Il piacere della musica

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di Mariano Colla

Poco tempo fa la politica ha detto: “la cultura non si mangia”.
Qualche anno prima il messaggio strategico proposto dai nostri governanti era: internet, inglese, impresa.
Per dirla alla Weber l’economia era guidata da una razionalità di scopo, basata su uno stretto rapporto costi – benefici, piuttosto che da una “razionalità di valori”, intesa come uno sviluppo umano che non trascuri, qualità, estetica, virtù.
La conseguenze di tale pensiero si sono tradotte in un sostanziale taglio degli investimenti nel settore artistico-culturale, aggravando una situazione cronica di un comparto che non aveva mai goduto di priorità politiche e imprenditoriali.
Partendo da questi presupposti Uto Ughi, dal palco dell’Accademia dei Lincei, ha lanciato un preoccupato invito alla politica a riconsiderare scelte così poco idonee alla crescita intellettuale e spirituale dell’individuo e della collettività.
Il grande violinista ne ha parlato nell’ambito della conferenza dal titolo: “Il significato della musica nella società globale: musica e formazione”.
Musica e globalizzazione, rapporto non solo possibile ma anche auspicabile, sostiene Ughi.
La musica da riproporre come valore universale, come tentativo di superare l’assopimento della cultura.
Kant nella Critica della Facoltà di Giudizio, dove tratta del bello e dell’arte, evidenzia la diversità tra giudizio conoscitivo-pratico e giudizio estetico e, in tale contesto, nomina l’arte quale veicolo del sentire universale, perché per Kant c’è sempre l’obbligo di pensare a facoltà dell’umano in termini universalizzabili, cioè coerenti con l’intero genere umano.
La musica, nobile espressione dell’arte, sembra purtroppo uscita dai circuiti formativi ed educativi, lasciando spazi miseramente vuoti nella costruzione della sensibilità dell’uomo contemporaneo, privandolo di gioia, emozione e anche conforto.

Uto Ughi

Sostiene Ughi che i tagli economici perpetrati nei confronti delle istituzioni musicali e dell’arte in generale hanno avviato un pericoloso processo di imbarbarimento culturale, consegnandoci al mondo della televisione e di internet, a mondi cioè privi di significative componenti estetiche e dispensatori di una pseudo-cultura di massa.
Ughi auspica un radicale cambio di rotta, in cui la musica possa riconquistare la sua universalità di messaggio in un orizzonte spazio-tempo sempre più globale e caratterizzato da assopimenti culturali diffusi.
Nell’emblematica frase di Daniel Barenboimla musica viene a noi per fare parlare l’anima”, Ughi ritrova il vero messaggio da non disperdere nelle superficialità del contemporaneo.
La musica ha accompagnato la storia dell’uomo a partire dagli antichi Sumeri, ne ha caratterizzato il cammino, stemperando nella sua bellezza e dolcezza le ruvidità, le violenze e le brutalità che l’essere umano spesso incarnava nei suoi comportamenti.
In un mondo globale fatto di non luoghi, di spazi artificiali privi di identità, contraddistinti da una uniformità che sopprime creatività e fantasia, c’è sete di verità e bellezza, dice Ughi, c’è il bisogno di un ritorno alle origini, e l’arte ne è un veicolo indispensabile.
La musica, nella miracolosa armonia delle note, esprime profondità e completezza, e si pone come veicolo fondamentale nella ricerca della bellezza, nella raffigurazione ideale del bello, qualcosa che, sempre parafrasando Kant, procura un intensissimo piacere non legato al possesso e alla fruizione fisica dell’oggetto.
Certamente il senso artistico va coltivato.
L’umanità non possiede una innata sensibilità comune, tuttavia i bambini sanno cogliere l’universalità della musica. Su di loro bisogna investire perché la sensibilità artistica si diffonda, arricchendo i gusti e la cultura di massa.
Purtroppo, oggi, in Italia non si educa più ed è forte il richiamo di Ughi alle istituzioni perché non trascurino la possibilità di impegnare nuove risorse in formazione musicale, a partire dagli asili e dalle scuole elementari.
Viviamo in tempi di marcato liberismo, tuttavia le paure che si diffondono nella società limitano le scelte individuali e privilegiano i comportamenti massificati che privano l’uomo comune della sua soggettività. Tra i motivi di tale appiattimento giocano un ruolo determinante il presto e il tanto, condizioni di un vivere scandito dalla rapidità e dal possesso, quando invece sarebbe auspicabile si facesse anche spazio un piacere senza interesse, un puro godimento contemplativo di quella forma, di quei colori, di quella armonia.
Ascoltare è un sentire coadiuvato dal pensiero.
La musica è socialmente utile quando risveglia la parte migliore di noi”, scriveva Thomas Mann.
Cassiodoro, nel V° secolo d.c., diceva: “se commetteremo ingiustizia Dio ci toglierà la musica”.
Ughi propone un rinnovamento musicale anche nel repertorio delle musiche ecclesiastiche.
Nelle chiese raramente si ascolta della buona musica. La musica da culto invade spesso spazi che potrebbero ospitare opere linguisticamente più nobili, non cogliendo l’occasione, fornita dall’assemblea dei credenti, di educare l’ascolto a sollecitazioni musicali di alta qualità.
L’educazione carente impedisce di capire ciò che è bello e ciò che non lo è.
Il processo di impoverimento della cultura musicale in Italia non si determina solo in questi ultimi anni, sostiene Ughi. Si può infatti far risalire agli anni 90 l’opera di disfacimento dei cori e delle orchestre della Rai, punti di eccellenza della formazione e dell’esecuzione musicale nel nostro paese. Interi complessi furono liquidati e grandi capacità musicali disperse.
E tutto ciò è avvenuto nell’indifferenza di stampa, intellettuali e anche di una certa parte del mondo artistico, che più di tanto non ha levato la sua voce contro gli interventi dissennati. La presunta insostenibilità economica di tali strutture sinfoniche cozza violentemente, sostiene Ughi, con le spese sostenute dalla Rai per il festival di Sanremo, per pagare discutibili conduttori televisivi o per finanziare programmi di bassa qualità, veicoli di ignoranza e creatori di un’audience sempre più lontana dal bello. Mentre in Italia le orchestre sono in netto calo, la sola città di Tokyo ne vanta più di dieci.
E non basta. Le realtà teatrali tuttora presenti nel nostro paese sono spesso gestite da incompetenti, scelti attraverso meccanismi clientelari. Vengono realizzati restauri senza le necessarie competenze, con il risultato di peggiorare l’acustica e la qualità delle esecuzioni.
L’effetto complessivo di una prolungata politica di tagli al settore artistico si esplicita nel fatto che chi studia musica si trova sostanzialmente senza lavoro. L’azione di stimolo esercitata da Uto Ughi con il “festival di musica classica”, iniziativa che dura ormai da 13 anni, per avvicinare alla grande musica un pubblico più vasto e soprattutto i giovani, non ha ancora prodotto, sul fronte istituzionale, impegni a migliorare le cose.
Ughi cita la musica come strumento di diplomazia, riferendosi al progetto dell’orchestra West–Eastern Divan di Barenboim, composta da orchestrali palestinesi e israeliani.
Richiama, inoltre, il forte impegno del maestro giapponese Shinichi Suzuki nell’educare gli attenti e seri allievi del sol levante e gli esperimenti di Masaru Emoto che ha dimostrato l’effetto della musica sui cristalli di ghiaccio, il cui orientamento, in forma armonica o disarmonica, è determinato dal tipo di messaggio musicale.
Le iniziative, conclude Ughi, possono essere illimitate, ma c’è bisogno di disponibilità, altruismo e fede in ciò che si fa, da parte di tutti.

Mariano Colla

Mariano Colla

Sono un signore più della 3° che della 2° età, che mantiene una certa curiosità per gli eventi della vita e del mondo. Sono padano di nascita (Torino) ma non leghista. Amo la scienza ( ho una laurea in Fisica ) e la filosofia (che cerco di capire). Mi piace mangiare e bere bene ( sono un sommelier). Che dire altro? Novità quando ci conosceremo.

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