L’indolente Firenze e la sua ultima “zingarata”

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Di David Spiegelman

Gli anni Settanta – quelli che non sono mai passati, ripetendosi pertanto in forma sempre più farsesca, imprimendo segni profondi nell’anima di un Paese oggi come allora diviso e inconciliato – hanno lasciato in fondo al loro nero umore la feccia grottesca dei più riusciti personaggi dell’ilarotragedia italiana, declinati in forma celluloidea con o senza presupposto narratologico, sulla base di una realtà a mala pena trasfigurata.

A Genova, nella mortifera quiete della palazzina degl’incurabili di via Ilva, l’indolente Villaggio tratteggiava il suo polittico della disperazione, con il  ragionier Fantozzi Ugo dell’Ufficio Sinistri a capeggiare la caricatura del Quarto Stato di Pellizza, insieme con i Filini e i Calboni e i megadirettori totali e le signorine Silvani e le Pine e le Mariangele: perfetto ritratto gogoliano di una società inguaribile. Intanto Germi, altro genovese apolide, cedeva alla malattia abbandonando un progetto pensato per Bologna, rielaborato da Monicelli oltre l’Appennino: la storia di un gruppo di amici, ormai giunti ben oltre la linea d’ombra che dovrebbe dividere la giovinezza dall’età matura, impegnati a esorcizzare a forza di scherzi la paura dei giorni e degli anni che scorrono, l’idea dell’infinita vanità del tutto.
A distanza di decenni, il tempo si è ritrovato, o forse era fermo da allora; e gli Amici miei sono tornati a Firenze, per celebrare una festa in forma di funerale: segno eloquente di quel che la pellicola monicelliana, divenuta poi capostipite di un trittico peraltro sempre più sofferente nell’ispirazione e nella vena attorale, per quanto sempre premiato dagli incassi, ha saputo rappresentare nella storia del cinema, o meglio della cultura popolare.
Nessuno più ormai riuscirebbe a intendere Bella figlia dell’amore, l’invocazione verdiana del Duca a Maddalena, senza riferirsi alle disavventure picaresche dei malvissuti cinquantenni fiorentini: segno di come gli autori avessero saputo ritrarre in piena fedeltà lo spirito del tempo, o meglio di un popolo che non sarebbe mai stato tale. Eppure, allora, c’era veramente poco da ridere.
Mentre l’Italia si preparava a indossare il passamontagna, o a segnare per terra col gesso le sagome delle vittime, dalla balaustrata di Piazzale Michelangelo i cinque malmostosi toscani di mezza età guardavano alla città grigia, raccontando una storia di rancore e disperazione, sublimate nella risata di Bachtin, emblema del comico come salvacondotto dal nulla. Nei tre capitoli, sempre più cupi e disperanti, di una saga che gli sceneggiatori (Benvenuti, Bernardi e Pinelli) avevano scritto attingendo alla grande tradizione trecentesca, come al passaparola fiorentino contemporaneo, la storia degli amici che rinunciano a prendere la vita sul serio era il clamoroso contrappunto all’addensarsi delle nuvole su un Paese distratto e immemore.
A milioni affollarono i cinematografi, per seguire splendori e miserie del caporedattore Perozzi, io narrante del primo capitolo e fantasmatica presenza del seguito, insieme con il Necchi, il conte Mascetti, il professor Sassaroli e l’architetto Melandri. Non tutti sapevano che l’estrema beffa del racconto, con l’assoluzione in articulo mortis ottenuta dal Perozzi con lo strumento della supercazzola, riprendeva pari pari la novella di Ser Ciappelletto, eco della pestilenza che originò il Decameron e quindi di un’epoca tanto remota quanto sempre attuale.
Ecco perché centinaia di persone, giorni fa in piazza Santo Spirito a Firenze, hanno voluto prender parte a L’ultima zingarata, rievocazione del funerale del Perozzi: tentativo di correggere, fuori tempo massimo, il finale di una piccola storia senza morale.
Cinici, misogini, sgradevoli, immorali eppure disperatamente legati alla vita: questi i personaggi che secondo una prospettiva diacronica potrebbero risultare i mal cresciuti Moraldo e i suoi fratelli, i Vitelloni di Flaiano ritratti da Fellini qualche tempo prima: ma il corso delle cose e delle esistenze ne ha prosciugato i già poveri bagagli di speranze, ormai c’è solo da giocare una partita impossibile con il Nulla, non a scacchi ché sarebbe troppo bergmaniano, piuttosto alla goriziana nella sala biliardo del bar del Necchi, vero tabernacolo di un dio assente o quanto meno distratto, che non dispensa salvezze ma dannazioni concatenate.

 L’idea di girare ancora una volta l’addio al Perozzi, senza per questo voler cambiare il finale a una storia già scritta, è venuta al cineasta Federico Micali, con il plauso esplicito dello stesso Monicelli, in chiara adesione al mal contento dei cultori della saga, rispetto al progetto di prequel che Aurelio de Laurentiis ha affidato a Neri Parenti, con ambientazione quattrocentesca e cast da cinepanettone, che arriverà nelle sale il prossimo anno.

 Del gruppo di attori originale è rimasto da questa parte dello specchio il solo Gastone Moschin, classe 1929. Sono partiti da tempo Tognazzi, Del Prete, Celi, Montagnani e anche Noiret. Quest’ultimo, il Perozzi, potrebbe oggi dire: «Il bello della zingarata è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio… come l’amore. Nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere. Non c’è più!».

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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