La ‘Civiltà empatica’ di Jeremy Rifkin

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Di Anna Esposito

Jeremy Rifkin è un visionario d’alta professionalità, economista e filosofo con un passato da attivista impegnato che nel suo ultimo libro, “Civiltà empatica” edito in Italia dalla Mondadori, interpreta ansie e timori di un’economia globale che rischia di rappresentare il buco nero della cultura e della civiltà moderna. E Atlantide s’inabissa tra le onde della crisi economica, avvinta dalla tempesta impietosa dell’instabilità politica, mentre la tecnologia divide et impera impedendo la formazione di una reale coscienza empatica che sottragga l’umanità dalla ruina. Sopravvivere al ventunesimo secolo è dunque impresa quasi disperata se non per quello  che Rifkin definisce Homo empathicus, dotato cioè della capacità di sintonizzarsi sugli altrui dolori così come sulle altrui gioie, consapevole che le sorti individuali dipendono le une dalle altre.
Rifkin è Presidente della Foundation on Economic Trends a Washington ed insegna presso la Wharton School of Finance and Commerce, dove tiene corsi sul rapporto fra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l’ambiente e la cultura, a sancirne l’ascendenza autorevole ci ha Pensato il New York Times appellandolo “profeta etico sociale”. I destini degli uomini da sempre oscillano tra entropia ed empatia, tra salvazione e dannazione, ma nonostante la tendenziale contraddizione per Rifkin quella umana è “una specie fondamentalmente empatica”, ne sviscera le argomentazioni nella prima parte del libro focalizzandosi più che sui conflitti e le lotte per conquistare il potere sull ‘ “empatica evoluzione della razza umana che ha plasmato il nostro sviluppo e probabilmente deciderà il nostro destinocome specie”.

Esiste e va riscoperto in ciascuno di noi quello che il profeta Rifkin definisce “quarto istinto”, che cispinge ad andare oltre i nostri impulsi di soddisfare nell’immediato desideri meramente egoistici e d’ambizione includendo nella nostra prospettiva d’interessi anche le comunità in cui viviamo.
Il libro diviene anche uno scorcio sulle civiltà che hanno segnato il mondo conosciuto, fino all’orlo del precipizio del ventunesimo secolo, la nuova era, quella dell’empatia. Siamo nel pieno di quella che viene definita da Rifkin “Terza Rivoluzione Industriale” e tutte le rivoluzioni energetiche che si rispettino hanno finito per cambiare profondamente la morfologia delle relazioni umane, la riforma agricola nell’antica Mesopotamia vide nascere le religioni, così come la prima rivoluzione industriale favorita dall’incontro tra il motore a vapore e la stampa di Gutemberg gettò le basi alla nascita delle ideologie.  L’alba del ventesimo secolo accolse l’avvento del telegrafo e del telefono affiancato da quello del petrolio e della combustione interna che innescò la seconda rivoluzione industriale. Il petrolio ormai sta stillando le sue ultime gocce, l’epoca dei combustibili fossili è terminata, le fonti si stanno esaurendo, facendo salire vertiginosamente i prezzi, l’impatto sull’ambiente si sta rivelando irrimediabile. Il mutamento epocale è alle porte, la terza rivoluzione industriale è in atto e il mondo dovrà riorganizzarsi per essere in grado di sostenerla, sarà necessario creare consapevolezza ed empatia per garantire la sopravvivenza del Pianeta e dell’umana specie.
Croce e delizia per l’homo empathicus sarà il cyberspazio. La nuova frontiera della comunicazione globale dalle immense potenzialità, sebbene l’osannata connettività universale pare diventata fine a se stessa. “Parliamo senza fiato” scrive Rifkin “manca un motivo generale per cui miliardi di esseri umani debbano essere costantemente connessi. Verso quale fine? Sette miliardi di singole connessioni, in assenza di uno scopo generale unificante, sembra un colossale spreco di energia umana”.

Eppure se fosse vero quanto affermò Henry Summer Maine e cioè che tranne le forze cieche della natura, nulla si muove e s’agita nel nostro mondo che non sia greco almeno nella sua origine, avremmo motivo di sperare che il profilo della nostra civiltà possa sicuramente aspirare a riscoprire tratti armonici ed empatici di salvifica bellezza .

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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