I dissidi filosofici: postmodernismo e realismo

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di Mariano Colla

L’8 agosto del 2011 Maurizio Ferraris, docente di filosofia teoretica all’università di Torino, e filosofo di fama internazionale, scriveva:”L’ umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l’ alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell’ autorità”.
Una chiara sfida al postmodernismo e l’invito a considerare un nuovo realismo quale strumento ideologico e filosofico per leggere il mondo. Postmodernismo che vede anche in Italia illustri esponenti quali Vattimo e Rovatti, con le teorie del pensiero debole.
L’argomento ha alimentato discussioni e dibattiti per mesi e nella giornata di ieri l’Istituto Svizzero di Roma ha organizzato una conferenza dal titolo “Dal postmoderno al Realismo” nella quale si sono confrontati il prof. Maurizio Ferraris e il prof. Emil Angehrn, filosofo tedesco docente all’università di Basilea.
La premessa del dibattito si basa sulla consapevolezza diffusa che l’uomo e la società stiano vivendo una fase di transizione, una delicata fase di passaggio che sembra riguardare i molteplici aspetti della vita.
Una trasformazione che non riguarda solo la filosofia ma che tocca anche la letteratura, l’arte, la politica, insomma l’esistenza umana nelle sue varie articolazioni.
La filosofia si è ovviamente posto il problema e, come spesso è accaduto nella sua lunga storia, ha seguito vie diverse per proporre soluzioni di senso.
Secondo Maurizio Ferraris sono evidenti i segnali che richiedono un cambio d’epoca, nuovi paradigmi che sollecitino una riflessione sul declino del postmoderno costruttivista, con il suo diniego di poter raggiungere qualsiasi realtà, e sul suo superamento con un nuovo tipo di realismo tendente al recupero della realtà e della autenticità.
Un passaggio importante, quindi, da un postmodernismo scettico nei confronti delle grandi narrazioni, delle certezze, delle sicurezze che hanno alimentato buona parte del modernismo e del positivismo, a un nuovo realismo in grado di recuperare concretezza e senso ed evitare le pericolose derive nichiliste causate dai recenti crolli di miti economici, finanziari e sociali.
Eventi, quest’ultimi, imputabili in buona misura, secondo Ferraris, al pensiero postmoderno, o pensiero debole che dir si voglia, responsabile di aver alterato o cancellato il ruolo oggettivo della realtà esterna.
Se da un lato l’abbandono o il superamento delle acrobazie costruttivistiche del postmodernismo ci possono affrancare dalle volatilità di uno scenario esistenziale privo di certezze, è pur vero che l’adozione del, così detto, nuovo realismo porta con sé il rischio di una ricaduta in semplificazioni e fondamentalismi, a scapito delle sfumature, delle complessità e delle differenze insite nel mondo presente.
Forse nulla di nuovo sulla scena.
Già nel periodo del tardo impero romano e con la crisi del 1929 si erano manifestati rigurgiti ideologici simili.
Quando le sicurezze vengano a mancare è naturale nell’uomo ricercare solidi appigli di senso.
In effetti Ferraris non intendeva con il suo articolo determinare la fine del postmodernismo e la nascita di un new deal. I filosofi spesso si nascondono dietro etichette ideologiche più radicali di quanto in realtà sono. Sostanzialmente quella di Ferraris è una proposta a riflettere. In buona sostanza il termine “ritornare alla realtà” ha un significato relativo, perché noi siamo già immersi nella realtà.
Tra i padri del postmodernismo Ferraris, oltre a Lyotard cita Richard Rorthy, il quale propone principi innovativi per distaccarsi dal dogmatismo del modernismo.
Egli propone sia l’adozione di una certa ironia nei confronti delle cose del mondo, sia la de-oggettivizzare di cose e contesti.
In fondo, diceva Rorthy, che cosa ci importa della oggettività della verità? Stabiliamo il primato della solidarietà sulla oggettività. La filosofia di Rorthy veniva definita emancipativa o del desiderio, svincolata da schemi e principi preconcetti.
Nondimeno, sostiene Ferraris, il sogno postmoderno si è via via trasformato in un incubo, in un populismo mediatico che oggi ci impone, appunto, una riflessione sulla validità di tale modello.
Ferraris è dell’opinione che, ad una analisi più approfondita, il postmodernismo denuncia alcune “incongruenze filosofiche” quali:
• essere e sapere si identificano, ossia non si può avere esperienza di ciò che non si conosce concettualmente,
• accertare la realtà significa accettarla,
• infine il sapere è il veicolo della volontà di potere.
Ne deriva la concezione del postmoderno come costruzionismo, ossia la realtà non è mai data ma è frutto di una costruzione.
Ma secondo il filosofo torinese la realtà non è emendabile. I nostri schemi concettuali non sono prove della realtà. C’è una differenza tra l’ontologia, ossia quello che un oggetto è, e la epistemologia, ossia quello che noi riteniamo che l’oggetto sia.
La convinzione che le costruzioni concettuali possano sostituirsi alla realtà conduce ad un mondo liquido, senza punti fermi, variabile ed emancipativo, come peraltro fortemente sostenuto da Nietzsche nella famosa frase “nel mondo non esistono fatti, ma solo interpretazioni”, in cui abbatteva la razionalità illuministica a favore di una volontà incondizionata dell’uomo.
Il prof. Angehrn si pone una questione di principio: esistono motivi reali per una diatriba tra i due modelli? Esiste veramente una crisi di principi?
Nell’interpretazione c’è arbitrio, ci sono gradi di libertà, c’è il rischio di deformare il peso oggettivo della realtà e, comunque, non tutto è interpretabile.
La correttezza della interpretazione è legata alla coerenza, al rapporto con il contesto e deve permettere di comprendere il mondo.
Il reale si oppone strenuamente alle lusinghe della interpretazione, che non può plasmare l’oggetto a suo piacimento.
Vi è una frase che dice “la verità è nella storia, ma la storia non dice la verità”, a mio avviso ottima sintesi del rapporto contrastato tra ermeneutica e realtà.
Il reale si oppone a ciò che il soggetto dispone.
Sostiene Angehrn che l’insopportabilità del male si oppone alla interpretazione. L’abisso della negatività, concetto estremamente radicale, dà un pugno al costruzionismo.
L’altro non è ciò che si oppone all’interpretazione, ma la sfida.
L’interpretazione è compiuta quando la cosa parla di per sé. L’arte, per esempio, esprime ciò che manifesta.
Il filosofo tedesco non è sembrato un sostenitore del nuovo realismo quanto uno studioso che non intende radicalizzare i termini del conflitto postmodero – realismo.
Probabilmente la transizione inizialmente citata, qualora esaminata da posizioni contrapposte, appare più teorica che pratica, pur sollecitando le necessarie riflessioni.
Nella complessa rete dei significati dovremo a lungo discutere se un fatto, pur rimanendo un fatto, è circoscrivibile nella sfera del certo, oppure se il nostro sentire potrà privarlo della sua oggettività.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

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