Franz Kafka e l’inedito ritrovato

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Di Valentino Salvatore

Il tormentato scrittore Franz Kafka torna a far parlare di sé e a rivivere, suo malgrado date le circostanze, attraverso il ritrovamento di suoi scritti probabilmente inediti, emersi dall’oscurità di un caveau della banca UBS di Zurigo. Gli scritti in questione dormivano lì dal lontano 1956 e per disposizione di un tribunale israeliano son tornati alla luce, il motivo è la causa in corso tra le due sorelle che hanno ereditato l’archivio dell’editore Max Brod, amico dello scrittore ceco, e lo stato d’Israele.

La magistratura aveva già imposto l’apertura di altri archivi, in diversi caveau di alcune banche di Tel Aviv. Secondo le indiscrezioni, a Zurigo sarebbero state trovate anche diverse lettere, disegni, fotografie e un manoscritto originale di un racconto breve, noto ma mai esaminato direttamente dagli studiosi. Le due sorelle hanno cercato di impedire l’apertura delle cassette a Zurigo, sostenendo che contenevano anche loro effetti personali, ma alla fine il giudice ha ignorato la richiesta. Quello che è emerso è un vero e proprio tesoro, con centinaia di documenti. Così tanti che gli esperti ci hanno messo un paio di giorni per passarli al setaccio. Oltre questo si sa al momento poco. A meno che qualche talpa non faccia soffiate, visto che le sorelle Eva e Ruth Hoffe, le eredi dell’archivio Brod, hanno chiesto e ottenuto dal giudice Koppelmann che si dovrà pronunciare sul caso il silenzio stampa.
L’opera di Kafka è arrivata in originale fino a noi in maniera quasi rocambolesca. Lo scrittore aveva chiesto al suo editore Max Brod di bruciare tutti i suoi scritti, al momento della sua morte. Stroncato dalla tubercolosi nella città di Praga nel 1924, tutto era passato nelle mani del suo amico. Brod però, emigrato nel 1939 a Tel Aviv poco prima che i nazisti occupassero l’Austria, portò con sé due cassette con parte dell’opera kafkiana. Durante la crisi di Suez, riuscì ad inviare parte del materiale in Svizzera, tra cui i manoscritti di capolavori come Il Castello, Il Processo e Amerika. Brod decise di pubblicare l’opera di Kafka invece di distruggerla, permettendo quindi a  noi tutti di apprezzarla, disponendo che l’eredità poi passasse nelle mani di Ilse Esther Hoffe, sua segretaria e compagna.

 Fu sempre ostinato il rifiuto di Esther rispetto alla richiesta di Israele di venire in possesso dei preziosi documenti ora finiti nelle mani delle sue due figlie, appunto Ruth ed Eva. Le due ultime eredi, dopo la morte della madre tre anni fa alla veneranda età di 101 anni, hanno chiesto di poter disporre del patrimonio, in modo da poterlo vendere, speculandone avidamente. Destino cinico considerando che  l’opera dello scrittore doveva finire al macero e dissolversi nell’indifferenza dei posteri.

La Biblioteca Nazionale di Gerusalemme, guidata dal direttore Shmouel Har-Noï, ha quindi ritenuto che il passaggio dell’eredità dalla segretaria di Brod alle due sorelle Hoffe l’occasione adatta per recuperare i manoscritti originali di Kafka. In modo da far custodire l’opera di Kafka negli archivi in patria o all’estero e impedirne la dispersione. 

 Già anni prima la segretaria di Brod aveva cercato di lasciare Israele con parte dell’eredità, trasportata clandestinamente in Svizzera. Una prima volta le era andata male. Era stata fermata all’aeroporto, sul suolo israeliano. Riprovandoci, era però riuscita a mandare a Londra il manoscritto originale de Il Processo, messo all’asta da Sotheby’s e acquistato dall’archivio letterario tedesco, che aveva sborsato un patrimonio per accaparrarselo. Ma la guerra strisciante tra le sorelle Hoffe e Israele per l’eredità continua. 

A decider della sorte postuma delle opere dello scrittore ceco, i giudici,  «kafkiano» certo, sarà il macchinoso ingranaggio della giustizia a districar ragione e torti, un processo che non ci sarebbe mai dovuto essere o che non ci sarebbe mai stato se fossero state rispettate le sue volontà, il tutto aggravato dal desidero di sfruttarne l’opera e la memoria. Parafrasando Kafka, ciò è “diabolico in tutta la sua innocenza”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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