15 ottobre: i motivi della rivolta globale

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di Paolo Cappelli

 

Gli spagnoli che gran parte dei media ha definito “indignati”, dando così al lemma una nuova semantica, furono i primi a lanciare, il 15 maggio, un movimento di protesta callejero, letteralmente ‘della strada’, cioè popolare, e al contempo trasversale. Oggi, lo stesso movimento promuove una mobilitazione mondiale che prevede iniziative in circa 45 paesi in tutto il mondo il 15 ottobre, dal nome “United for #globalchange”. Uno specifico sito (http://15october.net/), tradotto in inglese, spagnolo, francese, tedesco, italiano, polacco, portoghese, greco, giapponese, finlandese, cinese, hindi, arabo, ungherese, russo, croato, ebraico e turco, riporta senza mezze misure lo scopo del movimento: è arrivato il momento per noi di unirci e per loro di ascoltarci: popoli del mondo, unitevi!

Tali JonAguirre, della piattaforma spagnola Democraciarealya!, si è dichiarato soddisfatto della maggior visibilità che i movimenti stanno avendo. “La situazione negli Stati Uniti è sempre stata particolare. I movimenti non hanno mai avuto una grande forza e le proteste hanno ricevuto storicamente poca attenzione. Ora la musica è cambiata perché la dimensione del movimento è di per sé già una notizia”. Francisco Morote, della rete Attac spagnola precisa che, a suo giudizio, “ciò che si deve pretendere dalle manifestazioni del 15 ottobre è che in tutte le città del mondo in cui sia possibile, si arrivi alla fine della dittatura finanziaria mondiale, dell’impero dei mercati finanziari e dei suoi complici”. La prossima giornata di protesta assume un significato particolare per la Spagna, a un solo mese dalle elezioni legislative previste per il 20 novembre 2011, che porteranno al rinnovo del parlamento e alla nomina del nuovo esecutivo.

L’analisi della situazione mondiale, della crisi economica e della condizione del cittadino medio e delle piccole imprese, alle prese con la stretta del credito e l’incertezza del futuro, effettuata dai movimenti che animano le proteste giunge a una conclusione molto semplice: il modello capitalista è fallito, ha dimostrato di non essere in grado di garantire lo sviluppo e questo essenzialmente per cinque motivi.

In primo luogo, le multinazionali sono troppo grandi, paragonabili a lenti dinosauri in agonia. I sauri preistorici perirono perché non furono in grado di adattarsi: a fronte di corpi enormi,erano dotati di un cervello troppo piccolo. Economicamente e finanziariamente parlando, i soggetti globali stanno fallendoperché le loro enormi burocrazie hanno cuori troppo piccoli.

In secondo luogo, la aziende globalihanno generato un forte sdegno nella società civile,hanno creato unacultura narcisistica dell’organizzazione secondo cui i dipendenti devono giurare fedeltà al datore di lavoro e dove i rapporti sociali si costruiscono interamente nell’ambito dell’azienda. Le multinazionali hanno sviluppato un proprio codice deontologico e una personale visione del mondo, che però diverge da quella esistente a livello della base. La dirigenza non è interessata al progresso o al fallimento di questo o quel Paese, ma solo alla crescita eal rendimento che l’estensione dei tentacoli commerciali può conseguire.

In terzo luogo, molte multinazionali si fanno beffe della legge.Non c’è quella mano invisible che regola il mercato internazionale, come immaginato dal filosofo Adam Smith nel 1759.Smith sosteneva che, mentre gli individui e le aziende sono motivati da interessi personali, una “mano invisibile” agisce all’insaputa di tutti per garantire che le attività capitalistiche rappresentino,in ultima analisi, un beneficio per la società. Tuttavia, gli ultimi cinque annihanno dimostrato che non esiste alcuna mano invisibile e che la mancata regolamentazione dei mercati ha avuto esiti disastrosi per il cittadino generico. Il parziale recuperoregistrato nel 2009 e 2010 in alcuni Paesi è servito solo a confermare che le istituzioni troppo grandi per fallire sarebbero sopravvissute ei ricchi avrebbero continuato ad essere ricchi, anzi questi ultimi avrebbero visto crescere il proprio livello di benessere. Nel frattempo, milioni di posti di lavoro sono stati eliminati o sostituiti da altri con costi di manodopera inferiori e garanzie più limitate.

Quarto, le multinazionali agiscono senza rispetto per il capitale naturale. Quattro tra le prime 10 multinazionali operano nel settore energetico, tra cui la ExxonMobil. Lo sfruttamento non regolato dell’ambiente, segnatamente dei terreni coltivabili, dell’acqua, delle risorse minerali e forestali, della pesca, solo per citare alcuni esempi, è indicativo di un cattivo utilizzo delle risorse, un utilizzo che considera l’ambiente unicamente come bene consumabile.

Quinto, le multinazionali, con il loro comportamento, hanno fatto arrabbiare la comunità mondiale. Il PIL del mondo è di circa 63mila miliardi di dollari, gran parte del qualeè proprio appannaggio delle stesse multinazionali. Si stima che solo le banche abbiano una fetta pari a 4milamiliardi (mentre gli attivi bancari ammontano a 100mila miliardi di dollari). L’intero mercato nero riesce a “guadagnare” 2milamiliardi di dollari, di cui 300 miliardi solo di droghe illegali. In molteparti del mondo, un lavoratore non è in grado di guadagnare abbastanza da garantirsi la sussistenza, aprire unconto corrente, o possedere un’auto, ma può sempre comprare droga, sesso earmi. E mentre il mondo non può, nei fatti, condividere un unico stile di vita in una sorta di grande villaggio globale, gli adolescenti afghani e quelli inglesi hanno in comune l’immagine della “bella vita” offerto da film, dalla TV e da internet, pur sapendo che si tratta di realtà inaccessibili ai più.La rabbia generata dal “vorrei, ma non posso” è però la stessa e ha lo stesso obbiettivo: le imprese multinazionali (ei governi che le sostengono).

Nella versione italiana delle pagine, c’è anche un altro auspicio, che da solo vale un commento: “Manifesteremo pacificamente, dibatteremo e ci organizzeremo fino a riuscirci”. Ecco, su questo non si può che dubitare, anche perché, in attesa delle proteste in programma nel Bel Paese e in particolare a Roma e sapendo che gli organizzatori hanno annunciato di non aver previsto alcun servizio d’ordine, non si può che temere azioni individuali e tutt’altro che pacifiche da parte di coloro i quali hanno una rabbia più forte delle altre e che non aspetta altro che poter scoppiare.

Ciò che deve essere chiaro, però, è che non si tratta di frange o di organismi estranei; non ci sono anticorpi per una malattia che malattia non è. Anche coloro che abbandoneranno, come annunciato, il percorso previsto e autorizzato dalla Questura e si renderanno responsabili di violenze e danneggiamenti sono parte di questo movimento, che ha un’anima pacifica e, spesso, un pugno di ferro nascosto in un guanto di velluto rosso sangue.

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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