Non solo DON CAMILLO

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di Mario Masi

Secondo Indro Montanelli la storia del XX secolo «la si può fare senza chiunque altro ma non senza Guareschi».
E non aveva torto. La storia di Giovannino Guareschi è la storia dell’Italia di quegli anni. Deportato nel 1943 nei lager nazisti fonda al suo il Candido, che fu il più importante settimanale politico-satirico del dopoguerra.

Nel ’46 sostiene la monarchia al referendum istituzionale, poi alle elezioni del 1948 contribuisce alla vittoria democristiana al grido di «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no». Insegue forsennatamente la polemica anti-comunista ma questo non gli impedisce il carcere per aver diffamato  Einaudi e De Gasperi.
Non muoio neanche se mi ammazzano” era solito dire ai suoi amici. Dello scrittore Guareschi si sa molto, i libri del Mondo piccolo e altri hanno venduto milioni di copie e ispirato celebri film.

Ma esistono delle sfumature poco conosciute della sua opera letteraria, come il suo messaggio contro la corruzione tecnologica e consumistica e una forte vena ecologista.

Ne parliamo con Marco Ferrazzoli, autore di ‘Non solo Don Camillo.  L’intellettuale Giovannino Guareschi’ (http://www.luomolibero.it/), una biografia a tutto tondo dello scrittore emiliano in cui emergono aspetti curiosi e non ancora rivelati.

Può parlarci dell’impegno di Guareschi in favore dell’ambiente e contro ‘la società dei consumi’?
Già nel primo dopoguerra, ai tempi del libro Italia provvisoria, quando esce il primo numero del Candido, Giovannino Guareschi affina la sua sensibilità per la caduta di prestigio internazionale subita dal nostro paese e maturata nei lager tedeschi, dove ha passato due anni di durissima prigionia. Nel Diario clandestino scrive per esempio: “Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola”. L’idiosincrasia verso gli Stati Uniti, con gli anni, si focalizza sempre più sulla condanna della deriva consumistica, materialistica, industriale che stravolge l’Italia cattolica, tradizionale e provinciale. Un atteggiamento, come sempre, che lo coinvolge innanzitutto sul piano istintivo e personale: quando entra in affari con un americano, chiede scherzando di inserire nel compenso anche un chilo di gomma da masticare, così da “buttarne via un bel pacco, e tutto in una volta”.

Nel ‘Compagno Don Camillo’ è scritto che “il Pater noster non dovrebbe più dire liberaci dal male ma liberaci dal benessere”. E’ stato dunque un precursore di questi tempi?

Senza dubbio, Guareschi avrebbe voluto che di lui rimanesse il messaggio contro la corruzione tecnologica e consumistica, come dimostra la sua ultima fase di vita e attività. “Il ragionamento dei burocrati e dei politicanti – spiega  –  è:  ‘Cosa ci importa se stiamo avvelenando l’aria, l’acqua e la terra? S’arrangino i nostri figli e nipoti’. Critica ecologica ante litteram e posizione politica coincidono, poiché egli comprende che la deriva materialista è il perno dell’alleanza tra comunisti e capitalisti di quella che chiama ‘rossa Italia miliardaria’. A un giornalista americano spiega proprio: “La società dei consumi che ha sostituito il mondo dello spirito col mondo della materia non è che un neo-marxismo”.  Guareschi rileva una sorta di contrapposizione manichea, apocalittica, epocale tra il progressismo materialistico e i valori religiosi e tradizionali. “Il progresso in trent’anni ha distrutto ogni cosa”, scrive, e ancora: “Fra i grattacieli del miracolo economico soffia un vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna”. E, appunto, come lei dice: il famoso benessere (…) è costituito per il 40 per cento di baccano, per il 20 di colori sintetici cancerogeni, per il 20 di pubblicità, per il 20 di puzza e gas tossici e per il resto di effettivo consenso”. Al punto che “il Pater noster non dovrebbe più dire “liberaci dal male” ma “liberaci dal benessere””.

Che posizione assume verso la tecnologia?
Secondo quanto stiamo dicendo, sicuramente scettica. Tali posizioni soggiacevano già alla provincialità del Mondo piccolo, ma in età matura assurgono a fulcro della visione guareschiana. La “società dei consumi grazie a una organizzazione politico-pubblicitaria di terrificante potenza, ha creato bisogni e necessità fasullissimi” sintetizza. “L’idea di accelerare i tempi partendo in quarta è la più balorda del mondo” come quella di spostare “un sacco di patate prendendolo a calci”. Una posizione che, prima di tutto, viene assunta sul piano della coerenza personale: “Fino a un certo punto della mia esistenza credetti fermamente che non avrei potuto vivere e lavorare senza una notevolissima quantità di cose, dal frigidaire allo scaldabagno” poi “scopersi cosa significa lo strettamente necessario”.
Peraltro, Guareschi non è né un arretrato tecnofobo. Dal padre eredita una forte passione per le quattro ruote: “La macchina mi attira come il precipizio attira il turista… Margherita quando mi vede svagato non mi dice: ‘Giovannino, tu hai un’altra donna!’ma ‘Giovannino, tu hai un’altra macchina” confessa ne La scoperta di Milano. Ma in un racconto precisa: “Io sono favorevole alla motorizzazione ma vorrei che gli uomini non perdessero il contatto con la terra” e il “piacere di sentire il proprio passo” spiega, constatando come i “neo-automobilisti italiani, dovendo camminare a piedi, si sentono nudi”.

Nel suo libro è riportato un passo di un articolo in cui Guareschi, come critico televisivo, stigmatizza “il generale abbassamento intellettuale della massa” indotto dalla televisione. Anche questa volta mi sembra che abbia visto lontano, che ne pensa?
Il giudizio verso la televisione è forse ancor più severo. “Vorrei essere un gigante smisurato per poter falciare… tutte le antenne della tv” scrive. Chiamato nel 1964 come critico televisivo su Oggi, stigmatizza “il generale abbassamento intellettuale della massa” indotto della tv, già in anni che oggi con troppa facilità nostalgica vengono rievocati quali l’età aurea del piccolo schermo. Giovannino coglie nel nuovo medium di massa la tendenza a creare “quel cretino medio alla cui mentalità la radio, la televisione e l’altra propaganda governativa vanno ogni giorno di più adeguando i programmi”. Intuisce che la televisione è nemica della famiglia, giacché “si insinua nelle case e crea una cortina d’acciaio”, affermandosi anche come baby sitter. Osservando la nipotina, rileva che “Non appena il teleschermo si riempie di immagini in movimento, la Fenomena smette di piangere”. Infine, per tornare al punto da cui siamo partiti, la tv agisce come volano consumistico: “Crea nelle famiglie problemi, bisogni o, addirittura, necessità praticamente inesistenti. Così come crea dal nulla dei valori e degli idoli”.

Mario Masi

Mario Masi

Master in Scienze Ambientali. Autore di: "No Slogan, le bugie al tempo dei catastrofisti". Direttore responsabile di Itali@Magazine.

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