Chi ha detto che le mezze stagioni non esistono più? Intervista a Guido Guidi

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di Mario Masi

Ormai di meteo e cambiamenti climatici se ne parla ovunque e ne parla chiunque. Viene il dubbio che quando ci si appella al consenso scientifico non ci si riferisca più solo a quella parte della scienza che studia attivamente i cambiamenti climatici mondiali, ma la comunicazione mediatica metta in buona compagnia meteorologi, presentatori di servizi meteo, sociologi, politici, associazioni, avventori del bar sotto casa, venditori di ombrelli e chiunque abbia una opinione in merito.

Noi, per capire meglio, ci siamo rivolti a Guido Guidi, tenente colonnello dell’Aeronautica Militare e noto meteorologo tv, fra gli autori del sito Climate Monitor.

In piena crisi finanziaria e con rischi di una nuova recessione all’ orizzonte, i governi non sono disposti a impegnare risorse per la riduzione delle emissioni. Stati Uniti, Canada, Giappone e Russia hanno già comunicato che non firmeranno alcun nuovo accordo vincolante ne. 2012, quando il regime attuale cesserà. E’ la fine del protocollo di Kyoto?

Il tam tam dei negoziati preparatori al summit di Durban del mese prossimo non lasciano molto spazio al’immaginazione. Lo spazio per un accordo non c’è, come non c’era per Cancun l’anno scorso e per Copenhagen due anni fa. E’ probabilmente la fine degli accordi unilaterali, cioè di quegli accordi che assegnano ruoli diversi a diversi protagonisti a prescindere dal loro peso in termini di emissioni. Kyoto è fallito non solo perché chi lo ha sottoscritto e ratificato non lo ha poi implementato, se non sulla carta e con ricorso a risorse – leggi ad esempio biocarburanti – il cui impatto migliorativo in termini di emissioni è tutto da dimostrare. Non solo perché alcuni grandi emettitori non lo hanno ratificato – leggi ad esempio gli Stati uniti – e altri, pur facendolo, hanno ottenuto condizioni che autorizzavano a non tenerne conto, leggi la Russia, ad esempio. Non solo per queste ragioni, ma soprattutto perché conteneva al suo interno le premesse del fallimento. La delocalizzazione delle attività produttive e delle emissioni innanzi tutto, che sposta il problema ma non muta il bilancio delle emissioni. E l’esclusione di quelli che già all’epoca erano dei giganti e oggi sono dei protagonisti assoluti in termini di emissioni, la Cina e l’India. Oggi l’occidente, e l’Europa soprattutto, sta impegnando enormi risorse per implementare l’uso delle fonti rinnovabili. Quasi tutte le infrastrutture e i materiali impiegati vengono dall’est, dove sono prodotti facendo un massiccio ricorso alle fonti fossili. Non credo che questa strategia possa portare molto lontano, né in termini economici, né in termini di emissioni. Sì, fermo restando l’impegno che ogni paese deve mettere per ridurre l’impatto ambientale dei propri processi produttivi, temo che l’azione corale sia finita qui, prima ancora di cominciare.

L’opinione scientifica sembra concordare sull’assunto che il clima del Mediterraneo si è definitivamente tropicalizzato. Il nubifragio di Roma e il disastro in Lunigiana può spiegarsi con l’equazione: più calore uguale maggiore energia e, quindi, estremizzazione dei fenomeni meteorologici?

L’opinione scientifica non è esattamente quella delle dichiarazioni alla stampa, ma per fortuna è ancora quella delle pubblicazioni che, nel tempo, reggono il confronto con l’ambiente scientifico. In questo senso parlare di tropicalizzazione del Mediterraneo è speculativo, perché non mi risulta che nessuno si sia mai preso la briga di scrivere qualcosa di serio al riguardo che non fosse una simulazione ma una analisi di ciò che realmente accade, specie se si parla di eventi estremi, nella fattispecie temporali intensi e persistenti.

In termini di circolazione generale atmosferica, quella che sta prevalendo in questa stagione è una circolazione ad elevata componente meridiana, cioè sviluppata lungo la direttrice nord-sud. C’è quindi un prevalente trasporto di aria fredda verso le latitudini Mediterranee e un altrettanto importante trasporto di aria calda verso l’entroterra europeo. Nella fase in cui arriva l’aria fredda ci sembra di essere piombati in inverno, nella fase in cui ci tocca quella calda di essere tornati in estate. Tutto questo ha un nome: stagione di transizione, cioè autunno e primavera, quelle in cui prevalgono gli scambi meridiani, che sono il meccanismo con cui il calore in eccesso ricevuto dalle latitudini extra-tropicali viene redistribuito verso le alte latitudini. Ai tropici è diverso. Il calore è trasportato verso l’alto essenzialmente attraverso lo sviluppo di imponenti nubi temporalesche, una fascia di temporali che circonda tutto il Pianeta. In estate quella fascia sale un po’ più a nord, in inverno si ritira verso l’equatore. Durante lo scorso mese di luglio – che non è stato affatto clemente – quella fascia era un po’ più bassa di latitudine, salvo poi essere salita con un po’ di ritardo, contribuendo a prolungare una stagione iniziata, di fatto, in ritardo.

Ma torniamo al calore, all’equazione e alla scienza. I temporali, siano essi isolati o in gruppi che tecnicamente possono definirsi ‘organizzati’, prendono origine dalle condizioni ambientali nel luogo e nel tempo in cui si formano, per cui dire che venti giorni fa faceva ancora caldo e quindi ora piove più forte è risibile. C’erano condizioni di anomalia termica positiva prima del nubifragio su Roma del 20 ottobre scorso? Sì, il Tirreno centrale era un po’ più caldo della norma, pur essendo in fase di rapido raffreddamento. C’erano condizioni di anomalia termica positiva prima degli eventi di Liguria e Toscana? No, il mare era in anomalia neutra o debolmente negativa. L’equazione non torna. Torna invece il conto – purtroppo – di eventi che non sono affatto nuovi per quel territorio, né per le devastazioni causate, né per le quantità di precipitazioni cadute, che sono certamente eccezionali, ma hanno dei precedenti ancora più significativi. Sta accadendo più di frequente? Ancora non mi risulta che nessuno l’abbia provato, pulendo il segnale dall’antropizzazione del territorio, pesando le misure di precipitazione in modo da renderle paragonabili etc. etc., insomma, studiando sul serio la questione piuttosto che rilasciando dichiarazioni ad effetto.

Il Mediterraneo viene considerato un ‘hot spot’. E’ vero che In Italia abbiamo avuto un aumento di un grado e mezzo, rispetto al +0,8 gradi centigradi della media globale?

Il Mediterraneo è un hot spot perché possiede caratteristiche climatiche ad ampio spettro. Su di esso si affacciano Paesi con clima più tipicamente continentale, così come paesi con clima desertico. E’ nel mezzo, per cui ogni modifica, a prescindere dalle cause che possono generarla, può avere impatti significativi. Al riguardo mi piace ricordare sempre quello che ai più sfugge. La nostra civiltà è nata in una zona che oggi è un deserto, si chiamava mezzaluna fertile e andava dalle coste orientali del Bacino al Golfo Persico. Lì sono state domesticate la gran parte delle specie animali e selezionate la gran parte delle specie vegetali che oggi costituiscono la base della nostra alimentazione. Un cambiamento non banale direi, avvenuto però per cause assolutamente naturali. Le conosciamo? No.

Quanto all’aumento delle temperature, ancora una volta a prescindere dalle cause che possono averlo generato, le serie storiche di cui disponiamo dicono esattamente così, il nostro Paese  si è scaldato di più. Ma, purtroppo, se esiste un limite – e in realtà ne esistono molti – nella conoscenza delle dinamiche del riscaldamento globale, esso è proprio quello di non poter ricondurre il discorso a scale spaziali più limitate conservando la già scarsa attendibilità delle simulazioni climatiche. L’hot spot del Mediterraneo dovrebbe vedere un progressivo inaridimento del suo settore meridionale e un aumento delle precipitazioni nel settore settentrionale. Pare stia accadendo il contrario. Infatti, dopo un periodo decisamente più arido coinciso con le ultime decadi del secolo scorso, ora piove molto di più, soprattutto sul meridione. Certo, stiamo parlando degli ultimi anni, al massimo dell’ultima decade, periodi brevi con scarso significato climatico. Ma altrettanto breve è stato il periodo che lo ha preceduto, che però sembrava andare nella direzione indicata dalle simulazioni. L’equazione non torna. O ci desertifichiamo o ci tropicalizziamo. Non possono succedere le due cose insieme. Molto più probabile che succeda quel che è sempre accaduto, e cioè che il clima sia soggetto a oscillazioni di breve, medio e lungo periodo seguendo dinamiche che in parte ancora sfuggono alla nostra capacità di comprensione.

Da circa 10 anni ci sono sfasamenti stagionali sempre piu’ rilevanti: perché non esistono più le mezze stagioni?

Direi che da circa dieci anni si ripete un’affermazione che non ha senso. Se non fossimo in una tipica stagione di transizione, non avremmo il tempo atmosferico che la contraddistingue. Nei giorni scorsi si parlava della prima vera perturbazione autunnale in arrivo. Poi quando è arrivata ne abbiamo visto gli effetti e si parla di tropicalizzazione. Il cittadino generico medio, che non sa di clima e meteorologia, considera adatte e rappresentative per la mezza stagione le piogge torrenziali delle sciroccate autunnali o le ottobrate romane, che poi sono ottobrate in tutta Italia? Potrebbe essere utile saperlo, ammesso di poter fare qualcosa perché prevalgano le une o le altre. Il punto è che la norma climatica, intesa come comportamento medio, è sostanzialmente un concetto che abbiamo inventato noi ma che la Natura non conosce, se non come qualcosa che scaturisce dalla somma, nel tempo e nello spazio, di una serie di situazioni anche molto diverse tra loro, anche prive di punti in comune. La si calcola per convenzione su un trentennio, quindi dieci anni, ammesso e non concesso che questi vedano un cambiamento, non sono rappresentativi. E’ chiaro che più si allunga il periodo, più la media è rappresentativa ma ‘assorbe’ le oscillazioni ad alta frequenza, diventando così idonea a descrivere il clima, ma allontanandosi irrimediabilmente dalla nostra percezione. Mentre ci interroghiamo sulla violenza degli eventi dei giorni scorsi e sulle temperature ancora miti che caratterizzano questo autunno, la costa orientale degli Stati Uniti, la città di New York – che per inciso è alla stessa latitudine di Roma – ha visto la nevicata più precoce dai tempi della guerra di indipendenza. E’ autunno anche lì, come in tutto l’emisfero nord.

Con riferimento al nostro, di autunno, non posso e non so entrare nel merito degli aspetti infrastrutturali o territoriali che possono aver avuto un ruolo nelle dinamiche dei fatti recenti. Ma so che tutte o quasi le precedenti situazioni a questa paragonabili sono arrivate proprio nei mesi di ottobre e novembre, in Liguria e in Toscana come nel resto del Paese. Questo vorrà pur dire qualcosa.

Mario Masi

Mario Masi

Master in Scienze Ambientali. Autore di: "No Slogan, le bugie al tempo dei catastrofisti". Direttore responsabile di Itali@Magazine.

One Comment

  1. 30 ottobre 2011

    COLPA DELL’ UOMO CHE MODIFICA LO STATO NATURALE DEI TERRENI,
    USA CONCIMI, UNSA SEMI ALL, OGM,
    ARA LE MONTAGNE, TAGLIA GLI ALBERI,
    I TERRENI DI FORTE PENDENZA NON SI DEVONO ARARE,
    PERCHè LE ACQUE TRASCINANO IL TERRENO ALLA VALLE INTASANDO MODIFICANDO IL CORSO NATURALE DELLE ACQUE.
    LUOMO OGGI ARA I TERRENI AGRICOLI DI FORTE PENDENZA.

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