Andrea Muccioli: vi racconto San Patrignano

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di Mario Masi

Mio padre mi diceva: “L’amore non è una torta che diventa più piccola a ogni fetta che tagli, ma qualcosa che si moltiplica e cresce se riesci a dividerlo con più persone”.

Il disagio giovanile costringe spesso i ragazzi a vivere in una sorta di gabbia d’oro. Si cresce con i soldi sempre in tasca e modelli asfissianti a cui aderire per non sparire. L’entusiasmo degli anni più belli si spegne a poco a poco nella superficialità del contesto sociale. Il bisogno d’amore affoga nelle solitudine delle mura domestiche. La voglia di conoscere è ingessata nei rigidi schemi formativi scolastici. E’ un vuoto che cresce,  è la strada per la droga.

Andrea Muccioli ha raccolto coraggiosamente nel 1995 la sfida lanciata dal padre Vincenzo. San Patrignano è un luogo protetto, dove i ragazzi possono ritrovare se stessi, l’amore e la fiducia che è sempre mancata. Visitando la comunità si comprende come la solidarietà, il lavoro, il senso di appartenenza comuni siano il collante di queste anime perse che hanno ritrovato la forza per ricominciare di nuovo e meglio di prima.

Quando era adolescente che rapporto aveva con quei ragazzi che suo padre accoglieva?

All’inizio non è stato facile. Non è facile dividere una persona che ami profondamente come tuo padre con tanti altri. Spesso lui usava questa immagine: “L’amore non è una torta che diventa più piccola a ogni fetta che tagli, ma qualcosa che si moltiplica e cresce se riesci a dividerlo con più persone”. Ecco: se senti e provi questo, ti rendi conto di avere il privilegio di vivere in posto straordinario. D’altro canto i nostri genitori, nonostante l’enorme impegno della comunità, ci sono stati comunque vicini. Abbiamo avuto modo di vivere esperienze e rapporti con gli altri, certamente più intensi e numerosi di quelli che normalmente vive un adolescente.

Chi sono i tossicodipendenti oggi?

I ragazzi sono cambiati. Ieri vedevo ragazzi difficili, pieni di rabbia, ma alla ricerca di risposte rispetto a forti aspettative di libertà e di giustizia sociale. Oggi spesso ci troviamo di fronte a contenitori vuoti, giovani privi non solo di qualsiasi valore, ma privi di identità. Si trovano a crescere con un sacco di cose potenzialmente utili, con soldi, modelli martellati nella loro testa che subiscono completamente, perché non c’è nessuno che media, per cui devono essere belli, freschi, possibilmente devono apparire da qualche parte in televisione, se no non esistono e non contano nulla. E poi devono consumare, la loro identità la devono costruire sulle cose che comprano, non su di se. Questo è già droga. La droga nasce qui.

Quando iniziano e cosa assumono?

I dati sono quelli che già conosciamo. Arrivano sempre più giovani. Assumono di tutto. Fumano e sniffano, così possono continuare a pensare che non sono drogati. Difficile tracciare un identikit del nuovo tossicodipendente. Sono trasversali. Ricchi e poveri, vengono dal nord e dal sud, dai piccoli e dai grandi centri. Il fatto è che ci sono molti ma molti più drogati oggi che nel passato.

Nella mia recente visita alla comunità sono rimasto colpito dallo spirito di solidarietà che anima i ragazzi. Li ho visti lavorare e condividono la propria vita affrancati dagli abitudinari schemi relazionali della cosiddetta società. Cosa fa nascere questo modo di affrontare gli altri e il lavoro?

Le persone accolte a San Patrignano sono da subito coinvolte in una vita di relazione responsabile, attiva, aperta e impegnata, con il sostegno di educatori e di ragazzi che hanno già vissuto e stanno superando le stesse problematiche. Attraverso le relazioni sociali, la formazione professionale, lo studio, lo sport, le attività ricreative, ogni ragazzo impara gradualmente a vivere valori umani e sociali universalmente riconosciuti come la dignità, l’onestà, la responsabilità, il vicendevole sostegno, fino a renderli principi fondanti della propria vita. L’opportunità di imparare al meglio una professione, poi, riveste un ruolo fondamentale nel percorso educativo.

Come si può arginare il disagio adolescenziale?

Costruendo una rete educativa che possa aiutare i giovani ad uscire dall’enorme equivoco nel quale li abbiamo precipitati e aiutare noi a riappropriarci delle nostre responsabilità d’adulti. Dare loro dei riferimenti seri, fatti di comportamenti, più ancora che di parole. Dobbiamo offrirgli strumenti perché possano progettare il loro futuro, senza sentirsi scatole vuote utili solo come acquirenti-consumatori del nulla, autorizzati dall’assenteismo o dal materialismo dei genitori, a vivere l’illusione degli stupefacenti. Perché in ogni sballo c’è sempre la fuga dalla realtà. Nella realtà ci stai nella misura in cui ne sei soddisfatto e ne sei soddisfatto se hai degli strumenti, dei valori da condividere e da costruire.

Ci sono varie leggende che circolano sulla comunità. Che i parenti dei ragazzi ospitati paghino una retta, che godete di sostanziosi finanziamenti pubblici, che siete un mondo chiuso all’esterno. Possiamo fare chiarezza al riguardo?
Non sono richiesti né accettati contributi dai ragazzi accolti e dalle loro famiglie, né rette dallo Stato. Tramite la vendita, a livello internazionale, di beni e servizi di alta qualità realizzati nei laboratori e settori, la Comunità è in grado di coprire il 50% del proprio fabbisogno economico. Il restante 50% proviene da donazioni di privati, aziende e fondazioni.

Mario Masi

Mario Masi

Master in Scienze Ambientali. Autore di: "No Slogan, le bugie al tempo dei catastrofisti". Direttore responsabile di Itali@Magazine.

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