Le “New Addiction”. Conoscere e prevenire le nuove dipendenze

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di Antonio Violo (*)

Il fenomeno delle “new addiction”, anglicismo con cui in gergo tecnico ci si riferisce alle nuove forme di dipendenza patologica, è in larga crescita. Sempre più persone, di ogni estrazione socio-economica e culturale, rimangono intrappolate in comportamenti compulsivi (dal latino “compellere”, ovvero “costringere”) caratterizzati dalla impossibilità di sottrarsi dal dover compiere determinate attività. Tra di esse si possono annoverare il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, la dipendenza da Internet (in tutte le sue varianti), da pc, da televisione, il sesso compulsivo, la dipendenza da videogiochi (si pensi all’uso, a volte “eccessivo”, della PlayStation da parte di alcuni giocatori, come pure alla dipendenza da giochi del computer), la dipendenza da cibo, e, addirittura, la dipendenza da lavoro e da sport (la vigoressia). Oltre ai dati attendibili derivanti dalla ricerca scientifica, è comune constatare, anche per i non addetti ai lavori, il gran numero di persone, tra parenti, amici e conoscenti, che spesso nel bar all’angolo sotto casa, spendono ingenti somme di denaro alle slot machine, oppure che trascorrono ore ed ore della giornata davanti allo schermo di un computer, immersi nel web (e non per lavoro!). La novità risiede nell’effetto rinforzante esercitato dal senso di gratificazione e di piacere determinati dalla peculiare attività che si compie in quanto andrebbe a stimolare specifiche aree cerebrali deputate a farci provare emozioni piacevoli, sia nella fase eccitatoria antecedente, sia nella fase liberatoria (la tensione è rilasciata nel piacere) conseguente la messa in atto dei comportamenti problematici. Si instaurerebbe una dipendenza dalla particolare attività che procura piacere, senza più la necessità della mediazione di una sostanza chimica (come possono essere i vari tipi di droghe tradizionali, si pensi all’eroina e alla cocaina). Questa considerazione apre nuovi orizzonti di conoscenza scientifica, sia nel campo della ricerca sia in campo terapeutico.

Cosa spinge alcune persone a diventare dei “sensation seeker” (ricercatori di sensazioni)? Come mai è necessario, per sentirsi vivi, o per anestetizzare stati emotivi dolorosi, impelagarsi in esperienze a volte estreme e anche pericolose ed eccitanti? Cosa sta accadendo all’interno delle nostre relazioni affettive? Come mai non siamo più in grado di soddisfare i nostri bisogni psicologici più profondi? Nella nostra vita, le fonti principali di emozioni sono le relazione interpersonali, da cui traiamo gioia e dolore, amore e rabbia, felicità e frustrazione, spesso compresenti in ogni legame. Da cosa deriva allora la nostra necessità di compensare un vuoto emozionale (forse a causa della latitanza di eros e di pathos?) con comportamenti orientati al momento presente, mancanti di ogni forma di progettualità e di condivisione con l’Altro, pur di sentirci vivi? Pur di “esserci”? Molte volte l’Altro c’è, ma nella veste di un “nemico”, con cui competere e contro cui vincere (si pensi ai giochi di ruolo virtuali, i MUD, ma, soprattutto, alle corse clandestine tra auto di notte).

Dovremmo forse riflettere, in uno sforzo collettivo, sulle nostre “reali” relazioni (e non solamente su quelle virtuali) e sul nostro “reale” investimento in esse. Essere aperti verso gli altri, essere disponibili all’Altro, sono modi di essere strettamente connessi alla capacità di fidarsi e affidarsi (dal latino “ad-fidere”, avere fede presso, in prossimità di qualcosa, quindi, essere molto vicini comporta congiunzione) agli altri. Paradossalmente, nonostante viviamo in un periodo storico di notevole evoluzione per la nostra civiltà, di indiscutibile progresso economico e tecnologico, noi occidentali, che maggiormente beneficiamo di tanto benessere materiale, siamo diventati più diffidenti verso gli altri. Non siamo più in grado di essere autenticamente noi stessi nelle relazioni. Non siamo più in grado di emozionarci nelle relazioni e insieme con l’Altro. Contraddizione delle contraddizioni, sembra essere diventato più facile emozionarsi con un estraneo, più che con le persone conosciute e importanti nella propria vita (si pensi alle relazioni costruite e vissute su Internet, sia da un punto di vista affettivo che sessuale).

Credo che simili considerazioni debbano condurre i professionisti sollecitati ad intervenire, e tutta la società in senso lato, ad un approfondimento di tale tematica sia per una migliore comprensione di questi nuovi fenomeni, la cui reale diffusione rimane spesso sommersa, sia per una migliore messa a punto di strategie preventive e terapeutiche. Chiunque sia dotato di buon senso non può non rendersi conto della natura psicopatologica delle condotte precedentemente descritte, oltretutto spesso seguite da penose ripercussioni legali e professionali (separazioni, divorzi, demansionamenti, licenziamenti, etc.). Ma è pur vero che bisogna affrontare l’emergere di questi nuovi fenomeni assumendo un’ottica interdisciplinare che integri differenti letture e visioni, incluse quelle provenienti dalla sociologia e dall’antropologia.

L’ Anima di molti di noi è diventata sofferente, e non riesce più ad alimentarsi del contatto con altri “corpi-viventi”, da non confondere con i “corpi-cosa”. Le nostre anime provano ad indicarci la via della “guarigione”: dai nostri legami affettivi deriva il nostro benessere o il nostro malessere esistenziale. Forse ognuno di noi dovrebbe sforzarsi di più per imparare a coltivarli più saggiamente.

(*) Psicologo/Psicoterapeuta presso la Clinica S. Anna di Cassino

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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