L’America scopre Leopardi

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di Maria Rosaria De Simone

Le novità spesso arrivano da oltreoceano. Il New York Times ha stilato la classifica dei cento libri di maggior prestigio pubblicati in America.

Come era chiaro aspettarsi, ai primi posti ci son le opere di autori del calibro di  Stephen King, David Foster Wallace, Don Delillo,  Amos Oz  e Haruki Murakami. Ma a sorpresa compare il grande poeta italiano Giacomo Leopardi con i “Canti”, tradotti da Jonathan Galassi, presidente della casa editrice Farras, Strauss e Giroux.

La notizia non ha lasciato indifferente il mondo culturale americano e il Nyt ha affermato che grazie alla traduzione, il Leopardi potrebbe divenire importante, per la letteratura americana, al pari di Baudelaire e Rilke. Un Leopardi letto, ammirato, osannato, il cui genio risuonerà in versi imparati a memoria e citati nei film.

E pensare che in genere, in Italia, il grande poeta rimane relegato negli spazi impolverati delle nostre biblioteche e sui banchi di scuola. Perché, diciamo la verità: chi di noi, ha mai più letto, se non per necessità, un canto o un sonetto del poeta?  Negli studi liceali infatti il Leopardi, assieme al Petrarca, a Dante, al Foscolo e al Manzoni, ci è stato fatto studiare –  tranne rare eccezioni -,  con un metodo che non lascia spazio alla bellezza.

I versi, nel tentativo di un’attenta parafrasi, durante le ore dedicate alla letteratura, venivano sezionati ed  analizzati come un medico quando esegue l’autopsia su di un corpo. E tutto ciò che in quei versi è arte, incanto, sentimento, bellezza, si perdeva tra gli sbadigli, lo sconcerto, il rancore di dover comprendere un uomo che del pessimismo aveva fatto il suo respiro. E così accade ancora tra i banchi delle nostre moderne scuole.

Eppure quei versi, a rileggerli, son davvero incredibili, pronti a scavare nei meandri del sentimento e del pensiero umano, portatori dei dubbi e dell’anelito dell’uomo, che sempre cerca il senso più profondo delle cose.

E quel poeta, a rileggerlo senza essere prevenuti per i ricordi liceali, può essere una scoperta anche per noi, suoi conterranei.

Come non lasciarsi coinvolgere da quel giovane dei primi dell’800, di nobile famiglia, che trascorreva i suoi giorni solitari in una Recanati sonnolenta, incanalato sin da piccolo verso una carriera ecclesiastica che non desiderava affatto e dotato di una eccezionale capacità nello studio. Come non ammirare quel bimbetto, allergico ai precettori, che si aggirava tutto il giorno nella ricchissima biblioteca paterna a memorizzare il greco, il latino, l’ebraico e le lingue moderne, intento ad uno studio ‘matto e disperatissimo’ che lo condusse a rovinare il suo fisico mingherlino e a covare una profonda crisi esistenziale. Come non amare quel ragazzo, che sognava altri mondi, chiuso nel suo piccolo mondo, da cui non riusciva a liberarsi. E a rileggerli, quei versi, senza il filtro dell’autopsia letteraria, risuonano di una bellezza e di una profondità impressionante. Come quel passero solitario, che rimane assiso sulla vetta di un’antica torre e non si lancia nella bellezza del volo con gli altri uccelli intorno. Non può, per sua natura, e rimane a sognare, a desiderare. E come quel passero, così il poeta stesso, che sogna un’altra vita, piena di amore, di slanci, di allegria, di bellezza ed invece rimane sommerso dalla sua connaturata malinconia e solitudine. Come il canto dedicato alla dolce Silvia, forse la figlia del fattore. E mentre ne assaporiamo i versi, possiamo immaginare il giovane Leopardi, tutto solo nella sua biblioteca, che ogni giorno si ritrova ad ammirare, dalla finestra una giovinetta intenta ai suoi lavori. Lui guardava in basso, lei lo ricambiava di sottecchi, lui continuava ad ammirarla e lei proseguiva a lanciargli sguardi. Per giorni, per mesi forse, nella assoluta impossibilità di trovare il coraggio e la forza di compiere un ulteriore passo l’uno verso l’altro. Due mondi che non si incontreranno mai. Ed un giorno il poeta, non trovò più quello sguardo. Lo aveva perso per sempre. E, in un canto, lasciò che il suo dolore fluisse e che i suoi pensieri indagassero il senso della nostra vita mortale.

Insomma, se il Leopardi sarà una scoperta per gli Americani, potrebbe esserlo davvero anche per noi Italiani. E i suoi versi ci potrebbero incantare e raccontare quello che da giovani studenti abbiamo solo subito. Potremo anche rimanere stupiti del fatto che il Leopardi abbia anche scritto cose umoristiche, che mai abbiamo letto.

E non è cosa da poco se il mondo e noi stessi, imparassimo ad ammirare il genio della cultura italiana.

 

 

MRosaria De Simone

MRosaria De Simone

2 Comments

  1. Glory
    7 gennaio 2012

    E’ importante COME i poeti vengono presentati agli studenti….è bello sedersi con loro e leggere insieme i versi andando OLTRE la sintassi, le spiegazioni prettamente tecniche, il palloso studio della “vita e opere” tanto per cavarsela all’interrogazione…
    E’ bello insegnare ad entrare nell’anima del poeta, sentire quello che sentiva lui, le sue emozioni, i suoi tormenti….
    Al liceo leggevo tutte le opere di Leopardi soprattutto i canti e ogni volta mi commuovevo talmente mi ci immedesimavo….
    Un grande….bravi gli americani….fate bene a leggerlo!!!!

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