L’Unione dei Disoccupati Europei

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di Francesca Lippi

 

Non nascondiamoci dietro un dito: nel Vecchio Continente il tasso di disoccupazione è piuttosto altino. La media dell’Ue a 27 è del 9,5: 9,3 per gli uomini e 9,7 per le donne. A dirlo è l’Eurostat, prendendo in considerazione la fascia di età compresa fra i 15 e i 64 anni e –come anno di riferimento- il 2010. In percentuale gli occupati europei arrivano ad una media del 64,1 per cento sul totale delle forze lavoro (diminuendo dal 65,8 del 2008 e dal 64,5 del 2009).

Nel continente europeo, i paesi più virtuosi sono la Svizzera (78,6 per cento di occupati), l’Islanda (78,2 per cento di occupati: non male per il paese che era stato dato come il più disastrato d’Europa), Norvegia (75,3), l’Olanda (74,7), Danimarca (73,4), Svezia (72,7) e Austria (71,7). È interessante notare che di questi paesi solo Olanda e Austria hanno adottato come moneta l’euro; la Svizzera, l’Islanda e la Norvegia non fanno neppure parte del’Ue.

In Italia

Non va molto bene il Belpaese, con un tasso di occupazione 56,9 per cento: meno del 58,7 per cento del 2008 e del 57,5 per cento del 2009. Come forse già noto, solo il 46,1 delle donne è occupato, mentre il 67,7 per cento degli uomini in età compresa fra i 15 e i 64 anni lavorano. I dati, collocano l’Italia al terzultimo posto della classifica Eurostat, quindi al 25° tra i 27 Stati membri dell’Ue.

Peggio di noi solo Malta (56 per cento) e Ungheria (55,4). Da evidenziare come l’Italia e l’Ungheria, assieme alla Grecia siano le uniche nazioni all’interno dell’Unione a non aver ancora istituito un “reddito minimo di cittadinanza”, nonostante nell’ottobre 2010 il Parlamento Europeo abbia approvato una risoluzione che ne chieda l’istituzione in tutti i paesi dell’Unione, per un importo pari almeno al 60 per cento dello stipendio medio di ogni paese. A cosa servirebbe un reddito minimo di cittadinanza? Potrebbe essere –prima di tutto- utile ai disoccupati italiani e che secondo l’Istat nel 2010 erano circa 2.100.000. Di questi, in realtà, non più del 30 per cento ha potuto usufruire di sussidi. In particolare, da tali sussidi sono paradossalmente esclusi i disoccupati che hanno lavorato di meno e –in un certo senso- gli stessi precari. In Italia, infatti, fra l’inizio del 2008 e giugno 2010 sono stati attivati 27,4 milioni di contratti di lavoro, di cui ben il 73,4 per cento precari: questi a quanto pare non solo non godono di diritti durante il periodo di lavoro, ma non ne godono neppure fra un contratto e l’altro: eppure, solo nel 2009, ben il 63 per cento di chi ha perso il lavoro era precario.

I giovani

“I giovani rimangono esposti ai rischi maggiori”, si legge rapporto di monitoraggio Isfol sulla Strategia Europea per l’Occupazione. “Nel primo semestre del 2011 la disoccupazione in Italia si attesta sui livelli registrati nei maggiori Paesi europei” e –per quanto riguarda i dai Isfol- questa avrebbe segnato “una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente”. I blandi numeri positivi (o meno peggio), però non riguardano i giovani. La stabilizzazione della disoccupazione italiana, con una tendenza alla diminuzione, sembrerebbe in linea con Francia e Germania e segnerebbe una differenza spiccata con la Grecia, la Spagna e l’Irlanda, che invece registrano una sensibile tendenza all’aumento della disoccupazione.

Ma la mancanza di lavoro di lunga durata (rappresentata da persone in cerca di lavoro da più di dodici mesi sul totale della popolazione attiva), dovrebbe essere il primo campanello di allarme di quella che viene definita “disoccupazione strutturale”. Secondo il rapporto Isfol, infatti, anche se il dato italiano risulta allineato a quello di Francia e Germania ed anche se appare distante da Paesi in forte crisi occupazionale, come Spagna, Irlanda e Grecia, continua a perdurare il rischio di disoccupazione strutturale, come già accaduto nel corso degli anni novanta, soprattutto per quanto riguarda i giovani.

“L’ondata della crisi economico-finanziaria ha agito sui livelli occupazionali in misura differente rispetto ai diversi segmenti della popolazione, registrando un impatto più critico sulle fasce più giovani”. Infatti, la componente giovanile presenta elementi di criticità decisamente maggiori, soprattutto riguardo la disoccupazione di lunga durata, primo indicatore del rischio di disoccupazione strutturale. In questo caso, quindi, il livello di disoccupazione giovanile di lunga durata del nostro Paese, risulterebbe più vicino a Irlanda e Spagna che non a Germania e Francia. Ed anche “la dinamica degli indicatori osservati nel corso della crisi evidenzia una crescita repentina della disoccupazione giovanile, a fronte di una buona tenuta della disoccupazione totale”.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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