“Ne è valsa la pena. Storia di un Carabiniere”

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Di Stefania Taruffi

 Giovanni Giannattasio è un Luogotenente dei Carabinieri in congedo dal 2010, dopo 38 anni trascorsi al servizio dell’Arma.  Appena in pensione, ha scritto un libro: ”Ne è  valsa la pena. Storia di un Carabiniere” , un condensato della sua vita, strettamente legata al lavoro di Carabiniere, in cui ha dato tutto se stesso. H24, così era soprannominato  quando era in servizio a Scandicci, in Toscana, per la sua totale disponibilità al servizio, ha fatto 13 traslochi nella sua vita, con moglie e 4 figli a carico, chiamato a presiedere territori  difficili in tutt’Italia e a sollevare il prestigio dell’Arma nelle relative caserme,  fino al sospirato congedo ottenuto, a fatica, lo scorso anno. E subito dopo,  il coronamento di un sogno di stabilità con l’acquisto della sua prima casa.  Trentotto anni di lavoro e dedizione,  i cui episodi più rilevanti sono descritti nel libro, permettendo al lettore di entrare nella vita e nel lavoro di un Carabiniere, ma soprattutto nelle  difficoltà che incontra durante il suo percorso, anche  all’interno stessa Arma. Spaccati di vissuto lavorativo, che mettono in luce un mondo sommerso di cui nessuno parla, se non i titoli dei giornali quando il lavoro del Carabiniere è terminato, lasciandolo nell’anonimato.  Ogni giorno incontra, affronta e risolve casi si delinquenza, episodi mafiosi, prostituzione, spaccio di stupefacenti, casi umani, sequestri edilizi e tanta burocrazia, forse troppa. Fino all’ultimo il Luogotenente Giannattasio ha dovuto lottare, anche per ottenere la pensione. E come in tutte le realtà lavorative, soprattutto quelle militari,  le lotte più difficili non sono state con l’esterno, con il territorio di riferimento, ma soprattutto con l’interno, con i propri superiori.

E’ un uomo pieno d’energia, di orgoglio e rancori mischiati, di ricordi di vita vissuta sul territorio, in mezzo alla gente, ai problemi, a rovistare fra le disgrazie e la malavita, per combatterli, con equilibrio, senso civico, onestà, rispetto per la persona, capacità di discernimento, flessibilità,  che l’ha reso un Carabiniere amato dalla società civile del territorio di riferimento, dagli organi giudiziari, dalle Amministrazioni locali. Un uomo giusto, che non insabbiava, che faceva sempre il suo dovere, che non accettava compromessi, ma che all’occorrenza usava la testa e il cuore, cercando con buon senso soluzioni alternative e prendendo a volte  decisioni impopolari e invise alla stessa Arma di cui faceva parte. Aveva le sue idee Giannattasio, il suo modus operandi era sempre in linea con le regole,  ma all’occorrenza usava il buon  senso e faceva di testa sua per rendere più efficace e lungimirante il suo operato.  Dal suo libro emergono molti aspetti critici di questo lavoro, legati soprattutto alle rigide gerarchie, alla mancanza di flessibilità e alle regole imposte, senza possibilità di replica o di rielaborazione personale, tipiche degli ambienti militari.

Dal libro emerge che il lavoro  dei cittadini in uniforme, più di altre categorie lavorative, è meno tutelato e spesso contrastato dagli stessi superiori, soprattutto per le palesi ingiustizie di cui è costellato. Ci può sintetizzare qualche esempio concreto della sua esperienza personale al riguardo?

“Come in tutte le aziende, i capi sono i responsabili degli andamenti dei reparti. Nell’Arma, come credo nelle altre Forze dell’Ordine, i superiori hanno il compito di dirigere e orientare sulla loro linea di comando, tutte le attività. La Polizia Giudiziaria deve osservare certamente il Codice di Procedura Penale e le Leggi dello Stato. In qualsiasi attività di Polizia Giudiziaria, il responsabile penale dell’operato è il firmatario degli atti, qualsiasi essi siano. Nella mia esperienza nell’Arma, mi sono trovato molto spesso in contrasto con alcuni Superiori che, in determinate occasioni, miravano soprattutto all’aumento dell’attività operativa, reclamando un maggior numero di arresti.  Non bastava far presente che se non c’erano arresti, significava che non vi erano reati e dunque sussisteva un forte controllo del territorio, con un’ottima attività preventiva. Un esempio concreto è quello, raccontato nel libro, dei due ragazzi fermati con la droga e non arrestati, ma denunciati a piede libero, suscitando le ire del superiore ma i ringraziamenti delle loro mamme. In sintesi il Comandante della Stazione Carabinieri di un paese, responsabile di tutto quello che accade, dovrebbe avere libertà di agire e se sbaglia, cosa molto difficile se è un ottimo Comandante di Stazione, dovrebbe rispondere degli errori che fa e quindi non permettere a nessuno d’ interferire a qualsiasi livello nella sua attività. Questo perché,  in caso di errori chi ha interferito, un domani, per non assumersi responsabilità e quindi essere coinvolto, se ne lava sicuramente le mani, che sia un superiore o meno”.

Ho trovato inquietante la parte finale del libro, concomitante con  il suo congedo: ne emerge chiaramente che, in alcuni casi come il suo, vengono negati ai Carabinieri i basilari diritti umani e democratici, riconosciuti agli altri lavoratori. Che cosa è successo esattamente al termine della sua carriera?

Al termine della mia carriera sono stato mandato in missione al mio ultimo comando dove c’era un giro d’interessi che cominciai a documentare. Molti personaggi, che occupavano da anni lo stesso posto, facevano i loro comodi sia all’esterno, sia all’interno del reparto. Segnalavo, scrivevo,  ma il tutto veniva archiviato. Mi trovavo in un reparto che al mio arrivo ha riconquistato la fiducia della gente e che mi cercava per qualsiasi cosa. Ero conosciuto e stimato da tanti, dalla popolazione, finanche dalle autorità americane. Questo credo abbia offuscato l’immagine di tanti superiori, che vogliono essere sempre sotto i riflettori, e che senza dati alla mano, si sono inventati tante infamità nei miei riguardi che, anche se denunciate, anche se non documentate, sono state archiviate con una circolare che dice: “Un militare può essere trasferito in qualsiasi momento“. Chi ha dato l’anima per la gente, per l’Arma, trascurando la famiglia, si chiede alla fine se ne sia valsa la pena. Io dico e mi ripeto “SI, ne è valsa la pena” perché  tanta gente ricorda ancora oggi il bene che il Luogotenente Giannattasio Giovanni ha fatto per loro.

Dal libro emerge che ha ottenuto molto forzando le gerarchie, attingendo alla sua forza di carattere, che non tutti possiedono. Secondo la sua visione di ‘veterano’ dell’Arma, com’è la situazione della nuova generazione di Carabinieri? E cosa si potrebbe fare per migliorare il loro lavoro?

Da quello che mi risulta, tanti colleghi avrebbero molto da dare alla gente, ma il loro operato spesso è ostacolato dai superiori. Il loro entusiasmo si spegne perché hanno poca autonomia e pertanto non vogliono mettersi contro il superiore che impartisce un ordine, per il semplice fatto che quel superiore è anche il responsabile dei loro eventuali avanzamenti di carriera. Il lavoro potrebbe essere migliorato attribuendo a ciascuno precisi compiti e responsabilità: perché  se un Comandante di Stazione non fa quello che il Capitano gli chiede, perché a sua volta glielo ha chiesto il Colonnello, quel Comandante ha chiuso. Un grande generale mi ha detto giorni fa, dopo aver letto il mio libro: “Io quando ero Colonnello e sentivo parlare tante bene di te, mi faceva piacere! Quando sapevo che ti conoscevano e apprezzavano in tanti, per me era un onore. Perché le nostre figure erano diverse. Io ero il Colonnello che stava sopra di te, ma tu eri il Maresciallo che stava tra la gente e che essa apprezzava e ammirava per la sua dedizione al dovere ed io non ero invidioso del tuo successo, delle tue amicizie“.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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