La «buona novella» della Pfm

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Di Anna Esposito

La Premiata Forneria Marconi, con slanci d’apprenti sorcier ha cercato di far rivivere a distanza di quarant’anni La buona novella, come tributo di devota gratitudine al maestro Fabrizio De Andrè.

Era il novembre del 1970 quando il poeta genovese pubblicò il suo quarto album, il suo migliore dirà poi, di recente ristampato su LP, in tiratura più che limitata, su vinile color oro. A registrarlo la Pfm ante litteram, I Quelli, non v’era ancora il grande bassista Patrick Djivas, ma gli storici componenti della band Franz Di Cioccio e Franco Mussida.

Ho assistito ad una della tappe più significative del loro tour, al Gran Teatro di Roma.  Il pubblico li ha accolti sul palco con il commosso affetto che si riserva agli amici ritrovati, quelli che non vedi da tempo, ma che non puoi dimenticare. “Questa è La buona novella secondo la Pfm” annuncerà Di Cioccio e in effetti l’esecuzione integrale del concept album ispirato ai Vangeli apocrifi è stato completamente riletto e riarrangiato dalla band. Quattro decenni sono bastati per decidere di guardarsi allo specchio, per riappropriarsi della musica trasfigurando la mera esecuzione in un peccato originale, la loro “versione adulta”.

In principio fu il Laudate Dominum e L’infanzia di Maria, così prende vita La buona novella, tra evocative luci oniriche e le loro dita virtuose.  Audace vertigine è la loro “buona novella”, certo rischiosa a tener conto dei puristi estimatori di De Andrè, con suoni talvolta liquidi, altri acidi che s’imprimono sulla tela sensoriale affascinata di chi comodamente seduto in poltrona ne gode in silenzio a tratti estatico.

Affascinante e insolita la versione di Il sogno di Maria, Via della Croce e Il testamento di Tito fino al liberatorio Laudate hominem. Nel mirabile esercizio di stile della Pfm s’intravede De Andrè, durante l’esecuzione è lui a rimanere fedele a se stesso nella poesia dei suoi versi. Il loro rock progressive o “musica immaginifica” come l’appellano loro, ha reso degna l’Italia negli anni di competere con i titani del genere come gli Emerson, Lake & Palmer, King Krimson, Genesis e Van Der Graaf Generator,  l’intensità suggestiva della loro musica sembra essere continuamente rigenerata. Questa la sensazione ascoltando soprattutto la seconda parte dello spettacolo dove ad andare in scena è il loro ottimo album interamente strumentale “Stati d’immaginazione”, pubblicato sul finire del 2006.

Ad accompagnare le suggestioni musicali del pubblico otto microfilm proiettati sullo sfondo del palco, tra villaggi olandesi, pigmei che s’adoperano nella costruzione di un ponte, il sogno di volare di Leonardo Da Vinci e il capolavoro del disco La terra dell’acqua con visioni di puro caos e paura di una Venezia che annaspa, una miscellanea di immagini di repertorio e ricostruzioni virtuali che si concludono con la morte di Venezia che infine annega tra le acque.

A riprendere le fila dello spirito iniziale del tributo a De Andrè, come Atlantide che riemerge, Volta la carta disgela definitivamente l’iniziale contemplazione assorta in platea, degno di lode il violinista Lucio Fabbri, ma anche Piero Monterisi alla batteria che si alterna al drumming potente di Di Cioccio e Gianluca Tagliavini alle tastiere. Non mancheranno i loro marchi di fabbrica più famosi come la tarantella rock Celebration e Maestro della voce, scritta dall’ottimo Demtrio Stratos, leader degli Area. E anche se come dice Di Cioccio “le fragole a Natale non si mangiano”, nonostante si sia ampiamente fuori stagione, giungerà tra l’acclamazione generale Impressioni di settembre  “ e leggero il mio pensiero vola e va ho quasi paura che si perda”, in pochi resisteranno seduti trattenendosi dal desiderio di cantarla con nostalgico piglio.

Sessantenni in tour per un concerto di oltre due ore, istinto, sudore e la lingua in fuori di Di Cioccio. Sebbene  non sia possibile impedire al tempo di levigare tutto ciò che incontra al suo passaggio e lo san bene anche loro, il virtuosismo appassionato concede insperati stati di grazia.

Prossime date della Pfm in tour:

07 settembre 2010
PFM canta De André
+ successi PFM
PAVIA (PV)
Castello Visconteo
Ingresso Gratuito
ore 21:30

20 agosto 2010
PFM canta De André
+ successi PFM
CANISTRO SOTTO (AQ)
ore 21:30

19 agosto 2010
PFM canta De André
+ successi PFM
APRICENA (FG)
ore 21:30

16 agosto 2010
PFM canta De André
+ successi PFM
AVELLINO (AV)
ore 21:30

14 agosto 2010
PFM canta De André
PFM 35 e un minuto
(successi PFM)
SPINAZZOLA (BA)
ore 21:30

9 agosto 2010
PFM canta De André
COPERTINO (LE)
ore 21:30
€ 25,00 posti a sedere non numerati, compreso di prevendita
€ 15,00 compreso di prevendita posti in piedi

8 agosto 2010
PFM canta De André
+ successi PFM
TERRACINA (LT)
Arena Molo
ore 21:30

www.pfmpfm.it

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

One Comment

  1. Manfredi
    23 agosto 2010

    Ciao Anna,
    solo per dirtiche sono forse tra i pochissimi a non amare (anzi!) la collaborazione tra la Pfm e De Andrè.
    Rispetto al percorso di crescita musicale di De André secondo me l’incontro con la Pfm rappresenta un elemento non solo spurio (non sarebbe un male) ma, soprattutto, deleterio su alcune sue canzoni.
    Il loro concerto dal vivo seguì di un anno, se non ricordo male, Rimini nel quale era contenuta volta la carta con quel suo strano ritmo di ballata allegra e, fin lì, la cosa ci stava.
    Quello di cui “incolpo” la Pfm è che alcuni brani (mi vengono in mente a caldo bocca di rosa ed Il pescatore) hanno assunto in forma definitiva la “versione Pfm” dando ai brani di De André una allegria ed una giovialità che mal loro si addice.
    Come si fa (l’ho visto in tantissimi concerti) a battere le mani e ballare durante l’esecuzione de “Il pescatore” che a mio parere vuole la calma contemplativa dell’ultimo sole, della spiaggia, dell’incontro, del solco lungo il viso?
    Mi rendo conto che forse è un mio limite e che le canzoni nate in un certo modo possono “evolversi” ma sta di fatto che, proprio come De Gregori che oggi rockeggia affreschi come “La casa di Hilde” o “Niente da capire” mi disturba questa nuova allegria iniettata dalla Pfm in brani che per me restan sacri e cristallizati nella loro forma originaria perchè , secondo me, la poesia si sussurra, non si ruggisce.
    Ascolterò comunque con tanta curiosità La buoba novella” della Pfm, con un po’ di paura che non “mi” rovinino quella che resta, secondo me, una delle più belle Ave Maria io conosca,
    Ciao,
    grazie,
    Manfredi

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