Marcoule: nessun rischio, ma preoccupazione

image_pdfimage_print

di Marco Milano

L’allarme scattato alle 11.45 dello scorso lunedì, in seguito all’incidente di Marcoule, nel sud della Francia, è stato quasi subito ridimensionato dalle autorità francesi competenti e dall’Istituto nazionale della ricerca e della sicurezza IRNS. Non è tardata la conferma ufficiale di nessuna fuori uscita di materiale radioattivo dall’edificio, che è rimasto integro. Roland Vierne, della direzione del sito, ha precisato che l’esplosione si è prodotta nel locale del forno, e non all’interno dello stesso: “Le analisi non hanno rilevato fughe radioattive. L’edificio non è stato danneggiato”. In Italia, anche I’ ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha intanto reso noto che non ci sono rischi concreti che una nube radioattiva possa raggiungere il nostro Paese (Marcoule è a soli 242 km dal confine italiano). Nonostante “non sarà una nuova Fukushima” sia stato il mantra rassicurante delle ultime ore, lo spettro di un nuovo pericolo nucleare potrebbe non placarsi facilmente. E’ necessario però capire meglio cosa è davvero successo lunedì scorso.

La centrale fa parte del più vasto sito nucleare Marcoule, gestito da Areva e dal Cea (qui sono stati costruiti, ad esempio, i reattori ad uso militare per le ricerche finalizzate alla costruzione della bomba atomica francese nel 1955). L’incidente non è avvenuto, in realtà, in una centrale nucleare di produzione di energia elettrica vero e proprio. Dopo che l’ultimo reattore nucleare del sito è stato spento nel 1984, l’impianto si occupa del trattamento e condizionamento di rifiuti radioattivi a basso livello di radiazioni. Questo avviene attraverso un processo industriale di fusione di materiali metallici utilizzati per la manutenzione o lo smantellamento di reattori di altre centrali, e di incenerimento di altri tipi di rifiuti poco radioattivi, come, ad esempio, gli indumenti di laboratorio. Electricité de France, che gestisce le operazioni del Centro attraverso una sua filiale, parla di 4 tonnellate di metallo presenti nel forno, facendo intendere che si è trattato di un incidente più simile a quello industriale di un’acciaieria, che nucleare. Il metallo stoccato nel forno risulta avere una radioattività intrinseca di un livello pari a 67mila becquerel – unità di misura che sostituisce il Curie che indica la quantità di radioattività presente – come comunicato dalle autorità francesi. Un livello estremamente basso, in effetti, non paragonabile a quella di un reattore.

L’incidente di Marcoule non può comunque passare inosservato. A dover preoccupare non è tanto il rischio di contaminazioni, quanto la difficoltà di riporre fiducia nella gestione degli impianti nucleari – in questo caso di riprocessamento. E il fatto che sia successo nell’ultima roccaforte nucleare europea, che dipende dall’atomo per ancora il 74.12% con 58 centrali, è emblematico. Anche perché il nuovo reattore Astrid, in sostituzione definitiva del più vecchio reattore autofertilizzante Phènix dismesso due anni fa, dovrebbe entrare in funzione non prima del biennio 2014-2015. Fino ad allora i materiali di scarto da riciclare rimarranno abbondanti. Il sito non è sottoposto a tutte le norme severe di controllo delle altre centrali, per via del basso livello di radiazioni, ma vale la pena comunque interrogarsi sulla fragilità della gestione della filiera nucleare. Forse la vera origine dei fatti di Fukushima.

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *