Ma perché da noi, no?

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di Mariano Colla

In un recente articolo di Andrea Tarquini su “la Repubblica” veniva descritta  l’interessante evoluzione politica di un nuovo movimento chiamato “i corsari del web”, movimento che da qualche tempo sta ottenendo un notevole successo in Germania.
Come sostiene Tarquini, si tratta di un movimento che si batte per la libertà su Internet e si pone l’obiettivo politico di rifondare la democrazia con la Rete. Si configura come una nuova forza di sinistra libertaria, in grado di dialogare con la base attraverso i social forum e pronta a organizzare rapidamente manifestazioni e comizi per mezzo di Facebook e Twitter .
In poco tempo il “partito dei corsari del web” ha guadagnato notevole consenso tra i giovani tedeschi, stanchi e delusi dalla politica istituzionale che, tutto sommato, in Germania non è poi così qualitativamente scadente.
Il Partito ha già sfondato a Berlino e conta di sbarcare, quanto prima, nel Parlamento nazionale. Il voto di protesta giovanile si è pertanto aggregato intorno a una comunità di hacker, che hanno saputo intercettare e dare corpo al profondo malcontento che impregna da qualche tempo il mondo occidentale e non solo.
In due anni e mezzo, e senza propagandare violenza e toni razzisti, i corsari del web rappresentano la punta di un iceberg nel panorama politico tedesco.
Testimonianza di una sana creatività politica.
Contemporaneamente, negli USA, Aquaro e Rampini ci raccontano della grande mobilitazione popolare di New York. Michael Moore si fa interprete degli “indignati” americani che si radunano a Liberty Plaza e che occupano il ponte di Brooklyn.
Il popolo americano si solleva perché perde la casa, perché non può più mandare i figli al “college”, perché sono in gioco i posti di lavoro. E’ dai tempi del Vietnam che non si vedevano manifestazioni  di tale intensità.
I corrispondenti esteri dei quotidiani descrivono un’atmosfera di protesta, civile ma dai toni accessi, dove i più nervosi appaiono essere i poliziotti della Grande Mela, non più avvezzi a scontrarsi con i liberi cittadini.
Una protesta che, difficilmente, si esaurirà in poco tempo e che sollecita la fragile politica statunitense, preda di vecchie illusioni e privilegi indifendibili, a marcare posizioni più chiare a favore di una comunità vessata dagli scandali finanziari e da una recessione economica alle porte, comunità non più incantata o incantabile da facili idoli.
Richieste non facili da soddisfare, in particolare da parte di un paese ingessato dinanzi alle manifestazioni popolari.
In Spagna, con maggiore o minore intensità, si mantiene attivo il movimento degli ”indignatos”, consistente massa di giovani, e non solo, uniti dal comune desiderio di sollecitare, anche in questo caso, la politica, incapace di trovare una risposta adeguata alla crisi economica incipiente.
Il governo Zapatero, fino a poco tempo protagonista del presunto boom economico del paese iberico, naufraga sotto i colpi della crisi e della veemente contestazione dei giovani “indignatos”.
Denominatore comune delle proteste tedesche, americane e spagnole, è la non violenza. Quanto accaduto in Gran Bretagna pochi mesi fa non può essere ricondotto  in tale alveo, pur tuttavia anche i violenti movimenti di protesta inglesi sono il fanalino d’allarme di una situazione critica, e dell’indisponibilità, di alcune frange della popolazione, a subire azioni inique da parte della politica dei privilegi.
L’intero medioriente  è stato al centro delle cronache in questi ultimi mesi per le sommosse popolari che hanno causato il crollo di dittature, apparentemente granitiche. La forza della gente  è incontenibile quando sono chiari gli obiettivi della contestazione e della protesta.
Insomma, il mondo è in subbuglio e qui da noi che cosa succede?
La protesta studentesca contro la legge Gelmini, manifestazione che ha avuto momenti intensi e anche criticabili violenze, ha lasciato posto a un diffuso senso di precarietà che ha ingoiato convinzioni  ed entusiasmi. Sulla comunità studentesca sembra essere sceso un torpore, un senso di ineluttabilità dinanzi alla chiusura dell’apparato governativo alle rivendicazioni poste allora dagli studenti. L’opposizione poco ha fatto per cavalcare istanze  e sentimenti di una gioventù unica forza fresca nel grigiore politico del nostro paese.
Vedo i politici urlare alla radio, alla televisione, accapigliarsi per stupidaggini, sostenere l’insostenibile, difendere a spada tratta storici  privilegi, vedo le percentuali di consenso sia a destra che a sinistra spostarsi di pochi punti percentuali, ma non vedo alcun reale movimento di protesta trasversale, studentesco, delle famiglie, dei lavoratori che non sia già stato preventivamente ingabbiato nei vetusti slogan dei partiti.
Unico segnale l’aumento della percentuale degli astenuti o degli indecisi.
Per il resto siamo fermi.
Sull’orizzonte politico non ci sono novità, nessuno che sia in grado di dare forma e sostanza al grave malcontento e alla disillusione che attanaglia da tempo il nostro paese.
Eppure ne avremmo di motivi per scendere in piazza, a milioni, giovani in testa, categoria martoriata da politiche dissennate. Eppure nulla accade.
Per bene che vada si riescono a raccogliere le firme per un referendum, ma oltre non si va. Noi, schiere di moderati, non osiamo più riappropriarci dei nostri diritti, lo studio, il lavoro, l’equità economica, la sanità.
Perche?
Esistono dei momenti nella storia in cui la semplice rappresentanza politica  non è in grado di interpretare il sentimento popolare.
Ebbene, in quei momenti la gente comune deve essere in grado di dare segnali forti, segnali di discontinuità. Gli esempi su citati, riguardanti la Germania, gli USA, la Spagna,  l’Inghilterra  e il medioriente, lo insegnano.
Scruto l’orizzonte italiano e, per il momento non si colgono segnali di una imminente campagna popolare mirata a mettere sul banco degli imputati il sistema politico, richiedendogli chiarezza istituzionale e una giusta scaletta delle priorità. Né mi sembra il caso di invocare la situazione tragica del debito italiano per alimentare timori e paure quali cause per frenare movimenti di protesta.
Possiamo azzardare l’opinione che l’individualismo italico, il senso di “divisività”, per dirla alla Giuliano Amato, che ci caratterizza, costituiscono un solvente più che un collante, e  aggiungerei anche il senso del bene comune che non è mai stato il nostro forte, nonostante le nostre radici cattoliche. Non ultimo il ruolo della politica che ha saputo, con finezza bipartisan, immergerci in una dimensione tra il qualunquismo e l’irritazione, lasciando ben poco spazio all’azione collettiva.
La protesta non violenta è giusta e lecita ed è l’unico modo per fare uscire i politici dai salotti dai talk show e, perché no, per liquidarli anzi tempo.
Per evadere da un pericoloso sconforto, visto che i temi all’ordine del giorno sono sempre di massima priorità (scuola, lavoro, equità fiscale, ricerca, trasparenza istituzionale), è necessario dare maggior voce alla piazza, reale o virtuale, unico luogo per una espressione collettiva. Difficile dire chi dovrebbe guidare tali manifestazioni di protesta. Si può sempre fischiare chi non ci piace e applaudire chi fa discorsi credibili. Anche questo è un modo di scegliere.
Forse non diventeremo “corsari”, ma almeno la smetteremo di navigare a vista.

foto: Ansa

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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