numerose le testate giornalistiche e le università (il prestigioso “Times” e l’Università del Michigan per citare alcuni esempi) che provano a dare spazio ad una analisi più profonda del fenomeno e se, da un lato, emerge l’insicurezza che è tipica di quella fase che è l’adolescenza (durante la quale i ragazzi sono molto più volubili e dunque soggetti a diversi tipi di influenze), dall’altro c’è il fatto che i giovani sono, oggi più che mai, esposti a comunicazioni di tutti i tipi.

E’ soprattutto online che questa tendenza ha trovato il “modus operandi”: tramite pubblicazioni di foto, video, attraverso post, gli emo si cercano e si riconoscono. In Italia il nuvolone delle polemiche si è abbattuto su alcuni siti internet che avevano come protagonisti alcuni giovani che sembravano tenere una sorta di lezione dove, muniti di lamette, spiegavano in che punto e come tagliarsi.

Emo, dunque, soltanto come emulazione? Cosa può apparire ai nostri occhi se non una generazione vuota, preda di una paranoica confusione, che subisce l’esistenza senza alcuna connotazione di felicità, che mira unicamente all’autodistruzione traendone l’appagamento di un desiderio di pace ed annullamento? Una generazione, quindi, incapace di costruirsi un Io che non sia ad immagine e somiglianza dei modelli sociali della cultura e dello spettacolo ed incapace di “uscire allo scoperto” tanto il suo senso di inadeguatezza, da doversi rifugiare nella comunicazione dietro al computer, ormai unico rifugio.

Un grande, enorme ginepraio insomma, dove il futuro diventa un mistero angoscioso da affrontare e dove forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e rimettere la musica al centro, come vero collante di questo fenomeno culturale, dove come antidepressivo si possa ancora usare la comicità e se proprio qualcuno dovrà morire…almeno muoia dal ridere!

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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