Chisciotte e i Ladri d’inchiostro

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Di David Spiegelman

Sull’Isola di Boecklin, dove l’attesa tra i cipressi diventa infinita, fosse concesso di portare un solo libro, inteso come inventario del mondo conosciuto, il lettore – che avesse affinato la miopia scorrendo la storia congetturale espressa nella letteratura – non esiterebbe a scegliere il Chisciotte: esemplare compendio dell’umana avventura, secondo una follia di secondo grado, arcuata fino a incarnirsi, eletta a strumento di salvazione dall’alfabeto comune delle cose.
Se non il primo a esplorare la poetica del libro fatto di libri, della metafisica letteraria, Cervantes fu sicuramente antesignano di una poetica innovativa e irreversibile, che vede il discorso artistico accantonare in apparenza la realtà per parlare di se stesso, in modo da raggiungere la verità in maniera erratica e fulminante. I Sei personaggi come Effetto notte, le parodie di Stravinskij e Weill originano dall’intuizione cervantina volta a illuminare un mondo immaginario, per quanto perfettamente credibile, assemblato con pezzi di realtà coerenti in un ambito instabile e autosufficiente.

Non a caso Borges, affidando a un suo personaggio il compito paradossale ed eristico di negare il carattere unico e irripetibile della creazione letteraria, individuò proprio nella composizione ex novo del Chisciotte il virtuosismo esperito da Pierre Menard.
Attorno a quest’opera contemporanea dell’eternità, nonché alla vita miserabile e indicativa del suo autore, si disputa un arduo gioco narrativo collocato nel nostro tempo: lo scrittore di oggi Alfonso Mateo-Sagasta volge infatti lo sguardo agli anni posteriori al successo del Chisciotte, e alla pubblicazione di un seguito apocrifo delle avventure del cavaliere mancego, a firma di Alonso Fernandez de Avellaneda, identità presto demistificata a nome di copertura di un autore intenzionato sia a nascondersi, quanto a terribilmente screditare lo stesso Cervantes.
Il sasso di carta e inchiostro desta ipotesi estravaganti, in una Spagna imperiale che scricchiola, destinata a conoscere ben presto l’immane dolcezza avvelenata del sole che tramonta: che si tratti di Alarcon? Lope de Vega? Tirso de Molina? Dello stesso autore riconosciuto, determinato a spingere all’estremo il gioco della dissoluzione protocubista dell’identità, secoli prima di Pessoa e dall’altra parte della Zattera di Pietra?
Questo Ladri di inchiostro (Marco Tropea Editore, p. 560, euro 20), come tutti i libri genialmente immotivati, nella superficie visibile della narrazione racconta qualcosa per parlare invero d’altro nel profondo: la drastica inconsistenza della letteratura, per esempio, e conseguentemente della stessa vita umana, nel venir meno degli elementi connettivi del reale che si giustificano vicendevolmente, nella spietata incompiutezza di ogni sistema autoreferente. L’investigazione dell’io narrante, Isidoro Montemayor, non sortisce in definitiva che una partenogenesi di domande implicanti altre domande: quale il rapporto tra autore e testo? Che cosa succede ai personaggi oltre la frontiera dell’ultima pagina? Un romanzo esiste in sé o soltanto se e quando venga letto?
Si tratta di interrogativi comunque suggestivi, ma che assumono valenza epocale qualora applicati a un testo che più di ogni altro coniuga puntualmente i due canoni aristotelici, rendendoli inscindibili e connaturati: se nella codificazione della classicità Tragedia e Commedia risultano generi separati e paralleli, il Chisciotte ne svela una volta per tutte l’insondabile natura complementare, una oscura gemellarità esplicata attraverso le strampalate avventure di un malato di parole scritte e del suo altrettanto invasato scudiero. Nemmeno un maestro dell’umorismo nero come Kafka riuscì a sfuggire all’inesorabile seduzione di un’opera in apparenza la più lontana dal suo stile di fuggiasco immobile, operando un rovesciamento emblematico dei ruoli tra cavaliere e scudiero, entrambi partecipi e complici di un divertimento dai risvolti suggeriti come macabri.
Il lettore che sappia cogliere il significato degli spazi bianchi tra le righe del testo, non di rado quelli che davvero conferiscono significato a un’opera, può quindi avvalersi di Ladri di inchiostro, analitico fino alla pignoleria nella ricostruzione scenica ma – come non pochi romanzi e film in costume – corto nel fiato quando si tratterebbe di prendere slancio, per ripensare la terrificante bellezza del Chisciotte, prima e decisiva irruzione del Moderno in un’epoca ancora misurata secondo le forze del cavallo, della polvere pirica e del gergo dei venti e delle stelle. Eppure non c’è storia, nemmeno quella dell’umanità, che possa presumere sostanza senza il riscatto della letteratura, che per Chisciotte come per il suo autore era e sarebbe stato l’unico modo di esprimere il reale.

 E l’uomo di un’epoca che allora era il futuro ne sfoglia le vicissitudini, sentenendosene remoto fratello, come il cavaliere assurto a piccola nota ai piedi di un testo inesistente, in vana attesa di una Dulcinea nerovestita e senza volto.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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