L’Italia nelle fotografie dell’ANSA

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Napolitano al Vittoriano per la mostra (Foto ANSA)

di Mariano Colla

 

Nel mondo degli specialisti dell’informazione, e non solo, il termine ANSA evoca una insostituibile sorgente di notizie, un assiduo e indispensabile sensore sintonizzato sugli eventi del mondo. Quale giornalista non si avvale dei comunicati dell’ANSA? Gran parte dei nostri quotidiani impiega la storica agenzia di stampa romana per impostare e redigere articoli, editoriali, inchieste. L’ANSA indaga sulle cose del mondo, produce una quantità impressionante di notizie flash, ma il flash, appunto, estendendo il significato del termine alla fotografia, ha costituito sin dalla nascita della agenzia, un altro modo per fare cronaca e per lasciare testimonianze visive della nostra storia.

Testimonianze che sono in mostra al Vittoriano sino all’11 dicembre nell’ambito della rassegna intitolata: “Fotografiamoci”. La rassegna fotografica racconta la storia di 60 anni del nostro paese attraverso una nutrita esposizione di immagini a partire dal 1945, anno di fondazione dell’agenzia, per terminare ai giorni nostri. Infatti, nel gennaio 1945, Giuseppe Liverani, direttore amministrativo de Il Popolo, Primo Parrini, direttore amministrativo dell’Avanti!, e Amerigo Terenzi, consigliere delegato de l’Unità, fondarono un’agenzia di stampa in forma cooperativa tra giornali, indipendente dal governo e da gruppi privati, e con l’assenso delle autorità militari alleate. Il 15 gennaio 1945 uscì la prima pubblicazione dell’ANSA, sotto forma di notiziario distribuito nella sola città di Roma.

Curiosità, emozione, nostalgia spesso ci accompagnano dinanzi a una fotografia e la rassegna del Vittoriano non dispensa il visitatore da tali sentimenti, espressioni di un coinvolgimento a cui egli non può sottrarsi visto l’arco temporale della rassegna che riguarda grandi e piccini. Istantanee, dunque, che con la costanza e precisione di un metronomo scandiscono il tempo e colgono attimi del nostro passato e del nostro presente nell’estrema sintesi di un clic. Eredità del passato, quando la tecnologia digitale non aveva ancora fatto la sua irruzione nel campo fotografico, la singola fotografia ci rimanda al lavorio sotteso alla sua esecuzione, frutto di una attenta selezione del soggetto e, successivamente, di un accurato sviluppo nelle claustrali camere oscure.

Col tempo questa poesia creatrice si è andata lentamente disperdendo, consegnando l’istantanea alle molteplicità e ripetitività del digitale, semmai con qualità e potenzialità superiori da effetti speciali, ma privandola di quel tocco di artigianalità che la faceva unica e irripetibile. Ebbene le fotografie in mostra, per il 90% rigorosamente in bianco e nero, ripercorrono la storia dell’Italia, da paese agricolo, povero e devastato quale era nell’immediato dopo guerra, fino alla grande illusione degli anni 60 del boom economico, per continuare dal 68 agli anni di piombo e poi piano piano sino ai nostri giorni. Per chi è più adulto, e tanti se ne contavano alla mostra, le immagini richiamano alla memoria personaggi, ambienti, situazioni avvolte in un pizzico di nostalgia, un po’ della serie “come eravamo”.

Una netta linea di demarcazione separa i primi 30 anni, dal 1945 al 1968, dai secondi 30. Dal 1945 al 1968,si delinea il periodo delle grandi illusioni, dei sogni, del desiderio di vivere secondo schemi e simboli importati dagli Stati Uniti, paese, agli occhi nostri, del benessere e del tutto disponibile. E’ il periodo in cui si manifestavano i prodromi di un consumismo alle prime mosse e in cui si impone un ciclo sociale connotato dalla ingenuità e semplicità nei tratti e nei gesti delle persone. Appartengono a quella fase istantanee che ritraggono la messa in piega domenicale di signore e signorine, le distinte figure di uomini in camicia e cravatta, i volti allegri di bambini con il farfallino e la sobrietà di femminucce con la bambolina a passeggio con i genitori sul verde di parchi incontaminati, magari sotto lo sguardo austero del poliziotto o del vigile di turno. E’ il tempo delle festicciole in cui gli adolescenti, al ritmo di 45 giri in vinile, si sfiorano nel timido abbraccio che il ballo della mattonella sembra garantire. Sono i tempi in cui una cultura tradizionale e conservatrice definisce con chiarezza i modelli comportamentali e lo Stato è ancora il simbolo da rispettare. Nello spettacolo Nilla Pizzi e Achille Togliani lasciano lentamente il posto a un dinoccolato Adriano Celentano e il ballo del liscio si trasforma nel frenetico twist.

Gli stadi del calcio sono affollati di tifosi con la mise della domenica, i tradizionali abiti completi con tanto di camicia bianca e cravatta, nonostante le focose manifestazioni di entusiasmo durante la partita. Poi, improvvisa, la grande burrasca invade questo mondo patinato, ingenuo forse realmente idealista, per scatenare rabbia, voglia di diversità, nuove identità, prospettive di fuga.

I giovani si privano degli eleganti vestitini, un po’ suggeriti e un po’ imposti dalla società e da mammà, e riemergono, agitando nuove bandiere e nuovi slogan, in una dimensione che alimenta nuovi sogni, meno ingenui e più articolati. Sono alla ricerca di una autonomia e di una identità impensabile poco prima, anche a costo di violenze estreme. E le foto riproducono, flash feroci e drammatici, le manifestazioni di piazza, le braccia alzate, chi col pugno chiuso e chi nel saluto fascista. Volti alterati e deformati nell’urlo che afferma la partecipazione alle nuove dinamiche di gruppo. Sono ritratti il sangue, le camionette della polizia, i primi caduti e i volti sgomenti di una folla adulta che non capisce, perché tutto, all’improvviso, sia cambiato, si sia frantumato. La consapevolezza che il mondo stia cambiando viene documentata da immagini, spesso, tragiche, da fotografie che evidenziano la preoccupazione più che la gioia.

Sono testimonianze di anni inquieti, insicuri, di anni che ribaltano le sicurezze così difficilmente costruite nel dopo guerra. Le foto degli attentati, degli scioperi generali, degli anni di piombo, della morte di Moro, documentano un‘Italia alle prese con un travaglio interiore che non trova quiete, dove vecchi e nuovi ideologismi si confrontano e si combattono in una lotta senza quartiere. Bisogna giungere agli anni ‘80 per ritrovare dei clic meno drammatici, quasi un tentativo dei fotografi di riconciliarsi con gli eventi, un sospiro di sollievo che induce l’obiettivo a ricercare ironia, divertimento, gossip, una leggerezza antica.

Gli anni ‘90 e 2000 ci propongono un turbinio di eventi, dai più drammatici, come gli attentati a Falcone e Borsellino, alle gioie per una Ferrari vincente, con incursioni nel mondo politico in ebollizione, da mani pulite ai faccioni sorridenti di Prodi e Berlusconi, ai drammatici sbarchi degli albanesi prima e degli africani poi. In un altalena di sensazioni l’ultimo ventennio si configura come è, instabile, senza una chiara direzione, un po’ alla ricerca di senso. Il colore ha preso il posto del bianco nero quasi a voler dare toni cromatici a una Italia che, forse, ha perso smalto.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

One Comment

  1. alessandra coppola
    4 novembre 2011

    ho visto oggi l’esposizione fotografica al Vittoriano inerente agli eventi della nostra storia nel bene e nel male,o forse è meglio dire sia nel bello e nel brutto. Essi segnano la vita della nostra Italia; mi hanno colpito molto le foto dei personaggi italiani con grandi gesta, ed è bello vedere e sapere che moltissime erano di fatti con il sapore del bene.Però nonostante sia stata usata una attenta cronologia delle storie nei vari anni a mio mal cuore ho notato tra gli italiani nel fare del bene all’estero non sono stati ricordati i ragazzi partiti per Berut non ho visto nessuna foto, eppure non è tanto tempo fa, sono sicura di non avere notato una mancanza verso i nostri fratelli, ma soltanto un’ assenza dovuta a materiale non trovato. Sarebbe stato bello vedere i sorrisi di speranza dei nostri giovani prima di partire tutti insieme, tanto da dare esempio agli altri è gradevole mettere foto dei vivi, e non tanto di chi ci ha lasciato; per non scoraggiare le generazioni future. Voi cosa ne pensate di tutto ciò.Spero di una vostra condivisione e nel caso contrario da buona Italiana ho detto la mia. Grazie dell’attenzione buona lettura ciao da Alessandra.

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