Paura e delirio a Bruxelles, la Nutella diventa fuorilegge

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Di David Spiegelman

L’Europa degl’inarrivabili ciambellani, diuturnamente indaffarati a provvedere misure rigorose per il bene dei sudditi, pardon cittadini, rischia di assomigliare nel tempo alla surreale e grottesca clinica della salute del dottor Kellogg, secondo – s’intende – la reinterpretazione cinematografica di Alan Parker. Un lugubremente allegro manicomio, dove ci si complicava la vita nell’illusione di migliorarne i contorni.

Si direbbe infatti che pure a Bruxelles ci vogliano tutti Morti di salute, se hanno un senso compiuto le ultime normazioni sulla disciplina pubblicitaria dei prodotti alimentari.
La direttiva sulle etichette approvata nei giorni scorsi, infatti, inibisce le campagne promozionali di alimenti non conformi al “miglior profilo nutrizionale”. Sarà vietato ricorrere a campioni dello sport o a moduli comunicativi salutistici, nel caso di prodotti che superino nel peso totale il 10% di zucchero, il 4% di grassi e 2 milligrammi di sodio. Insomma, la vecchia cara Nutella finisce alla sbarra, tra i cibi sconsigliati, se non proibiti. Il tutto a cresimare vieppiù quel senso di colpa che ben conoscono gli adulti, usi a tornar bambini di fronte al barattolo della crema alla nocciola prodotto dall’industria albese.
C’è qualcosa di occhiuto, e al tempo stesso di preoccupante, in questa ossessione comunitaria per il benessere dei cittadini, variante igienistica del dirigismo orwelliano espresso da un’ipertrofia legislativa molto simile, per quanto declinato in modi melliflui, a un totalitarismo soffice. Bastava la saggezza ancestrale di generazioni di mamme, use a razionare le cucchiaiate della dolcissima emulsione; di contro non sarà certo un editto brussellese, oltretutto emanato in tempi di acuizione dell’euroscetticismo a causa dei disastri che affliggono intere economie nazionali, a rendere meno goloso l’alimento voluttuario per eccellenza, sublimato da Nanni Moretti – in una celebre scena di Bianca ad antidepressivo naturale insostituibile.
Le strategie comunitarie sugli alimenti “politicamente scorretti” sembrano poi contenere un elemento di significativa autocontraddittorietà, qualora si tenga presente un altro recente pronunciamento in materia dolciaria, questo ispirato a principi in assoluto antitetici a quelli salutisticamente polizieschi.

 Il riferimento è a una direttiva del 2003, che disciplinava le condizioni alle quali il cioccolato potesse chiamarsi cioccolato e come tale essere smerciato. Bene, a Bruxelles si stabilì che il burro di cacao, elemento imprescindibile come legante delle tavolette di pregio, poteva essere sostituito fino al 5 per cento del peso totale da «sostanze grasse vegetali». Il provvedimento in questione, non a caso contestatissimo dai produttori di cioccolato di alta qualità italiani e belgi, rese lecito l’uso di componenti semilavorati dal costo largamente inferiore al burro di cacao, ma dalla dubbia coerenza nel gusto come la stearina e gli oli di palma, colza, girasole, karitè e mango.
Vien da chiedersi, magari davanti a un bel barattolone totemico di Nutella, di quelli da cinque chili goduriosamente saccheggiato col mestolo da minestrone, quale idea di bene comune si persegua all’ombra della bandiera azzurrostellata, se l’intransigenza sulla genuinità alimentare abbia connotazione a targhe alterne.
La domanda successiva forse poi trascende l’ontologia della crema gianduia, per riformulare ironicamente una questione tutt’altro che di basso costo: per quanto a volte meravigliosa la vita, come purtroppo è risaputo, è la principale causa di morte. Se è vero che occorre misura nell’attraversarla, per non renderla troppo accidentata, è altrettanto incontestabile come la sistematica deprivazione di ogni piacere, se spinta all’estremo, trasformi il nostro fugace passaggio su questo mondo in una concatenazione di gesti autopenitenziali che non hanno altra conseguenza che incattivirci, renderci peggiori.  A chi nel secolo scorso sarcasticamente diceva «Le cose buone della vita o sono peccato o fanno ingrassare», dal fondo del nostro presente risponde l’ereditiera diseredata americana col suo motto «Meglio poveri che grassi».

La ragione fondamentale di queste misure internazionali, per quanto è dato di sapere, atterrebbe al problema crescente dell’obesità infantile e adolescenziale, endemico oltre Oceano e – come tutte le cattive mode – già presente nel Vecchio Mondo in forma di avvisaglia. Ma il puritanesimo proibizionista rischia di essere un rimedio peggiore del male, eccitando in prima battuta un gusto dell’illecito che, nel caso dei prodotti dolciari, sarebbe pleonastico: più sensato sarebbe interrogarsi sulle cause della vita sedentaria, presupposto del sovrappeso non meno evidente della cattiva alimentazione.

Se il dolce da premio diventa narcotico, la colpa non è di chi lo produce. Ed è ingiusto attribuire alla crema di nocciole le colpe di un disorientamento generale che spesso soltanto un cucchiaino di Nutella riesce a dissolvere, purtroppo per il breve tempo utile a sciogliersi in bocca.

 Foto di notti cabirian in licenza CC Attribuzione, Condividi allo stesso modo, Non commerciale

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

One Comment

  1. 20 giugno 2010

    Salve.
    Il bello di tutta questa storia è che la Nazionale di Calcio Tedesca fa la pubbicità per la Nutella.Difatti moltimla chiamano la Banda della Nutella. Forse è per questo che ora son giù ci corda, stanno per perdere la loro Nutella.W Quì in Germania le Donne di Casa stanno gia facendo scorte di emergenza. Salutönen.

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