La situazione dopo la primavera araba

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di Fernando Termentini

Gheddafi è stato trucidato, Mubarak e Bel Alì sono stati deposti, l’Occidente plaude i risultati conseguiti dalle popolazioni islamiche per arrivare alla democrazia, mentre il siriano Assad continua, invece, a reprimere con la forza il dissenso del proprio popolo. Gli avvenimenti recenti in Tunisia, in Egitto ed ora in Libia, dimostrano, invece, i limiti della tanto osannata primavera araba, i cui risultati sono molto inferiori a quelle che potevano essere le aspettative occidentali. E’ in atto, infatti, una strisciante e preoccupante regressione che sta vanificando quella che poteva sembrare l’evoluzione moderna di un Islam fondamentalista. Riemerge lo scontro millenario tra sunniti e sciiti con protagonisti l’Arabia Saudita e l’Iran. L’Egitto ripropone un modello che ormai si pensava appartenere al passato.; la rivalutazione del regime militare e l’annullamento del ruolo femminile nella vita del Paese.

In Tunisia i gruppi estremisti vicini ai Fratelli Mussulmani, gli Ennahda, hanno riscosso la fiducia dei cittadini che hanno partecipato alle prime elezioni libere dopo quaranta anni di dittatura, cancellando la possibilità dell’affermazione di uno Stato sicuramente laico. La Turchia, si sta proponendo come il “leader massimo” dell’Islam emergente dalla primavera araba, assumendo posizioni estreme con la condivisione della politica iraniana e di quella di Hamas, mentre rifiuta gli aiuti offerti da Israele in occasione del recente terremoto che ha colpito il Paese. L’Arabia Saudita, come già avvenuto in passato, ha ripreso ad investire fiumi di danaro per appoggiare il consolidamento di fazioni fedeli all’Emiro, in particolare cercando di estendere la propria influenza in Paesi del Golfo come il Bareihm. In Algeria Al Qaeda rialza la testa. La cellula attiva tra il Niger, Mauritania e Mali ha ripreso a minacciare l’Occidente e rapito una cooperante italiana.

Il Capo del CNT libico ha annunciato la liberazione della Libia nonostante che la situazione sia ancora fluida ed il primogenito di Gheddafi chiami a raccolta i suoi fedelissimi per vendicare l’omicidio del padre. Mustafa Abdul Jalil ha dichiarato la ferma intenzione che il futuro del Paese dovrà essere improntato al rispetto della “Sharia”. La legge coranica che prevede, tra l’altro, la lapidazione della donna infedele ed il taglio della mano di chi è sorpreso a rubare. Un annuncio accompagnato dalle manifestazioni di una folla plaudente al grido “Allah akbar” (Dio è grande), che coglie di sorpresa un Occidente fino ad ora troppo ottimista sui risultati che avrebbe ottenuto “la primavera araba”. La situazione è complessa e rischia di riaccendere i contrasti che si ritenevano ormai cancellati dai venti di democrazia che arrivavano dalle Nazioni islamiche dell’Africa mediterranea.

Un rischio che non sembra impensierire chi almeno politicamente ha appoggiato fin dall’inizio le rivendicazioni delle popolazioni dell’area come il Ministro della Difesa britannico, che sottolinea il successo raggiunto dal CNT in Libia “seppure macchiato dalla fine di Gheddafi” o Obama che esprime tutta la sua soddisfazione per l’inizio di una “nuova Libia”. Ottimismi che potrebbero essere sconfessati nell’immediato futuro quando il tepore della primavera araba potrebbe trasformarsi in un rigido inverno in cui tutti saranno contro tutti e non sarà chiaro quali saranno i governi con cui trattare. Le premesse ci sono e grande è il rischio che sia vanificato il sacrificio di tutti coloro che, come il tunisino Muhammad Bonazizi, hanno sacrificato la propria vita aspirando ad un rinnovamento epocale delle loro condizioni di vita. Una schiera di illusi che vedendo rapidamente svanire le speranze di democrazia, cancellate da nuove realtà che nulla hanno a che fare con le aspirazioni di libertà, potrebbero scendere di nuovo in piazza con conseguenze difficili da prevedere.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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