Midnight in Paris, la premiére dame sul set del nuovo film di Woody Allen

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di David Spiegelman

L’ossessione di essere qualcun altro: questo di certo accomuna Woody Allen e Carla Gilberta Bruni-Tedeschi Sarkozy. Il primo avrebbe voluto diventare un campione di baseball o un virtuoso del clarino, la seconda ha devastato passerelle, cuori e plettri prima di accasarsi – come da programma – accanto a un uomo dotato di valigetta nucleare.

Insieme adesso Woody e Carla lavoreranno a una commedia romantica, Midnight in Paris, in corso di realizzazione all’ombra della Tour Eiffel,  altra entità fraintesa, forse la più equivocata della storia, perché malsopportata al suo erigersi e dannata a un rapido smontaggio, nell’ultimazione dell’Expo’ di cui era ornato e non funzione.
Irredimibile, certo, pare il tempo in cui Allen riusciva a scritturare comparse lignate come Marshall McLuhan, perno di una scena epocale di Io e Annie, per i suoi film oppressi da un destino esportativo, ovvero apprezzati più in Europa, autentica patria del cineasta, che in quell’America mai davvero amata e infatti elusa.

La New York di Allen, infatti, è un esplicito inventario del mondo conosciuto, una rielaborazione di quel Vecchio Continente dal quale peraltro proviene la sua famiglia: molto meno “americana” dell’Europa di Wenders.
Malumorando non pochi dei puristi, cultori dell’Allen elegiacamente dedito ai Mani newyorkesi, da tempo il regista esorcizza i suoi spettri – che vanno potenziandosi con l’avanzare del tempo, allineando l’irresistibile umorista al melanconico epigono di Bergman – in una instancabile Todesfuge, assegnando a città sempre differenti il contesto narrativo delle sue storie di amore e dannazione.

E’ un autoesilio incostante, cominciato con la Praga magica ricostruita in studio di Ombre e nebbia (dove non a caso compariva, nei panni di una funambola del circo, Madonna) ed evolutosi tra Venezia, Taormina, Londra e Barcellona, per fare tappa adesso a Parigi.

Tanto che i cinefili, usi a legare l’immagine di Allen ai lavori in cui la Grande Mela è la vera protagonista, si rammaricano dell’irrequietudine di un artista che, pur sapendo scindere le traversie personali dalla poetica cinematografica, sembra aver fatto dell’instabilità locativa la principale forma di consistenza. Tanto che la critica addebita al regista la tendenza a cosmetizzare una naturale crisi d’ispirazione, connaturata all’insostenibile frequenza produttiva, con un nomadismo non altrimenti giustificabile: il deludente Vicky Cristina Barcelona, per esempio, avrebbe potuto essere girato dappertutto e le scene gaudiane, quasi inessenziali alla storia, parevano più funzionali all’ente del turismo catalano che a una vicenda che si trascinava con stanchezza, senza riscattarsi da speziature di un’audacia inedita per Allen, facile bersaglio sul punto dei critici meno rispettosi.

Alcuni osservatori erano arrivati a paragonare quella pellicola all’episodio, in oggettivo imbarazzante, attribuito ad Antonioni nel film collettivo Eros firmato con Wong Kar-wai e Steven Soderbergh, forse il più clamoroso caso contemporaneo di iato celluloideo tra buone intenzioni ed esito pratico.
Dopo essere stata incolpata di aver soffiato Mick Jagger a Jerry Hall ed aver preso in prestito da Guccini Il vecchio e il bambino, da tempo l’attuale premiére dame andava dicendo di volersi togliere uno sfizio capitale: recitare in un film di Allen. Detto e fatto: ieri il regista ha dato i primi ciak alle scene in cui compare Carlà, in un negozio di alimentari che si trova nel V Arrondissement, davanti a un intruso necessario quale Nicolas Sarkozy.

Il cast della pellicola prevede tra gli interpreti, oltre a Owen Wilson e Kathy Bates, due recenti icone alleniane come Marion Cotillard e Rachel McAdams, non inidonee a far sfigurare l’ex indossatrice torinese sul piano dell’avvenenza.
Il genio alleniano, nel tempo, è parso sempre più sensibile alla bellezza femminile, nonché munifico di occasioni nei confronti di mammiferi di lusso come Charlize Theron, caricatura della diva fatale nella Maledizione dello scorpione di giada, fino alla vera e propria infatuazione per Scarlett Johansson, venere tascabile talmente esaltata da Allen al punto di convincersi di poter osare qualsiasi cosa, perfino una carriera di crooner – inquietante punto di contatto con la Bruni-Tedeschi – culminata in un album di reinterpretazioni dei brani più famosi di Tom Waits, non proprio l’artista più congeniale all’immagine dell’attrice.
Per quel che è dato di sapere della sceneggiatura, il film parigino di Allen narra di una coppia distrutta da un soggiorno nella città di Baci rubati e di Amélie Poulain: prospettiva malaugurante in sé, ma l’idea di aggiungere un cameo alleniano è stata per la Bruni-Tedeschi ben più allettante di ogni altra considerazione.

Poco importa che la sua avventura di cantante sia stata robustamente stroncata, almeno fino al giorno dell’avvento all’Eliseo, mentre della carriera in passerella restano ormai lacerti iconografici non tutti commendevoli per una presidentessa.

«Quello che voglio – ha sempre detto – me lo prendo». Alla collezione mancava un film con Allen. Almeno fino al prossimo capriccio.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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