Il processo mediatico sul caso Kercher

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di Valentino Salvatore

 

La sera del 3 ottobre, intorno alle 21:30, è giunta l’attesissima sentenza della Corte d’appello di Perugia, su uno dei casi di omicidio più controversi degli ultimi anni. Quello di Meredith Kercher, studentessa inglese venuta in Italia per studiare all’Università di Perugia, sgozzata, la notte del 1 novembre 2007, in circostanze mai chiarite nel suo letto, tra le mura della casa che condivideva con altri coetanei. Tanti punti della vicenda sono rimasti oscuri. Senza contare l’amplificarsi dei commenti, delle illazioni, dei giudizi intorno ad una storia torbida che fin da subito ha eccitato gli animi e li ha portati a parteggiare, dividendoli fra colpevolisti e innocentisti. Un processo, quello del caso Kercher, che si è svolto formalmente nei tribunali ma in maniera ben più ridondante e pervasiva negli schermi televisivi e sulle testate dei giornali.

La tragica storia si prestava all’assalto mediatico, d’altronde. Ad essere sviscerata nei suoi particolari più pruriginosi dalle più disparate inchieste giornalistiche e kermesse tv. Tutte in concorrenza tra loro per scovare l’elemento più inedito intorno cui costruire la narrazione. L’ambientazione è quella apparentemente sonnacchiosa degli universitari di Perugia, placida cittadina umbra poco avvezza a balzare agli onori delle cronache. La classica cenere sotto cui cova il fuoco, nell’opera di ‘disvelamento’ mediatico, con tutto il corollario di sessualità spinta e serate all’insegna dell’abuso di alcool e altre sostanze. Fino al tragico cupio dissolvi di freudiana memoria, tra Eros e Thanatos, che ha come vittima sacrificale proprio Meredith.

Anche gli altri protagonisti della storia sono stati deformati dai riflettori, caricature date in pasto al pubblico mass-mediatico. Meredith Kercher, la ragazza semplice, solare ed estroversa, povera vittima di un gioco perverso. Amanda Knox, l’americana di Seattle sbarazzina e disinibita arrivata in Italia per studiare, prontamente ribattezzata Foxy Knoxy, ritratta in bilico tra la santarellina e la vamp che ha qualcosa da nascondere come la mente e la mano del delitto. Raffaele Sollecito, un ingenuo ragazzotto occhialuto venuto dalla Puglia che sembra finito in una storia più grande di lui, succube della giovane americana. Senza contare l’altro coinvolto nella vicenda, l’ivoriano Rudy Guede, ormai soprannominato come ‘l’uomo nero’.

Difficile dire se i tribunali mediatici non abbiamo influenzato le corti, sebbene queste ci tengano a precisare che ciò non è avvenuto. Andare con ordine, tentare di ripercorrere la matassa giudiziaria può aiutare a capire meglio ciò che è avvenuto. Meredith, si è detto, viene trovata morta e i tre vengono coinvolti, accusati per omicidio e violenza sessuale. Secondo le ricostruzioni in aula, quella maledetta sera Raffaele e Amanda si incontrano con Rudy, conoscente di lei nella casa dove avrà luogo il delitto. E lì trovano Meredith, che probabilmente si rifiuta di partecipare ad un gioco sessuale ordito dai tre, finendo accoltellata. C’è anche qualche criminologo che ipotizza ci siano di mezzo persino riti orgiastici e satanismo.

Viene coinvolto ad un certo punto anche Patrick Lumumba, un congolese proprietario del locale dove lavorava proprio Amanda. Lei sostiene che Lumumba si trovava nella casa la sera del delitto. L’altro uomo nero, che però delude le aspettative da stereotipo: si rivelerà del tutto estraneo ai fatti. Questa parentesi contribuirà a rendere più fosca l’immagine della Knox, che lavorava nel locale di Lumumba, ma era stata licenziata per il comportamento giudicato troppo disinvolto nei confronti dei clienti. Le voci si rincorrono e vengono amplificate. C’è persino una presunta confessione di Guede, diffusa da tv e giornali nel marzo del 2010. Riportata da Mario Alessi, compagno di carcere dell’africano e condannato per il brutale assassinio del piccolo Tommaso Onofri. Secondo Alessi, Rudy Guede avrebbe proposto alla vittima di unirsi ad un festino erotico, presente anche un altro misterioso personaggio. Al suo rifiuto, l’intruso avrebbe tentato di violentarla e poi colpita con un coltello. Quindi avrebbe minacciato Guede, obbligandolo a darle il colpo di grazia. Ma non finisce qui: Rudy e il quarto uomo si sarebbero incontrati per caso in una discoteca e questi gli avrebbe dato dei soldi per fuggire. Tale ricostruzione non è stata però considerata dagli inquirenti.

Per le perizie dell’accusa, ci sono il dna di Raffaele sul gancetto del reggiseno della vittima. Su un coltello invece, impronte di Amanda all’altezza del manico e tracce genetiche di Meredith sulla lama. E quella che dovrebbe essere una rigorosa ricerca scientifica diventa una gara, si scatena il duello tra le perizie di accusa e difesa.

Arrivano le sentenze in primo grado, nel dicembre del 2010. Rudy Guede, che ha optato per il rito abbreviato e la cui posizione è più a rischio, viene condannato a 16 anni per concorso in omicidio. Raffaele Sollecito e Amanda Knox rispettivamente a 25 e 26 anni, ritenuti gli autori del delitto, descritti come la coppia legata dal sangue di Meredith. La loro giovinezza rischia di finire dietro le sbarre.

Ma in appello tutto si ribalta. Quelle che sembravano prove granitiche dell’accusa mostrano vistose falle, ad una ricognizione più attenta di una perizia superpartes. Assolti Amanda e Raffaele. Per Guede invece il cerchio si stringe e le prove sono pesanti, quasi a confermare la caricatura da ‘uomo nero’. Difficile per i periti non notare elementi come il suo sperma sul corpo di Meredith, o l’impronta della mano sul letto. L’ivoriano aveva pure tentato la fuga in Germania poche settimane dopo la scomparsa di Meredith, ma era stato bloccato dalla polizia tedesca e rimpatriato in Italia.

Così si chiude il cerchio e si arriva alla sentenza del 3 ottobre. Rudy Guede, condannato a 16 anni per concorso in omicidio e non ritenuto  “autore materiale”, rimane dietro le sbarre e si sfoga continuando a chiamare in causa gli altri due. Unico a scontare come figura secondaria in un delitto che ancora non riesce ad avere un colpevole riconosciuto. Raffaele Sollecito e Amanda Knox invece ora sono liberi e possono tornare a ricostruire le loro vite fuori dal carcere, dentro cui sono stati per 4 anni. Assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. E fuori dal tribunale, quella folla ingrassata di sospetti e fantasie da televisioni e giornali rivela il suo animo profondo, medievale, mentre urla “Vergogna” ai due ragazzi che escono. Delusa perché lo show non è andato come voleva.

Amanda vola negli Usa, accolta come una star cui già vengono proposti contratti sostanziosi per le esclusive (tra l’altro, anche per un film porno). Raffaele se ne torna nel suo paese del Sud, per trovare un po’ di tranquillità lontano dai riflettori. Non si sa – forse non si saprà mai – se Amanda e Raffaele sono davvero coinvolti nel delitto. Intanto, Meredith ancora aspetta giustizia. Nell’attesa, il pubblico tradito e affamato potrà consolarsi con la fiction sul caso uscita in America, dal titolo Amanda Knox: Murder on Trial in Italy. Almeno fino al prossimo appetibile caso di cronaca nera.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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