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François Truffaut, indimenticabile amato maestro

di Erika Sambuco

Il sei febbraio di ottant’anni fa, nasceva a Parigi François Truffaut, uno dei registi più influenti e innovativi del Novecento. Il suo cinema, alle origini della Nouvelle Vague, sa trasformare il personale in universale, prendendo spunto, pretesto e linfa dalla vita stessa, dagli anni dell’infanzia, dal tormentato rapporto con i genitori e con le donne, fino a diventarne uno specchio magico, capace di migliorare la realtà ed essere rifugio e riparo. Il cinema come riflesso della vita, una vita, però, migliorata e magicamente possibile: “Ho sempre preferito il riflesso della vita alla vita stessa”, afferma il regista di ‘Place Pigalle’, “se mi venisse chiesto quali sono i luoghi che più ho amato nella mia vita, risponderei la campagna in ‘Aurora’ di Murnau o la città dello stesso film, ma non citerei un solo posto che ho realmente visitato, perché non visito mai nulla. Mi rendo conto che è un po’ anormale, ma è così”.truffaut getty 342x214 François Truffaut, indimenticabile amato maestro

Nato da una ragazza diciottenne, appartenente ad una famiglia della vecchia aristocrazia parigina, ormai in decadimento, e da un dentista ebreo, di cui non saprà nulla sino alla fine degli anni sessanta (quando, spinto dal desiderio di conoscerlo, assolderà un detective privato), Truffaut vive un’infanzia travagliata, lontano dagli affetti tradizionali di una vera famiglia. Deciderà di non incontrare il padre biologico, nonostante lo avesse visto e spiato, e non abiterà con la madre fino ai cinque anni, quando lei si sarà risposata con l’architetto Roland Truffaut, che lo riconoscerà ufficialmente come suo figlio (François scoprirà soltanto nell’adolescenza, leggendone il diario personale, che non è il suo padre naturale. Nonostante ciò, non ne farà parola per anni).

La prima infanzia del regista è trascorsa, dunque, con la nonna materna, l’unica che in quegli anni, si sia presa realmente cura di lui. Come egli stesso ricorderà spesso, è stata lei ad introdurlo alla lettura (che resterà una delle passioni della sua vita, si pensi al tributo rivoltole, indirettamente, nel film ‘Farhenheit 451’), portandolo  frequentemente alle librerie di rue Lafitte, facendo nascere in lui la passione per la critica e per l’espressione attraverso la parola scritta (e, quindi, per l’immagine e la cinematografia) che sarà alla base del suo folle amore per il cinema, presto sua ragione di vita e di espressione.

L’amore e le figure dei genitori hanno marcato, da sempre, in Truffaut lo spettro e il vuoto dell’assenza e dell’abbandono: “Mia madre non sopportava i rumori e mi impediva di muovermi e parlare per ore. Allora io leggevo: era la sola occupazione cui potessi dedicarmi senza disturbarla”, o, ancora “Il fatto di essere cresciuto durante l’occupazione, mi ha dato una visione orribile del mondo degli adulti. Nonostante gli anni passati non ho cambiato idea su questo punto, e quando sento un adulto rimpiangere i tempi della sua infanzia, tendo a credere che abbia una pessima memoria”.

In quasi tutti i suoi film si trova traccia di questa mancanza, dell’assenza dell’amore per l’infanzia e per adulti che stentano a prendersi cura dei propri figli. Non è, dunque, casuale che tanti dei suoi protagonisti soffrano l’assenza dei genitori, o vivano, con questi, un rapporto conflittuale e doloroso. È il caso di Montag, protagonista di ‘Farhenheit 451’, che si salverà diventando un uomo-libro, e che amerà il romanzo di Dickens, ‘David Copperfield’, segnato da un insano e odioso rapporto col padre che non conoscerà mai, o, in ‘Adele H.’, dove la protagonista, figlia del celebre romanziere Victor Hugo, ripete ossessivamente “Nata da padre ignoto, nata da padre ignoto”, o, ancora, in modo più lampante e vicino alla vita del regista francese, nell’epopea tracciata in ben cinque dei suoi film, di Antoine Doinel, vero e proprio alter-ego sin dagli esordi de ‘I 400 colpi’: “Io non mi innamoro di una ragazza in particolare”, afferma in ‘Non drammatizziamo è solo questione di corna’, “io mi innamoro di tutta la famiglia: il padre, la madre… Mi piacciono le ragazze che hanno genitori gentili… Adoro i genitori degli altri, insomma”.

Il cinema, ancora una volta, sarà uno dei pochi punti di contatto con i genitori, soprattutto con la madre: Truffaut ricorda con precisione il primo film visto, proprio assieme a lei, ‘Paradiso Perduto’ di Abel Gance, con la madre che, commossa, piange sommessamente di fianco a lui.

Il rapporto con i genitori sarà per Truffaut motivo di costante ripensamento e riflessione. Già dall’esordio de ‘I 400 colpi’ (espressione francese traducibile con quella italiana “fare il diavolo a quattro”, segno dell’irrequietudine e della sottile ribellione che il regista sente per gli anni della sua formazione emotiva e caratteriale. Il film è fortemente autobiografico, come lo è, in senso lato, tutta l’opera di Truffaut). “I miei divorziarono subito dopo l’uscita del film. Non credo che lo abbiano mai visto, qualcuno deve averli sconsigliati. C’era una grande somiglianza fisica tra mio padre e l’uomo che lo interpretava nel film. Lo stesso vale per l’appartamento in cui avevo girato, che era situato nello stesso quartiere in cui ero cresciuto. I miei genitori sentirono il film come una grande ingiustizia, soprattutto perché fu premiato Cannes. Provai una grande amarezza. Si può affermare che nel film si dice tutto quello che noi non ci eravamo mai detti prima”.

truffaut9 342x227 François Truffaut, indimenticabile amato maestroIl cinema, dunque, sembra poter riempire i vuoti aperti nell’anima più che la vita stessa: il vuoto affettivo originario si riempie via via di storie, immagini, frasi e personaggi che si costellano intorno all’affettività ferita del regista.

Gli stessi genitori, tanto cercati da Truffaut, si materializzano  nella famiglia ideale e infinita dei grandi maestri del cinema che conosce e ammira (Hitchcock, Jean Cocteau, Roberto Rossellini, Jean Renoir, ad esempio). Il cinema, così, diviene veicolo concreto di amore e affettività, prendendo corpo e diventando tangibile più delle cose reali, più degli oggetti quotidiani. Il suo investimento personale e sentimentale diviene totale e appagante: grazie al cinema, non conoscere il proprio padre, non averlo mai stretto in un abbraccio, non averne mai goduto l’affetto, l’amore, non è una mancanza insormontabile. La vita non può sconfiggere e annientare, qualunque cosa accade, o di qualunque cosa ci privi, se esiste il cinema e il suo spazio vuoto e fertile da riempire e da cui essere riempiti.

Il cinema di Truffaut resta centrato, e, in qualche maniera, dedicato al femminile: materno o passionale (Truffaut, non bisogna dimenticarlo, aveva un amore smodato anche per le donne!), ferito e folle (si pensi ad ‘Adele H’.), distante e negativo (ad esempio, la madre di Antoine ne ‘I 400 colpi’): “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”, afferma il protagonista de ‘L’uomo che amava le donne’. L’amore per le donne, l’amore di una donna (madre o amante che sia) sembra essere, dunque, la misura di tutte le cose.

Se immagino un fotogramma, un’ultima scena che sia commiato e saluto del grande regista francese, non posso non ricordare il primo piano che chiude ‘I 400 colpi’: Antoine/François che chiude la pellicola rivolgendo lo sguardo allo spettatore, mentre fugge dal riformatorio, al limite tra spiaggia e mare. La fuga sembra impossibile. Lo sguardo appare impaurito e perso. Eppure, nonostante la paura, nonostante la vita, si respira libertà, vicinanza  e amore per lo spettatore che è quasi chiamato dentro la pellicola, come se dovesse fuggire con Antoine. Di fronte a quel mare buio e minaccioso, sembra quasi di sentire l’eco della voce della signora Doinel: “Nessuno si interesserà più alla tua sorte”. È un finale apparentemente privo di luce e di possibilità; nichilista e annientante come le ultime frasi de ‘Il processo” di Franz Kafka.

Il viaggio di Antoine/François, tuttavia, è appena cominciato e, ancora oggi, ad ottant’anni dalla nascita del regista, dopo tanti film, che non sembrano poter invecchiare, non accenna ad arrestarsi.

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Pubblicato da su 6 feb 2012. Archiviato in Cinema, In primo piano. Puoi essere avvertito di risposte a questo articolo con RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

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