Matta, un surrealista a Roma

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Dieci anni fa l’Auditorium di Roma, in occasione dell’apertura, ospitava una grande mostra di Roberto Sebastian Matta. Nato a Santiago del Cile l’11 novembre 1911, l’artista moriva a Civitavecchia il 23 novembre 2002, alcuni giorni prima dell’inaugurazione. Nel centenario della nascita, Matta torna all’Auditorium con un’esposizione di importanti opere storiche a cura di Claudia Salaris e realizzata in collaborazione con la Fondazione Echaurren Salaris, il cui fulcro è rappresentato da quelle realizzate a Roma tra il 1949 e il 1954. In quel periodo, mentre l’Italia rinasceva dopo la seconda guerra mondiale, Matta era la testimonianza vivente di ciò che accadeva nelle trincee più avanzate dell’arte in Europa e negli Stati Uniti.

Lasciato il Cile nella prima metà degli anni Trenta, Matta è approdato nel vecchio continente in cerca di fortuna. Giovane architetto si stabilisce a Parigi, dove lavora nello studio di Le Corbusier. Durante un viaggio a Madrid, conosce Federico Garcia Lorca, che lo mette in contatto con Salvador Dalí. Quest’ultimo gli suggerisce di andare a trovare il fondatore del surrealismo, André Breton. Nel 1937 Matta lo incontra, portandogli i suoi primi disegni, e viene presto cooptato nel gruppo. Nel 1938 partecipa all’Exposition Internationale du Surréalisme. Mette a punto la ricerca delle cosiddette “morfologie psicologiche”, in cui adotta la tecnica dell’automatismo che non abbandonerà mai: le macchie di colore steso sulla tela indirizzano il tracciato del pennello, le forme, la costruzione. Nel 1939 partecipa alla trasmigrazione dei surrealisti dall’Europa agli Stati Uniti, in una fuga morale e politica di fronte alle prime avvisaglie dell’espansionismo bellicista hitleriano. A New York è uno dei pochi surrealisti emigrati che parla inglese e con il suo temperamento comunicativo diventa un intermediario prezioso tra gli artisti europei e quelli americani. Conosce i giovani pittori d’avanguardia, tra cui  Jackson Pollock, i futuri protagonisti dell’espressionismo astratto, dell’action painting, portando loro uno stimolo a creare e tentare vie nuove con la sua esplorazione visionaria dell’inconscio, in cui assume un ruolo centrale il gesto.

Matta è un nomade, un irregolare anche all’interno del movimento surrealista: a causa di comportamenti e scelte personali nel 1948 viene espulso dal gruppo di Breton (sarà riammesso solo dopo un decennio). Isolato e in crisi, torna dopo molti anni in Cile, dove pubblica un manifesto sul “ruolo dell’artista rivoluzionario”. Quando, nel 1949, arriva in Italia il suo stato d’animo è quello di chi cerca una rigenerazione. Roma nel dopoguerra è una città viva, che lancia segnali di risveglio anche a chi, come lui, ha seguito le principali rotte dell’arte. Lo attira la Roma povera ma originale degli artisti orbitanti tra le osterie del centro, via Margutta e piazza del Popolo, nelle cui interminabili discussioni i problemi dell’arte non sono disgiunti dalle idee di giustizia sociale. Ma lo attira anche la Hollywood sul Tevere che con un cinema fatto con poche lire, il  neorealismo, si è imposta nel mondo. E proprio a Roma egli da un lato accentua la sua politicizzazione, dall’altro si fa coinvolgere dalla dolcezza del vivere e del paesaggio, con esiti che contribuiscono a rinnovare la sua pittura. Nella città eterna l’ulisside si ferma e (per la seconda e non ultima volta) mette su famiglia, sposando l’attrice Angela Faranda da cui ha il figlio Pablo.

Matta si inserisce allora nel milieu artistico romano e italiano, vivendo il clima di rinascita morale, culturale e artistica che connota in quel momento il nostro paese. Nella capitale frequenta Afro, Giuseppe Capogrossi, Alberto Burri, Leoncillo, Renato Guttuso, Pietro Cascella, Antonio Corpora, Pietro Consagra, Emilio Vedova, Giulio Turcato, Piero Dorazio, Corrado Cagli, che gli presenta i coniugi Gaspero del Corso e Irene Brin della galleria L’Obelisco, dove egli espone. Conosce gli storici dell’arte Lionello Venturi, Palma Bucarelli, il critico-poeta Emilio Villa, gli scrittori Curzio Malaparte, Alberto Moravia e ritrova il poeta Pablo Neruda in esilo dal Cile. A Milano è in contatto con gli esponenti del movimento spazialista, Lucio Fontana, Roberto Crippa, Gianni Dova, ma anche con Ennio Morlotti, Ettore Sottsass e Fernanda Pivano. A Venezia, è spesso ospite dell’amica mecenate Peggy Guggenheim. Quando alla fine del 1954 lascia Roma per stabilirsi a Parigi (successivamente risiederà a Londra e poi di nuovo a Parigi), non taglia i ponti con l’Italia, dove trascorre lunghi periodi di vacanza e lavoro, prima a Panarea e, dalla fine degli anni Sessanta fino alla morte, in un vecchio convento presso Tarquinia, trasformato in casa-atelier, “La Bandita”, suo ultimo buen retiro.

Matta ha avuto una vita lunga, segnata dal successo e all’insegna del nomadismo in senso lato. Gran viaggiatore, ha avuto varie residenze da un capo all’altro del mondo. Nel corso del tempo ha avuto quattro mogli e altrettante famiglie, sei figli. Egli stesso si sentì come Ulisse per la febbre che lo portava a varcare sempre nuovi confini, non solo geografici ma anche esperienziali e culturali.  Parlava molte lingue, spagnolo, francese, inglese, italiano, e spesso le mescolava, dando luogo a una lingua mista che era tutta sua. Di lui molto si sa, ma poco si conosce della stagione romana. Questa mostra vorrebbe fornire un contributo per far luce su quel periodo breve e intenso.

 

dal 16 marzo al 20 maggio –  AuditoriumArte e Foyer Sinopoli

 www.fondazioneechaurrensalaris.it

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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