I Cani, Live @ Piper. Cronaca di un concerto quasi normale

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di Francesco Corbisiero

Era il giugno dell’anno scorso. Un compagno d’università che poi sarebbe diventato il mio coinquilino mi accolse a casa sua, per una ripetizione di un esame che non riuscii allora a passare e che è ancora fermo lì  (microeconomia) e in uno dei frequenti e svaccati momenti di cazzeggio travestiti da pause-studio, tra una sigaretta sul balcone e una discussione sugli amorazzi vari ed eventuali in corso, fece passare sul suo Mac un disco stranissimo di un gruppo altrettanto bislacco, di cui ancora non si conosceva l’identità. Finiti gli esami e tornato finalmente a Lecce per l’estate, presi da YouTube tutte le canzoni e le ascoltai piano piano.

Febbraio 2012: son passati la bellezza di otto mesi da quel giorno, e cinque da quando quel gruppo si palesò definitivamente sotto i riflettori e davanti al pubblico del Circolo degli Artisti per la prima data di un tour che li ha imposti in Italia come fenomeno di costume e gruppo in voga dei una scena musicale romana al momento assai moscia e capace di dare slanci, passione e budella soltanto nell’ambito del rap, e io sono al Piper, con un folto gruppo di conoscenti e amici sparsi un po’ in tutta la sala, ad aspettare di ascoltare quel gruppo finalmente dal vivo. Perché sarebbe stato facile buttare giù due righe quando il tam tam era nel vivo e le informazioni rimanevano confuse e deficitarie, ma non l’ho fatto. Aspettavo di saperne di più, vederli calcare il palco, e poi, magari, solo allora tirare le somme. Oppure, molto più semplicemente, cercare di capire.

I Cani: l’esempio di come alle volte bastino 3 tastiere, una batteria molto post punk (manco a dirlo, titolo di uno dei loro pezzi) alla Cure e un basso adeguatamente profondo per strizzare l’occhio agli MGMT d’oltreoceano, prendere a piene mani gli arrangiamenti degli anni ’90 di un protagonista-chiave dell’ambiente sotto er Cuppolone (Max Gazzè), rinfrescarli quanto basta e creare un indie-pop dai suoni sintetici nel bel mezzo dei sette colli della Capitale. E, inoltre, una chiara dimostrazione del fatto che, quando il testo di un brano tocca nervi scoperti e si descrivono in poche, sapienti e spietate pennellate atteggiamenti diffusi e pratiche quotidiane del proprio microcosmo, è inevitabile far centro, dipingere un affresco desolante in chiave quasi sociologica, ma senza necessariamente creare vie d’uscita o ergersi a santoni o guru (non è questo il tono e l’intento della band). Ed è un progetto underground (ma neanche tanto, ormai) che fa leva sui giovani. Giovane e indipendente è l’etichetta (la 42 Records), e giovanissimi anche i protagonisti della serata. Pure il Piper è pienissimo di ragazzi, con la voglia soltanto di ascoltare, ballare, dimenarsi un po’ in una serata d’intervallo tra un esame e il ritorno delle lezioni universitarie o soltanto di togliersi lo sfizio di vedere all’opera l’oggetto di tanta curiosità.

Aprono il concerto i Gazebo Penguins, con il loro punk rock emiliano durissimo:  solo sette canzoni e poi via, è dura la vita da gruppo-spalla. Mi colpisce il modo del bassista di tenere il suo strumento, come fosse un fucile in spalla, in attesa di farlo suonare, di sparare qualche suo colpo, quasi un tributo a Johnny Rotten dei Clash. Ma colpisce ancora di più che i ragazzi di Zocca di Reggio nell’Emilia – seguiti da un nutrito gruppo di amici emiliani e tutti in prima fila – si divertano a fare un collage alla rinfusa di frasi tratte dai testi delle canzoni dei Cani e di adagiarle sulle loro basi rock. Penso: i diretti interessati si saranno incazzati da morire. Invece arrivano loro e smentiscono il mio mal-pensiero.

Perché sono autoironici, i Cani, e non se la sono presa affatto, anzi ringraziano. E oltre alla capacità di saper ridere di sé, sembrano pure schivi, nonostante sul palco si scatenino alla grande. ‘Se non parliamo molto non è perché siamo timidi, mica perché siamo arroganti’ dice al microfono il frontman del gruppo di cui, anche se conosciamo l’identità. Non faremo il nome perché i quattro hanno scelto volutamente la strategia della segretezza (do you remember le buste di cartone in testa anche durante le interviste?) e noi la rispettiamo. E il concerto inizia e procede così, tra i brani di un ‘sorprendente album d’esordio’ (questo il titolo) che ha fatto discutere tantissimo nella torrida estate romana del 2011: dall’intimità di pezzi come ‘Il pranzo di Santo Stefano’ alla fotografia della gioventù femminile che sogna l’America di ‘Hipsteria’, dai pensieri maligni di un giovane che in discoteca ci sta come un pesce fuor d’acqua di ‘Door Selection’ alla caustica ‘Le coppie’, per finire in crescendo  verso l’inno ‘I pariolini di 18 anni’, ritratto di famiglia dei figli di una borghesia capitolina sporca e malconcia, e ‘Velleità’, ultima, catartica e velenosa canzone prima dello stage diving dei membri del gruppo sul pubblico (eseguito anche dal bancone del bar del Piper) e al ritorno dietro le quinte accompagnato da miriadi di applausi. Da segnalare inoltre la cover di ‘Con un deca’ degli 883, che ha visto interprete presente proprio l’autore originario, Max Pezzali, a cantare insieme ai Cani, gongolante per cotanto omaggio.

E insomma, alla fine di tutto questo racconto, cosa dire? Mettiamola così: come album d’esordio non c’è male. Tante potenzialità e atmosfere plastiche, molta paraculaggine, sapiente uso dei mezzi d’informazione alternativi (Facebook e Sound Cloud in primis), show scenico come si deve e tecnica già più raffinata rispetto alle prime esibizioni – pietose – del tour. Cari Cani, benché non sia proprio nessuno per giudicarvi, io vi promuovo e vi alzo anche il voto per simpatia. Però attenti, perché se il prossimo non sarà un disco con fiocchi e controfiocchetti, l’oblio è dietro l’angolo ad aspettarvi. Mica son tutti buoni e cari come me.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

2 Comments

  1. Andrea
    3 marzo 2012

    Non so che musica ascolti abitualmente, ma togliendo i paroloni e le frasi ben farcite questa recensione è piena di errori grossolani. Il primo è che il sottosuolo musicale dell’indie romano è vivo, vivissimo, forse non è mai stato così vivo, e sarebbe così anche se I Cani non esistessero. Hai mai sentito parlare di Sadside Project, Mary in June, Eva Mon Amour, The Jacqueries, I Quartieri, Carpacho!, Thegiornalisti? Non mi sembra, altrimenti non saresti così sicuro di una tale sbagliatissima affermazione. Trattare poi i Gazebo Penguins come il gruppetto spalla che sta lì per scaldare il pubblico è bestemmiare..Io ti consiglio vivamente di ascoltare tutto “Legna” e il loro precedente grandissimo album “The named is not the named”, magari non prendendo i pezzi da Youtube. Ecco, me I Cani stanno simpatici, li ho ascoltati e sentiti dal vivo molto prima di te, ma mi rendo conto sempre di più che il successo di un gruppetto del genere è solo dannoso,non solo per loro stessi che non riusciranno mai a crescere musicalmente, ma anche e soprattutto per chi non ha abbastanza cultura musicale dietro da prendere le giuste distanze e capire che in fin dei conti altro non sono che una deliziosa e colorata meteora (il nome del frontman,come lo chiami tu,ovvero l’ideatore unico e solo del progetto I Cani,lo sa anche mia nonna). Fai bene a dire che non sei nessuno per giudicarli, anzi se vuoi puoi considerarli anche i nuovi Cure (santiddiodamore), ma penso che prima di metterti a recensire dovresti anche sapere di cosa stai parlando. Menomale che Joe Strummer,cantante e chitarrista dei Clash, è morto e non può leggerti.

  2. Francesco
    3 marzo 2012

    Alcune precisazioni sono necessarie:
    1. Non ho detto che i Cani sono i nuovi Cure. Me ne guardo bene dal farlo, specie perchè conosco la portata storica e musicale di un gruppo come quello di Robert Smith. Ho detto che ho sentito parti di basso e batteria che mi hanno ricordato molto atmosfere post-punk. Ma qui nessuno ha citato i Cure come termine di paragone nel complesso. E ci mancherebbe altro.
    2. Quando parlo di ‘scena romana’ intendo quella degli anni ’90. Parlo di Niccolò Fabi, di Max Gazzè, di Daniele Silvestri, come di tanti altri. Parlo di un genere che era squisitamente pop, come pop è il genere dei Cani, anche se con intenti e modi assolutamente diversi. La differenza tra questa scena romana e quella di cui parlo? Questa è autoreferenziale e moscia, quella degli anni ’90 aveva un respiro ampio e parlava a tutti ( ed è per questo che è emersa e andata avanti ). L’unica scena romana di cui si è sentito parlare negli ultimi anni a livello nazionale è stata quella rap ( e mettici pure il fatto che a me il rap non piace per nulla, ma a malincuore lo devo ammettere )
    3. Questa non era una recensione sui Gazebo Penguins, perciò è normale che, rispetto allo spazio dato all’argomento dell’articolo, su di loro sia stato scritto di meno. E’ sbagliato trattarli come un gruppo-spalla? In quel caso lo erano. Ciò però non vuol assolutamente dire che non abbiano fatto un lavoro egregio. Qui nessuno ha sputato sul loro lavoro.
    4. Guardare alla popolarità e al successo di questo primo disco dei Cani con l’atteggiamento di chi dice ‘sì, ma tanto sappiamo come va a finire, sono solo una meteora’ è a mio avviso sbagliato. In primis perchè il futuro non lo possiamo predire e in secondo luogo perchè sul loro futuro ci stanno lavorando ( hanno presentato all’interno del concerto una loro nuova traccia che farà parte di un nuovo lavoro ). Poi, ripeto, starà a loro confermare o smentire gli entuasiasmi degli esordi. E io potrò pure prendere una cantonata, ma mi assumo tutta la responsabilità di quel che dico.

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