James Taylor ha ancora voglia di stupire

image_pdfimage_print

di Erika Sambuco

E’ stato l’altro ieri, prima della conferenza stampa prevista a Roma nel pomeriggio, che il cantautore di “Chapel Hill” ha scelto la rete diretta da Flavio Mucciante, nello spazio condotto da Max Giusti (SuperMax di Radio2), per presentare il suo prossimo tour al via a marzo, e stasera, per chi volesse sentire non solo la sua musica, alle 20.10 su Rai Tre con ‘Che tempo che fa’, il talk show condotto da Fabio Fazio, Taylor sarà accolto come ospite.

Per più di quarant’anni l’artista è stato un punto di riferimento per i suoi fans, alternando momenti di gioia e di dolore e facendo sentire ai suoi ascoltatori che non sono soli. “Quando sono in Italia mi sembra di essere a casa, tra gente che amo e dalla quale sono ricambiato. Le mie precedenti esperienze italiane sono state uniche ed era mio desiderio effettuare, nella vostra nazione, un tour nei teatri” dichiara Taylor che non è solo un cantante, musicista e cantautore interessato alla sua arte, ma anche un uomo che, attraverso essa, vuole comunicare con il mondo ed essere d’aiuto a tutti. A dimostrazione di ciò vi è l’impegno nel sociale.
Attualmente è attivo in cause ambientali e politiche. In queste ultime, in particolar modo, si sta impegnando a sostegno del presidente Barack Obama “il miglior presidente che potesse avere l’America e che spero possa essere rieletto” ci confessa e, proprio dal Presidente, nel marzo 2011 gli è stata conferita la National Medal of Arts (il più alto riconoscimento artistico del paese e la motivazione parla di “straordinari traguardi e supporto alle arti”). Eh, già! Una carriera, la sua, segnata da trionfi artistici: 5 Grammy award, 40 dischi d’oro, oltre a molteplici dischi di platino. Nel 1998 ha vinto il Century award, il massimo riconoscimento della rivista americana Billboard, nel 2000 è stato incluso nella ‘Rock’n’Roll Hall of Fame’ e nella prestigiosa ‘Songwriter’s Hall of Fame’. Il comitato dei Grammy nel 2006 seleziona JT come come MusiCares Person of the Year, nel 2008 il suo album ‘One Man Band’ è nominato agli Emmy Award e nel 2011 la rivista Rolling Stone, lo ha inserito nei 100 migliori Artisti (musicali) di tutti i tempi (“100 greatest singers of time”). Eppure, quando parla delle propria carriera, Taylor afferma: “ Nonostante abbia composto più di centocinquanta canzoni, è come se in realtà ne avessi scritte dieci per quindici volte.”

 

C’è qualcosa di solare e cristallino nella sua chitarra; qualcosa che porta agli occhi paesaggi tranquilli e rassicuranti. Eppure la sua vena melodica, i suoi testi, la vita stessa che più volte infonde a piene mani tra le note, è spesso umbratile e malinconica. La sua musica è, sin dagli esordi nel 1968, intima e intimista, personale fino all’autobiografia, e apre la strada a quello che sarà denominato, agli inizi dei settanta, confessional rock.

Ascoltare i suoi arpeggi, tanto raffinati quanto semplici e melodici, è compiere un viaggio verso l’alto, verso regioni leggere ed eteree. La sua chitarra ha un suono subito riconoscibile: i bassi rotondi e staccati, i cantini (le tre corde più acute: sol , si e mi) sempre in figura, messi in risalto con energia sia nei passaggi arpeggiati (si pensi all’intro di ‘Something in the Way She Moves’) sia nei tricordi (ad esempio in ‘Country Roads’), e si differenzia da quella dei folk singer e cantautori del periodo. Basti pensare, tra gli altri, alle particolarità degli arpeggi di Paul Simon, più complessi, rotondi e caldi, a volte ripetuti per gran parte del brano, come una nenia o un mantra (valga, come esempio, la strumentale ‘Anji’, o l’intro di ‘The Boxer’) alle complesse accordature di Nick Drake ed ai suoi suoni percussivi e profondi (si pensi all’album ‘Pink Moon’, registrato per voce e chitarra acustica, del 1972, e a brani come ‘Parasite’ o ‘From The Morning’), o alla tecnica semplice e pulita di Cat Stevens e Alan Davies (‘How I Can tell You’, ‘Into White’).

La tecnica chitarristica di Taylor non è eccessivamente ricercata o complessa, né nei suoni e nei passaggi né nelle accordature, eppure il suo fingerstyle (tecnica che prevede l’uso delle dita della mano destra al posto del plettro, con il pollice a scandire i bassi, spesso con uno stile ritmato e percussivo che sarà portata alla ribalta nel panorama dei chitarristi rock, dalla fine degli anni settanta, e persino per quanto riguarda la chitarra elettrica, da Mark Knopfler, leader e  chitarrista dei Dire Straits) eredità – come per tutti i chitarristi del tempo e non solo, delle sperimentazioni di Woody Guthrie -, resta la cifra stilistica della sua musica, ciò che rende un suo brano, al di là della voce, subito riconoscibile ed inquadrabile in uno stile personale ed ancora attualissimo. Erano anni fertilissimi, e la musica popolare viveva una delle stagioni più importanti e influenti per i tempi a venire.

Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio del decennio seguente, la scena musicale è in pieno fermento e stili e correnti nascono e si susseguono, spesso imboccando strade molto distanti. Nel 1968, anno che salutò il primo album di Taylor come solista, escono, tra gli USA e l’Inghilterra, album capisaldi della psichedelica come: ‘A Saucerful of Secrets’ dei Pink Floyd, ‘Anthem of the Sum’ dei Grateful Dead e ‘Crown of Creation’ degli Jefferson Airplaines; si affaccia al pubblico la scena di Canterbury con il primo album dei Soft Machine ed il prossimo avvento del progressive rock. Miles Davis esce con due dei suoi lavori migliori del periodo, ‘Miles in the Sky’ e ‘Nefertiti’, i Velvet Underground di Lou Reed e John Cale consolidano il successo ottenuto con l’omonimo album d’esordio dando alle stampe ‘White Light/White Heat’, Janis Joplin realizza ‘Cheap Thrills’, il suo lavoro più fortunato, Van Morrison pubblica il seminale ‘Astral Weeks’, altro esempio di folk rock intimista, stavolta, però, più ricercato e raffinato; Simon e Garfunkel, già coppia di successo, reduce dal clamore di ‘Sound of Silence’ e del film ‘Il Laureato’ per il quale curano la colonna sonora, pubblicano ‘Bookends’.

Nonostante, nel corso degli anni, la sua musica si sia arricchita e sia maturata passando tra tanti album, iniziative e collaborazioni eccellenti (basti citare Carole King, John Mclaughlin, Paul McCartney e George Harrison), resta legata allo stile degli esordi, così la voce e il timbro della sua chitarra.

È sufficiente ricordare l’arpeggio iniziale di ‘Something in the Way She Moves’, modulato su un ostinato in la settima, che tiene l’ascoltatore col fiato sospeso per alcuni secondi, fino a che i suoni liquidi ma, apparentemente fermi e senza soluzione melodica, si aprono con l’ingresso della voce del cantautore e l’arricchimento degli arpeggi. È come se la musica, intrappolata e chiusa, potesse finalmente uscire e invadere lo spazio, far respirare suoni e ritmi. Nell’inizio di questo brano, tra i più celebri di Taylor, è già intuibile la ricchezza umana ed anche psicologica della sua musica; l’insieme di due anime complementari e apparentemente distanti: la vena melanconica e triste, bisognosa di aiuto e di certezze (si ricordi la vita turbolenta del musicista, i sui problemi con la droga che lo hanno spinto quasi alla morte, le relazioni difficili con le donne e la famiglia, la decisione di smettere con la musica e la carriera agli inizi degli anni ottanta, quando sembrava non dovesse esserci più mercato per lui) e, d’altra parte, la leggerezza di linee melodiche e arrangiamenti. Difficoltà e disperazione, serenità e forza, dunque, a dichiarare la maturità e la complessità di un artista e della sua musica, qualità presenti già nei primissimi lavori e che traspaiono, oggi, nei suoi occhi chiari e pacati.

James Taylor ha ancora voglia del suo pubblico e della sua musica e questo lui lo definisce “un piccolo miracolo”. Come spiegare altrimenti il tour che lo vedrà impegnato per l’intero mese di marzo in giro per l’Italia, la voglia di comporre e suonare, intatta e prolifica (nella scaletta portata in giro per la penisola ci saranno almeno due brani inediti), o l’iniziativa, molto interessante e ben preparata, che lo vede, sul suo sito ufficiale, impegnato a spiegare i passaggi e gli accordi di alcuni dei suoi brani più celebri. È un modo per passare la sua arte e la passione a  chi vuol imparare i suoi brani e lo stile della sua chitarra.

Grazie a questo progetto, che durerà almeno per i prossimi due anni, Taylor porta ogni chitarrista avido o curioso dei suoi segreti nella propria casa, si lascia ritrarre da diverse telecamere mentre spiega e suona (una, addirittura, posta all’interno della cassa armonica, in modo che si possano vedere le dita della mano destra mentre pizzicano le corde, senza impedimento alcuno), liberando ancora la sua musica, a più di quarant’anni dagli esordi. La musica: forse è lei il messaggio e l’eredità che James Taylor, anche come uomo, può lasciare e tramandare. Mi piace pensare che i versi del brano che ho citato come esempio del suo stile, ‘Something in the Way She Moves’, siano dedicati a lei, alle risorse e alla forza che può richiamare, e non ad una donna o, cosa in voga in quegli anni, alle droghe (si pensi ad alcuni testi di Hendrix, dei Beatles o dei Rolling Stones per citare solo i più famosi): “C’è qualcosa nel modo in cui si muove, in cui guarda la mia strada o pronuncia il mio nome. Sembra che possa lasciare questo mondo problematico alle spalle, se mi sento triste o depresso, o nei casini per qualche stupido gioco, sembra sempre che lei riesca a farmi cambiare idea. Mi sento bene ogni volta che lei è qui intorno a me. Lei è intorno a me ora…”.

Redazione

Redazione

Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *