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David Grossman vince il Premio della Pace 2010

Di Valentino Salvatore
Quest’anno l’Associazione dei librai tedeschi ha assegnato il Freindenpreis, il prestigioso Premio della Pace 2010, allo scrittore israeliano David Grossman. La consegna è prevista per il 10 ottobre prossimo nella Paulskirche di Francoforte, durante la Buchmesse, la Fiera del Libro. Il turco Orhan Pamuk, l’ungherese Peter Esterhazy e il nostro Claudio Magris sono tra gli scrittori che recentemente hanno ottenuto questo importante premio di rilievo internazionale.
La giuria ha sottolineato come David Grossman sia uno degli intellettuali più impegnati a creare un dialogo pacifico tra palestinesi e israeliani. Nella motivazione, si riconosce infatti a Grossman il tentativo di “comprendere e non solo descrivere la propria posizione, ma anche quella di chi la pensa diversamente”. Il noto scrittore ha firmato romanzi, saggi e anche libri per bambini, tradotti in 30 lingue in tutto il mondo e s’è distinto per la sua spiccata attenzione alla “difficile convivenza” tra le genti del Medio Oriente, Grossman ha anche mostrato come “alla spirale di violenza, odio ed espulsione dei popoli si può mettere fine con la forza della parola”, nota la giuria.
 Una speranza, quella di Grossman, che coltiva e nutre con ostinazione, nonostante sia stato direttamente colpito nei suoi affetti più cari proprio dalla follia della guerra.  Il figlio Uri, giovane militare di leva appena ventenne, nel 2006 è stato ucciso durante la guerra contro il Libano, colpito da un missile anticarro. Una crudele beffa del destino, un paio di giorni dopo l’appello dello stesso Grossman al governo israeliano per trovare una soluzione pacifica al conflitto. Proprio lui, che insieme a molti altri intellettuali del suo paese aveva inizialmente sostenuto Israele e che ha sempre rivendicato la sua appartenenza e la volontà di difendere le ragioni dell’esistenza del suo paese.
 “Io sono laico” aveva detto durante la commemorazione di Isaac Rabin nel novembre del 2006 “eppure ai miei occhi la creazione e l´esistenza stessa di Israele sono una sorta di miracolo per il nostro popolo, un miracolo politico, nazionale e umano”. E questo “anche quando molti episodi della nostra realtà suscitano in me indignazione e sconforto” ha ammesso “anche quando il miracolo si frantuma in briciole di quotidianità, di miseria e di corruzione, anche quando la realtà appare una brutta parodia del miracolo, esso per me rimane tale”.
Grossman ha però sempre coltivato e nutrito le sue posizioni critiche, attente al dialogo e alla comprensione dell’altro, come riferisce ne Il vento giallo, saggio sulla popolazione palestinese nei territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza del 1988. Con una ricerca faticosa di buonsenso e di equilibrio, senza dimenticare la necessaria empatia. Senza sposare né le tesi dell’ultradestra israeliana e delle sue pretese integraliste, né l’innocentismo forzato dei filo-palestinesi.
C’è quindi ancora bisogno di intellettuali come David Grossman. Soprattutto in un momento di tensione internazionale che vede Israele di nuovo nell’occhio del ciclone, dopo l’assalto in acque internazionali della Freedom Flotilla da parte dell’esercito israeliano. Da rileggere, per rendersene conto, il suo intervento recentemente apparso su Repubblica. “Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele” inizia Grossman con decisione, “nessun pretesto può motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito”. Ma non è l’incipit per un prevedibile atto d’accusa unilaterale. Critica anche la “piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa” che ha “arruolato centinaia di pacifisti ed è riuscita a far cadere lo Stato ebraico in una trappola”. Ribadisce il rimprovero per l’“uso esagerato della forza” da parte dei soldati israeliani, che in questa occasione si sono comportati come “una masnada di pirati”, dice senza mezzi termini.
“Queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza” ci tiene a precisare. “Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie” continua Grossman “e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami”. Lo scrittore non può dimenticare però il “prolungato e ignobile blocco alla Striscia di Gaza”, “l’approccio aggressivo e arrogante del governo”, la “linea politica goffa e fossilizzata” del militarismo che ignora “cervello, sensibilità e creatività” per affrontare certe questioni spinose.
Le parole di Grossman esprimono tutta la difficoltà e le contraddizioni di un uomo attento che ama il suo popolo, ma che non vuole accettare acriticamente la linea aggressiva e spera in un processo di rinnovamento interno. E’ infatti preoccupato per quello che definisce un “processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele”, con strutture governative sempre più “fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele”.

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