Per mia figlia ho imparato a piangere

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22 Gennaio 2012
LETTERA ALLA GENTILE REDAZIONE

Sono cresciuto in un mondo dove l’uomo non puo’ piangere, non puo’ essere se stesso, deve essere uno sempre sicuro, coraggioso, uno che non deve chiedere mai.
Duro nella vita, nelle difficolta’, in famiglia, duro anche quando ti portano via la figlia, e duro anche con mia figlia nel poco tempo che il giudice ci concede.

Poi ho capito che questo forse era stupido, forse anche l’uomo oltre che la donna poteva avere dei sentimenti, un’aspettativa di vita, diritti e desideri di famiglia, sensibilita’, debolezze, incertezze. Stasera per la prima volta ho voluto dire a mia figlia mentre la riportavo a casa di sua madre, che mi sarebbe mancata, e mi si sono bagnati gli occhi. Poi ho pianto. Mia figlia, 10 anni, da sempre vive in questo crepaccio nero che ci tiene lontani e che si chiama divorzio, si e’ avvicinata, mi ha toccato la nuca e dato una carezza. Una cosa piccolissima, ma per me la piu’ grande del mondo.

Ho capito ora, che se non avessi mai mostrato il mio pianto lei non avrebbe mai mostrato il suo amore. Per 8 anni ho pianto solo dentro me stesso, o nel buio di una stanza, da solo.

Se piangere vuol dire essere deboli o malati, vorro’ d’ora in poi essere il primo dei fragili, un malato senza speranza, ma senza speranza e’ la societa’ dove a noi uomini non e’ concesso essere stanchi, deboli o fragili. Io pero’ nella societa’ ci voglio credere ancora perche’ un giorno ci vivra’ mia figlia e voglio che questa societa’ sia diversa, aperta per accettare gli uomini come persone normali, umane, con pregi e difetti, uomini che piangano con la naturalezza con la quale si stringe una mano, uomini franchi e dagli occhi belli senza piu’ doverli coprire, senza mai piu’ doversi nascondere o vergognare di essere se stessi.

marko42@alice.it, giovane padre

PS chiedo cortesemente la pubblicazione di questa lettera

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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