C’era (più di) una volta Biancaneve

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di Erika Sambuco

La nuova versione delle celebre favola girata dal visionario regista Tarsem Singh già promette di essere amatissima anche in questo weekend di Pasqua. A vestire i panni della protagonista c’è Lily Collins mentre Julia Roberts è la malvagia Regina. Nell’attesa di vedere Biancaneve e il cacciatore e avendo come pietra di paragone unicamente l’incantevole film Disney, possiamo limitare il nostro giudizio alle perfide e invidiose regine, affermando, senza troppa cognizione di causa ma con un giusto entusiasmo da fanzine, che la più intrigante e la più simpatica nella sua deliziosa scorretezza è senza dubbio quella impersonata da Julia Roberts nell’adattamento della celebre fiaba dei fratelli Grimm ad opera di Tarsem Singh. Annoiata da una corte di sudditi farlocchi e bruttissimi, disperatamente attaccata a una bellezza che va assolutamente conservata, a costo di gonfiarsi le labbra con una puntura di insetto o di soffocare in un bustier mille volte più stretto di come lo portava Rossella O’Hara, questa figura iconica di villain al femminile subisce qui una doppia, intelligente metamorfosi: assurge a protagonista (o coprotagonista) della storia e diventa squisitamente attuale. La ragione del primo cambiamento è da ascriversi alla presenza dell’ex attrice più pagata di Hollywood, cavallo di razza di sicura puntata. Quanto alla seconda licenza poetica, in un prodotto del cinema americano al tempo della crisi non poteva mancare un capo di stato capace di tassare impunemente il suo popolo o di trastullarsi in un microcosmo dorato nel quale la povertà è una semplice questione di cattivo gusto. Ancora una volta quindi, l’ex “Pretty Woman” si conferma bravissima e in grado di cambiare tipo di interpretazione senza perdere, però, credibilità e, Biancaneve, la interpreta bene Lily Collins, già ribattezzata la ragazza con le sopracciglia più sensuali d’Inghilterra, e il suo talento è pari alla bravura di tutti gli altri attori: da Nathan Lane, Armie Hammer a Sean Bean. Seppure saldamente ancorato all’impianto narrativo di una favola (con i suoi personaggi archetipici), Biancaneve è da considerarsi un’opera moderna anche per la maniera in cui viene rappresentato il cosiddetto maschio Alfa, chiamato a proteggere e a salvare fanciulle indifese. Privato del suo cavallo bianco, che gli è stato rubato nella foresta, il Principe Azzurro viene infatti declassato a sciocco bamboccione se non addirittura a toy boy della regina. Con effetti davvero esilaranti. Non se la cava egregiamente nemmeno il prode cacciatore dai lineamenti rozzi e dal fisico nerboruto, che si tramuta in un lacché grassoccio e pavido. Dove sono finiti allora i veri uomini? I veri uomini ci sono, solo che si tratta di mezzi uomini, di nani per la precisione, che hanno in dispetto il mondo intero perché sono stati emarginati e che rubano ai ricchi non certo per dare ai poveri. E’ già! Addio ai sette nanetti carini e coccolosi, ma dei veri e propri brigantieroi in miniatura, lontanissimi dagli adorabili vecchietti disegnati da zio Walt nel 1937. Misterioso e del tutto inedito è, poi, il ruolo del re.

Con questo film, quindi, si torna alle origini ma i cambiamenti saranno molti e, probabilmente, inaspettati. Ecco che lo stesso regista, infatti, riferisce: “Tornare alla storia originale è stata una scelta assai importante. Ci sono migliaia di varianti diverse, che si sono sviluppate rispetto alla versione originale, e ci hanno ispirato alcune idee che successivamente sono state utilizzate nel film. Ad esempio, in alcune delle prime versioni, i nani si mantengono facendo i briganti. Per dirla con le parole di uno dei personaggi del film ‘rubano ai ricchi… per se stessi’. Abbiamo ritenuto che questo fosse un buon elemento da recuperare. Nella versione più famosa della storia, la motivazione alla base del comportamento della Regina è la vanità. Nel nostro film, invece, ciò che la spinge è la brama del potere: vuole controllare il regno e la sua bellezza è il mezzo per ottenere questo scopo”. Le novità non sono certo finite e alcune riguardano come dice il  produttore Bernie Goldmann una sorta di bestia che viveva nel bosco e abbiamo deciso di includerla nella nostra versione…”

Eppure ci si aspettava di più da uno dei registi più originali e visionari di Oriente e Occidente che, con il suo stile visionario, nel tempo si è raffinato: lo ricordiamo dal suo primo film sempre molto particolare The Cell con Jennifer Lopez, passando dai videoclip (non ultimo “Losing my religion” dei Rem).

Ma al di là della potenza visiva del luogo segreto in cui la regina custodisce lo specchio e di un numero musicale di stampo bollywoodiano sulle note di “Love” di Nina Hart, nel film non c’è nulla di particolarmente trasgressivo. Nemmeno i costumi, disegnati dalla fuoriclasse Eiko Ishioka, osano più di tanto, ad eccezione degli abiti animaliformi di un ballo in maschera che strizzano evidentemente l’occhio ai quadri di Hyeronymus Bosch.

Manca infine quel coté dark che caratterizzava non solamente la fiaba di partenza, ma anche la versione a cartoni animati della storia, con il temporale, la mela avvelenata, la vecchietta arcigna, il terrore negli occhi degli animali del bosco e dei nani. Il lato oscuro della storia di Biancaneve sarebbe stato un’arma potentissima nelle mani di Tarsem che, ahimé, ha preferito l’ottimismo e la luce di un tipico family movie. Ma specchio specchio delle mie brame, qual è la versione cinematografica di Biancaneve più bella del reame? Non certo questa! Peccato.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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