“Quasimodo pagliaccio e fascista”, l’ira di Ungaretti per il Nobel mancato

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Di David Spiegelman

La cellulosa gronda sangue e bile, se è vero che l’apertura di ogni carteggio archivistico disvela più miserie che splendori dei letterati. Ultimo a manifestare un volto poco commendevole, per quanto già ne fosse nota la lunare iracondia, è Giuseppe Ungaretti, terzo incomodo nel novero di poeti novecenteschi italiani di cui soltanto due sarebbero stati premiati a Stoccolma, ovvero Salvatore Quasimodo nel 1959 ed Eugenio Montale nel 1975.

Che “Ungà” avesse in uggia i colleghi, era risaputo: la nomina a senatore a vita dell’autore de “Le occasioni” era stata salutata, a suo tempo, secondo il comune esegeta Carlo Bo, con un solforoso epigramma indicativo della ben diversa scala di passioni coltivata: «Montale senatore? / Ungaretti fa l’amore».
Non stupisce quindi apprendere adesso, resa pubblica la corrispondenza tra Ungaretti e il critico e traduttore francese Jean Lescure, quanto profonda fosse la disistima per Quasimodo: «Un pappagallo e un pagliaccio» sono i termini meno stridenti.

Il carteggio con il filologo transalpino è peraltro illuminante in relazione a due generi di malcostumanza tuttora vigenti nel mondo, non solo in quello declinato in versi: i prezzi da pagare all’ambizione, le bassezze accettate in nome della gloria.
Ungaretti, nell’argomentata denigrazione del connazionale insignito del Nobel, sottolinea come i suoi meriti antitotalitari fossero stati ampiamente retrodatati, secondo un metodo comune a quello di gran parte del ceto intellettuale italiano, in cui soltanto dodici erano stati i professori universitari privati della cattedra per non aver prestato giuramento di fedeltà al regime, uno dei quali avrebbe fatto involontariamente posto a un futuro celebrato padre della patria repubblicana. «Ha collaborato per vent’anni – scrive Ungaretti di Quasimodo – alle riviste fasciste di più stretta osservanza… che i suoi poemi sulla Resistenza vennero scritti dopo la fine della Resistenza, molto tempo dopo, perché era la moda». Pesante infine l’allusione alla nomina universitaria per chiara fama, datata 1941.

Ungaretti inveiva contro il poeta privilegiato dagli accademici svedesi perché, in cuor suo, non si dava pace per la negligenza con cui il collegio di Stoccolma si rifiutava di accoglierlo tra i premiati. Rispolverando così, verrebbe da dire, l’antica favola della volpe e dell’uva. Terribili sono infatti le parole riservate all’istituzione voluta dall’escogitatore della dinamite, quasi in linea con la sua invenzione più redditizia (il premio fu a lungo finanziato coi proventi del brevetto dell’esplosivo): «Tu sai che chi attribusce il Nobel sono quattro poeti ridicoli. Gli altri sono uomini di scienza e il più cretino dei quattro è il segretario permanente… ‘Hai compreso la serietà del Nobel? La merda che è in realtà il Nobel?».

Di là dalla forza polemica delle parole di Ungaretti, non è ozioso prenderle a spunto per una riflessione sul reale valore di un riconoscimento che, sempre stando alle acquisizioni archivistiche, finisce per configurarsi come un diploma politico ancor prima che letterario. Se infatti erano risapute da tempo le resistenze, alfine vittoriose, degli accademici svedesi riguardo alla possibilità di premiare Jorge Luis Borges, perché in anni giovanili non apertamente ostile alle dittature fasciste, giorni fa un lavoro scientifico del professor Tiozzo, miglior osservatore italiano delle cose nobelistiche, sulla base dei verbali dell’Accademia è giunto a dimostrare come Ezra Pound, giunto sulla soglia del premio, venne fermato per via delle posizioni politiche di aperta simpatia per l’ideologia mussoliniana.
Di là dalle provocazioni ungarettiane, occorre quindi rivedere l’elenco dei premiati, per scoprire come – specialmente negli ultimi anni – lo spessore artistico e letterario degli autori prescelti non sia mai stato disgiunto da un attivismo politico ben definito (come nei casi evidenti di Fo, Grass, Saramago, Jelinek e Pinter) o comunque da una posizione di ontologica dissidenza rispetto all’andamento delle cose in patria (Gao Xin Jiang, esule dalla Cina; Herta Muller, romena di lingua tedesca perseguitata negli anni di Ceausescu; Iosif Brodskij, condannato per “parassitismo sociale” dai giudici dell’Unione Sovietica). E’ recentissima, infine, l’ammissione dello stesso Dario Fo, che ha pubblicamente ammesso di aver già sollecitato l’Accademia di Svezia, con una relazione autografa a corredare l’invio dei testi specifici, a premiare quanto prima il connazionale Roberto Saviano. Occorre quindi tornare a interrogarsi, per quanto valgano le “liste” e i “canoni” letterari, quanto la figura dello scrittore e del poeta possa darsi in condizione di svincolo da una posizione impegnata rispetto alle cose del mondo.

Di sicuro, il furore ungarettiano conferma che anche il più ermetico degli autori non sia insensibile al brilluccicare dei riconoscimenti. Per quanto l’arte sia lunga e la vita breve, di fronte ai Nobel non è mai subito sera.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

One Comment

  1. 6 gennaio 2011

    Purtroppo devo assentire alle prime tre righe scritte in tale articolo,
    è vergognoso che con i soldi delle armi si premiano i pacifisti e Buonisti.
    I Pacifisti ed i Buonisti sono un pericolo mortale per la così detta democrazia Europea.
    Per premiare con il Nobel e dare una svolta a tale premio bisognerà cercare non nei rotocalchi facili da leggere, e trovare il soggetto da premiare. Ma cercare con passione che tra le pieghe della società, ce ne sono migliaia meritevoli di tale premio. Cercate che il popolo bue vi segurà.

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