La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve: auguri Massimo!

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di Erika Sambuco

Era del ’53, oggi ne avrebbe compiuti 59 ma è morto a 41… La “Smorfia” lo aveva chiamato il gruppo teatrale che per lui fu trampolino di lancio ed oggi, proprio nell’anniversario della sua nascita, la città di San Giorgio a Cremano (Napoli) lo ricorda.

Massimo Troisi era il suo nome, indimenticabile, uno degli attori italiani più amati di sempre, di cui si sente inesorabilmente la mancanza; dal teatro al cinema, ha portato  il suo talento innegabile  a commuovere milioni di persone in tutto il mondo, anche grazie alla sua fantastica interpretazione ne “Il Postino”, film che gli portò la candidatura ai premi Oscar come miglior attore e come miglior sceneggiatura non originale nel 1996 e con il quale noi oggi lo omaggiamo. “Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla.”

Come scordarlo, nelle vesti di Mario Ruoppolo, il postino di Neruda, mentre scopre la sua anima attraverso la poesia, cercando i suoni della propria terra e le risonanze intime che queste smuovono e risvegliano. Nel tempo in cui Mario gira nell’isola di Salina cercandone la voce con un microfono, si coglie l’essenza della vita e della poetica di Troisi, la sua vena malinconica, la vita minata dall’alone della malattia cardiaca diagnosticatagli da ragazzo (fu operato al cuore a diciannove anni, grazie ad una colletta popolare organizzata sul quotidiano Il Mattino) e della morte, la voglia fortissima di far nascere e liberare i propri sentimenti, la sete di vita e degli altri, il testamento umano sempre attuale e prezioso.

Ecco  le frasi di Mario che scandiscono le sue scoperte in una delle sequenze più suggestive del film. Qui possiamo sentire e vedere le tappe della vita e della carriera artistica di Massimo Troisi, intuire le sue ricchezze e la sua bellezza.

 “Uno. Numero uno. Onde alla cala di sotto, piccole”.

Mario cerca il suono del mare, il suo movimento, la voce. Proprio il movimento delle onde suggerisce lo scambio continuo tra Troisi, la sua vita, l’infanzia a cui si è sempre ispirato, e lo spettatore. Ora le onde sono piccole, hanno un suono delicato e rilassante. Mario lascia che il mare lo tocchi, come in una carezza, mentre avvicina il microfono all’acqua, in modo che nessun altro suono possa interferire. Le onde sono piccole e veloci, ricordano un po’ i passi incerti di un bambino. Forse dello stesso Massimo, Massimì, mentre gioca nella sua casa di una volta, affollata da diciassette persone come amava dire lui stesso, tra fratelli, cugini, zii, nonni e genitori. È il mare che bagna le radici più lontane e permettere di crescere e andare.

“Numero due. Onde grandi”.

Ora il mare ha una voce più forte. Siamo in un altro punto dell’isola. Il paesaggio è diverso. Il viaggio di Mario/Massimo continua, e accompagna anche noi nella sua vita, e nelle nostre. Le onde sono grandi. La forza è maggiore. Il bambino di un tempo sta crescendo e prende sempre più consapevolezza dei propri talenti. Massimì diventa grande e comincia ad appassionarsi al teatro. Comincia a sentire una voce che lo chiama da un punto lontano, e gli indica una direzione.

“Numero tre. Il vento della scogliera”.

Mentre Mario è in cerca della voce di Salina, i suoni che trova diventano più rarefatti. Ora, dall’acqua del mare passa al vento, alla voce del cielo. Dall’acqua al cielo. Il passaggio sembra facile, quasi obbligato. Ora il vento sibila sulla scogliera: sulla pietra. La voce comincia a levarsi, ma porta con sé solo il vapore del mare. Il paesaggio manca ancora di vita, della vita piena.

Il vento, però, bisogna ricordarlo, ha più spazio del mare. Il vento possiede l’aria, l’immensità. La voce di Massimo comincia ad essere adulta, ad avvicinare le corde che meglio la faranno vibrare: il cinema; i suoi film: Ricomincio da tre, Morto Troisi, Viva Troisi, Scusate il ritardo, Non ci resta che piangere…

“Numero quattro. Vento nei cespugli”.

Mario, chissà perché, cerca ancora il vento. Si sta avvicinando a qualcosa, e non sa cosa sia di preciso; non sa dove lo porterà la sua ricerca. Ora è la voce del vento tra i cespugli ad attrarre la sua immaginazione, la sua attenzione. Il vento tra i cespugli possiede una voce cangiante, non è più fredda e lineare come quando schivava e sbatteva sulla scogliera. È più matura: porta il vapore dell’acqua, il ricordo del mare, e ancora, i profumi delle piante, dei cespugli, della vita che germoglia sula terra ferma. Nel viaggio di Massimo è la sua voce, l’anima, che diventa più ricca, si appropria di vita e di esperienze per arrivare al lettore e allo spettatore.

“Numero cinque. Reti tristi di mio padre”

Ora la voce cede il passo all’immagine. Le reti tirate in barca vuote, tristi, dal padre di Mario, un vecchio pescatore. Torna la malinconia della perdita, della vita che potrebbe svanire da un momento all’altro, dell’equilibrio debole che sempre si ricerca. Tuttavia, l’immagine è serena, quieta, come è pacato il suono delle reti tirate su con esperienza. La stessa esperienza e maturità cui Massimo si avvicina.

“Numero sei. Campana dell’Addolorata, con prete”.

Il viaggio di Mario continua. Come continua il viaggio di Massimo e di tutti noi mentre lo osserviamo. I suoni che Mario aveva cercato sin qui, ci hanno parlato del basso, il mare e la spiaggia, e dell’alto, i venti e l’aria. Ora le due metà cercano un contatto. La parabola artistica ed umana di uno dei talenti più grandi e profondi del nostro cinema, e della cultura italiana degli ultimi decenni, si sta compiendo. Il suo delle campane. La voce di Dio che gli uomini possono ascoltare, quella che loro stessi hanno immaginata e costruita, potremmo dire. Il suono che svetta dall’alto di un campanile che si slancia quasi a voler unire e far comunicare cielo e terra, terra e anima. È una lunga gestazione quella a cui stiamo assistendo. Un talento ed un’anima che si sono preparati per tutta una vita alla vita stessa.

“Bello però… non me ne ero mai accorto che era così bello! Numero sette. Cielo stellato”.

Ora Mario e Massimo hanno spiccato il balzo. Dalla terra sono arrivati fino al cielo. Al cielo più bello, quello che appare nelle notti limpido ricco di luci e disegni, di suggestioni e sogni. Il cinema stesso è un cielo stellato che crea immagini e sogni, da sempre sotto i nostri occhi, o, se preferite, sulle nostre teste, che a volte ignoriamo, o, almeno, ne trascuriamo la bellezza.

Mario ha raggiunto la capacità di stupirsi ed essere stupito dalla bellezza del cielo.

“Numero otto. Cuore di Pablito… Si sente, si sente il cuore di Pablito”…

L’ultima immagine del breve viaggio di Mario alla ricerca dei propri suoni e della sua voce, si conclude sul ventre della donna che ama, mentre cattura il battito del cuore del figlio Pablito. “Si sente il cuore di Pablito”, dice stupito e felice. E noi sentiamo il suo cuore, il suo cinema, tutto ciò che ci ha passato e donato. È una nascita continua, che si rinnova col passare del tempo e con gli spettatori delle generazioni più giovani, nate quando Massimo moriva, e ancora più in là.

Io sento l’emozione e la commozione crescere come l’onda del mare, lo stesso mare da cui siamo partiti, mentre ripenso alle sue parole quando gli amici, prima delle riprese del film, lo pregavano di sottoporsi all’unico intervento che gli avrebbe consentito di continuare a vivere: un trapianto di cuore: “No, questo film lo voglio fare con il mio cuore…”.

Il Postino era il suo film, il film della sua vita, l’espressione dell’anima. Lo ha girato con fatica e dolore; lo ha girato con il suo cuore.

Massimo Troisi è morto per un arresto cardiaco, ad Ostia, vicino al mare, il quattro giugno del 1994, appena dodici ore dopo aver terminato le riprese del “suo” film.

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve…”

E forse davvero il più potente mezzo di comunicazione è il nostro cuore…

 

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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