Ecologia del vivere: Elogio della gentilezza

image_pdfimage_print

Di Stefania Taruffi

Elogio della Gentilezza” scritto dallo psicoanalista Adam Phillips e dalla storica Barbara Taylor, è un libro bellissimo e prezioso, è l’elogio di un valore sommesso e discreto declinabile in varie maniere: la gentilezza, quella capacità di ascoltare e accogliere le fragilità, ma anche le energie altrui, che è anche generosità, altruismo, solidarietà, amorevolezza. Viene da domandarsi: “Perché di questi tempi la gentilezza è così rara?” A detta dell’autore, essa è vista come debolezza e chi è gentile, chi manifesta questo sentimento, sacrificando parte di sé, è visto come uno sciocco, un perdente, un nostalgico. Un comportamento gentile è spesso visto con sospetto, nell’individualismo competitivo del nostro secolo. Troppe persone sono diffidenti, egocentriche, respingenti, aggressive, indipendenti. Bisognerebbe continuamente chiedersi: ” Ma chi vogliamo tenerci stretto?” e far fluire l’amorevolezza che è dentro di noi, verso le persone cui teniamo, rispettando con ’gentilezza’ tutte le altre che ci sono indifferenti. Che la gentilezza sia un valore, è approvato in pieno da tutti, ma “non siamo mai generosi come vorremmo e niente ci offende più delle persone che non lo sono con noi. Non vi è nulla di cui ci sentiamo più defraudati che di una gentilezza non ricevuta…”. Allora dobbiamo ammettere che ne sentiamo il bisogno nella nostra più intima fragilità, perché “in un mondo gentile ci sentiamo più al sicuro e, quindi, più liberi”. La principale funzione della gentilezza è di farci sentire più connessi con le altre persone, ma anche quella di renderci più contenti, non solo quando riceviamo gentilezza, ma anche quando la usiamo con gli altri: “Le persone hanno bisogno degli altri non solo per avere compagnia o sostegno nei momenti difficili, ma per portare a compimento la loro umanità” scrive Phillips. Questo pensiero era diffuso già tra gli antichi, soprattutto tra gli stoici, che propugnavano una psicologia morale basata sull’attaccamento agli altri. Allora se l’amorevolezza, che è gentilezza pura, ci apre ai mondi delle persone e noi lo desideriamo, perché tanto terrore? Perché siamo vulnerabili e abbiamo paura di riconoscerla e mostrarla, di mescolarla alla vulnerabilità degli altri, attraverso la generosità. E pensare che la gentilezza è dentro di noi da secoli. In questo dovremmo ‘rieducarci’ (detta alla Freud) alla gentilezza, che ci tenta ogni giorno, ma alla quale opponiamo una dura resistenza. E pensare che può renderci così felici, darci tanto equilibrio. “Un indicatore della salute mentale” scriveva Winnicot nel 1970, “è la capacità di un individuo di entrare in forma immaginativa e in maniera accurata nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un’altra persona; e anche di concedere a un’altra persona di fare la stessa cosa con lui”. La gentilezza non va, però vista con sospetto, come una forma di narcisismo camuffato, per mascherare l’autocompiacimento. No e chi è gentile, non è pazzo, pericoloso, non ha secondi fini, è solo un animo educato e sensibile che si prende cura degli altri, che usa toni pacati e educati, che rispetta il prossimo e il mondo interiore di ciascuno, anche le sfumature più delicate, che non teme l’intimità e l’incontro con l’essere più profondo che è in sé e quindi nell’altro. Non possiamo più prescindere dal fatto che ‘ci apparteniamo reciprocamente’, scrive il filosofo Alan Ryan e una vita buona è quella che rispecchia questa verità. Se la gentilezza è una via che conduce al benessere interiore, alla felicità e migliora le relazioni fra persone, popoli, nazioni, allora perché temerla e non farne alla sua insegna, uno stile di vita?

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *