Poveri Cristi in tour: intervista a Dario Brunori, vol.2

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di Marco Milano

Si fa spesso confusione tra scena musicale indie o indipendente e il modo di fare musica (cosiddetto) alternativo. Festival, locali e club, stampa di settore, passaparola di eventi sono in realtà lo scheletro del circuito indie, un diverso approccio di fare e proporre musica. Rincorrere la possibilità di esibirsi dal vivo, badare alla qualità della musica ed evitare – inizialmente – calcoli commerciali e colossi discografici sembrano essere la stella polare degli indies italiani. Dario Brunori, con la sua Sas, fa parte di questo popolo, anche se continua a ironizzare sul fatto di essere pur sempre un imprenditore votato al solo profitto. Brunori intanto continua a conquistare il suo, di popolo – anche e soprattutto grazie al tam-tam della rete, tipicamente indie – muovendosi indisturbato tra l’autoironia, l’ironia dissacrante da intrattenitore e il suo cantautorato, più impegnato e profondo di quanto lui stesso voglia far credere. Tecnica imprenditoriale che si ri-conferma vincente, si direbbe. Per lui gli ultimi tre mesi sono stati infatti piuttosto intensi, dopo la pubblicazione del Vol.2 – Poveri Cristi: la Brunori Sas non ha dato respiro un attimo al pubblico estivo di piazze, festival, auditorium, librerie, spiagge, attraversando tutta l’Italia e toccando posti a volte insospettabili e dimenticandone (?) altri – grande è stato lo scontento dei fan campani. A Dario Brunori piace raccontare se stesso e gli altri, è ormai cosa nota. Anche quando si tratta di ribadire ancora una volta che non c’è poi molto da raccontare, se non la spontaneità con cui scrive e si propone sul palco.

E’ arrivato il momento di ascoltare qualche racconto da backstage, a tour estivo quasi chiuso. Ho appuntamento con il titolare al Circolo Magnolia, per il live del 26 agosto, dove la band si esibisce per la seconda volta a Milano. Dopo meno di un’ora inizia il concerto, ma si riesce a trovare lo spazio per una breve chiacchierata semi seria su cosa è successo quest’estate. E per tentare di capire se nuove idee sono nate, nel frattempo.

 

40 e passa date, su e giù per l’Italia e ritorno. Più che modalità indie sembra nostalgia per il Cantagiro degli anni 60. E il riscontro con le piazze è stato sempre proficuo…Cos’è, una strategia di invasione del territorio?

La definirei piuttosto una strategia di marketing sul punto vendita. Forse le date non le ho nemmeno contate, ma le sento tutte sulla pelle… purtroppo non abbiamo un carrozzone di artisti come il Cantagiro, ma l’idea era proprio di ripercorrere le piazze e partire da lì, seguendone le gesta. E’ andata bene, in un tour lungo devi tenere in considerazione anche un percorso che ti porta in provincia, dove non c’è sempre un seguito legato alla scena indipendente, ma in quelle situazione si creano a volte delle strane alchimie. Ci confrontiamo spesso con un  pubblico nuovo, che non ci conosce ancora e nasce qualcosa che ha a che fare con un banco di prova importante, per un repertorio di canzoni che vuol essere popolare. E’ lì che ti testi davvero.

Del nuovo disco se ne è parlato molto, durante il tour può nascere qualcosa di diverso. Il pubblico vede la band divertita a riarrangiare i brani in modo differente e un Dario Brunori che intrattiene con un vasto repertorio di battute e intro dissacranti alle canzoni.
La Brunori Sas cosa vede dal palco, invece?

La prima cosa, se vuoi banale, è un grande affetto. Forse anche con l’approccio che proponiamo, nascono una serie di emozioni e sensazioni che creano un legame affettivo – in certi casi si finisce sempre con grande festa. Un cosa che mi rende felice, perché travalica il valore dello spettacolo e avvalora i concetti che voglio esprimere con la scrittura. Il repertorio non è propriamente rock’n roll, quello che cerchiamo di fare è regalare un’energia, e non troppa seriosità o un approccio ‘silenzioso’. Fare spettacolo tra una canzone e l’altra, insomma, col pubblico e tra di noi. Non avrebbe altrimenti il valore del live come lo intendo io. E’ un momento che io vivo con grande interazione, non capita sempre, ma quando succede è bello.

Da bravo osservatore in questo tour sei riuscito a percepire emozioni particolari o nuove nel pubblico, magari nei momenti ‘da backstage’?

Sul palco certo non è una posizione privilegiata… per quanto ci sia dell’ abitudine, emotivamente non è un momento di grande consapevolezza. Forse sono ancora più attento a vedere quello che capita dentro me, a volte fuori, ma  in misura minore. Penso di essere un buon osservatore quando mi trovo in un buon punto di osservazione e in generale non sono molto rapido a rielaborare. Le cose e le emozioni di quest’estate magari tra sei mesi, o mai, torneranno più nitide. Molte delle cose che scrivo arrivano tardi, per il primo disco è passata giusto quella ventina d’anni…(qui la frequente risata baffuta di Brunori si alza di tono, n.d.r.) Il back stage mi offre quel rapporto di intimità che va anche oltre, e che è anche difficile gestire, spesso ti vedono come uno di famiglia o un grande amico… Ma la cosa molto bella è che il nostro modo di rapportarci fa sì che le persone non abbiano molti filtri. Riusciamo a vedere e sentire la verità, senza la tipica situazione fan-mito. Molti ci criticano anche liberamente, ed è un rapporto che mi piace, non amo l’idea dell’idolo inavvicinabile e lodato indiscriminatamente. Credo di essere il personaggio da prendere meno ad esempio nella vita, il meno indicato per questo, apposta cerco sempre di stemperare.

Qualche brano che nei concerti ti emoziona o emoziona il pubblico particolarmente?

Sicuramente molto emozionante è Rosa, capita in un preciso momento del live e ci libera da una prima fase di tensione che rimane sempre, inevitabilmente. E mi piace molto anche come stiamo rendendo “Lei Lui Firenze”. Non credo ce ne sia uno sempre particolarmente emozionante, ci sono brani che in quel momento preciso, contestualizzati, mi fanno arrivare una risposta dal pubblico. Una buona risposta ce l’ha anche “Il Giovane Mario”, magari io ho la remora che possa essere eccessivamente drammatico e spingo sul lato ironico, ma dentro di me quel brano suscita sempre qualcosa…

Qualche evento, curiosità, cibi o vini on the road? Abbiamo visto su twitter la foto di un parabrezza scheggiato. E’ successo durante il video per Soluzioni Semplici?

Quel video è stato un grande momento, si moriva di caldo, ma la cosa del parabrezza è successa in un’altra situazione: pochi minuti prima di scattare quella foto, avevamo incontrato Francesco DeGregori in un autogrill. Non eravamo sicuri fosse lui all’inizio, poi gli abbiamo lasciato una copia del cd. Abbiamo pensato che magari l’avrebbe buttato, o lasciato al casello autostradale successivo… e poi ci arriva qualcosa sul vetro, sarà stato DeGregori a lanciarci il cd.

Devo dire che in quanto a cibi e vini potrei dire di tutto, abbiamo fatto davvero un tour di alto livello. Giovinazzo, ad esempio, è stato bello perché ci sono arrivate le mozzarelle di bufala e i taralli, cosa che si è anche ripetuta a Saracena, con la differenza che lì un pacco di mozzarelle mi è stato portato durante il concerto, dopo “Il giovane dandy”, proprio SUL palco.

Giovinazzo-Saracena, una bella sfida. Magari non lo scriviamo nel pezzo, ma diciamo che alla domanda, che ti tocca, “città nel cuore?”…: Giovinazzo.

Certo che anche Marina di Ravenna, il tour calabro, San Benedetto e Torre Regina Giovanna… Ma sì, non c’è dubbio:  possiamo dire sicuramente che Giovinazzo è stata in assoluto la migliore data di quel giorno – (1 agosto).

Giovinazzo però è stata davvero una data particolare: il duetto con Antonio DiMartino, ce l’avete fatta…

Sì, ce l’abbiamo fatta ed è stato molto bello. Quella serata la ricorderò con piacere, anche se ero stanchissimo dopo una traversata incredibile. E anche se era un set un po’ corto, ci eravamo sentiti per telefono e la cosa è stata improvvisata. Al di là di altre valutazioni  i ragazzi sono fantastici, lui di grande umanità, canta in modo emozionante. Le stesse motivazioni per cui ho scelto lui (e Dente) per i duetti sono state una conferma dal vivo.

Vi siete esibiti in ‘Animal colletti’, ovviamente. E, a proposito, sei ancora convinto che non vada a toccare, come altri brani, una realtà e un disagio sociale preciso? Spesso quel brano lo introduci come ‘per voi diversamente occupati’.

In realtà dico ‘per noi diversamente occupati’… Ma cerco sempre di scacciare il demone della retorica per questi argomenti, mi piace l’idea di denunciare il disagio ma anche il vittimismo che ne può seguire, anche dal vivo. La cosa che non vorrei mai è diventare un modello che possa essere un riferimento netto, anche se mi rendo conto che quando si scrive ci sia un grande spettro di responsabilità alle spalle. Non che non voglia assumermela, ma vorrei essere solo un buon cronista, senza fare ‘comizi’, dare un’ impressione e gli elementi di una storia. Anche se la risposta, certo, è forte, voglio fare in modo che il pubblico rielabori e metabolizzi la canzone secondo una sua visione e non la mia, senza farne uno slogan. E’ il mio modo di concepire la musica.

Sul palco suoni quasi sempre con la stessa chitarra. Capiterà di cambiarla, ogni tanto?

La cambieremo, anche perché spezzo una corda ogni volta. Speriamo in qualche modello gratis, magari con qualche endorsement…

 

Aspettiamo il Vol 3, intanto. Dario Brunori è apparso carico di emozioni estive e l’ultima volta non ci ha messo poi così tanto, per farne un disco.

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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