La Shoah è ora una realtà conclamata: esiste l’originale del protocollo della riunione che pianificò l’Olocausto.

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Di Stefania Taruffi

Die Welt online (edizione web del quotidiano  tedesco vicino al Governo Merkel), nella sua pagina dedicata alla Storia, ha pubblicato per la prima volta le foto originali, inedite,  delle 15 pagine dattiloscritte, relative alla riunione segreta che si tenne il 20 gennaio 1942 sulla “soluzione finale”. La riunione si tenne in un’elegante villa delle SS nel quartiere Wannsee, a Berlino. In quella sede, alti ufficiali delle SS, i massimi vertici del Partito nazionalsocialista (Nsdap) e dell’amministrazione del terzo Reich, organizzarono il genocidio del popolo ebraico.

Adolf Eichmann, il progettista –ingegnere che partecipò alla riunione e poi curò il genocidio in tutti i suoi dettagli, redasse il Protocollo e ne fece 30 copie, sulle quali appose il timbro “Geheime Reichsache”, ovvero “Documenti segreti del Reich”.  In seguito, le più importanti istituzioni, la Gestapo, le SS, i Ministeri del terzo Reich, fecero di tutto per cancellare le prove del crimine, distruggendo le copie del Protocollo in loro possesso. Ne rimase in circolazione una sola, la n.16, inviata a Martin Luther, un funzionario del Ministero degli esteri, presente alla riunione.  Personaggio descritto come rozzo e corrotto, Luther non  distrusse la sua copia, per ricattare il Ministro Joachim von Ribbentrop, ma fu poi scoperto dalle SS e internato a Sachsenhausen, dove peraltro pare fosse trattato bene, per essere poi utilizzato come pedina nel processo, essendo già nell’aria la disfatta tedesca. La copia non fu distrutta e rimase celata in una cassaforte, nei sotterranei del Ministero degli Esteri, dove dovrebbe trovarsi ancora oggi. Per una serie di coincidenze finì poi nelle mani delle persone giuste. Fu ritrovata per caso dagli ufficiali americani dopo la disfatta del Reich, quando i sovietici, gli americani, i francesi e gli inglesi setacciarono gli archivi nazisti per ritrovare tutti i documenti inerenti all’Olocausto.

Circolano varie versioni sul ritrovamento del protocollo ritrovato.  La più accreditata è quella che esso sia stato riconosciuto e trovato da Robert Kempner, un esule antinazista tedesco, che nel 1933 è divenuto cittadino e ufficiale americano e che lo fece tradurre immediatamente per consegnarlo al Processo di Norimberga, l’istruttoria contro i criminali nazisti, direttamente nelle mani del giudice americano della Corte Alleata Telford Taylor. Pare che il Giudice, leggendo il protocollo abbia esclamato: “Ma è vero?”.

Ad oggi si pensava non esistesse più il documento originale, anche se il testo o frammenti di esso, circolano nei testi scolastici, i giornali ne parlano e alcuni musei ne espongono il contenuto. E invece eccola la copia originale superstite: la prova inconfutabile che la Shoah è stata premeditata nel dettaglio e messa in pratica dai nazisti. Che è esistita veramente, a dispetto dei negazionisti, degli storici revisionisti, dei nostalgici. C’è stata e non fu un’invenzione dei vincitori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, come alcuni sostengono.

Il ritrovamento del Protocollo della riunione tenutasi il 20 gennaio 1942 fu un bel colpo messo a segno: in esso non solo erano chiaramente nominati  tutti i partecipanti. Il testo di Adolf Eichmann parlava anche in maniera esplicita di “evacuazione verso est”. Inoltre negli atti di Luther si parlava anche di “esecuzione pratica della soluzione finale della questione ebraica”. L’olocausto non poteva essere espresso in maniera più chiara di così.

Per questo motivo, il Protocollo ritrovato, è divenuto l’elemento chiave nel processo contro i criminali nazisti che hanno realizzato in maniera programmata e dettagliata l’Olocausto. Che la riunione si sia tenuta, ora è una certezza comprovata da un originale esistente. L’incauta brama di potere di un funzionario ignorante e corrotto del Ministero degli Esteri, l’ha salvata dalla distruzione e ha reso giustizia ad un intero popolo.

Fonte: www.welt.de

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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